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"La condanna morale della violenza è sempre imposta in modo ambiguo, tale da suggerire che l'immoralità della violenza costituisca una garanzia della sua assoluta necessità pratica."

Comidad
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 23/04/2009 @ 01:50:50, in Commentario 2009, linkato 1341 volte)
L’attivazione dei termovalorizzatori imposti in Campania dal governo Berlusconi, ha suscitato una discussione che si è concentrata soprattutto sul terribile pericolo per la salute pubblica costituito da questi impianti. Per quanto questa discussione sia assolutamente fondata, non tiene conto di altri aspetti, inerenti alle leggi vigenti a riguardo, che andrebbero considerati.
Il 14 luglio del 2008 il Parlamento ha convertito in legge il Decreto-Legge n. 90, emanato dal governo Berlusconi il 23 maggio per l’emergenza rifiuti in Campania, che così è diventato la Legge 123/2008, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 165 del 16 luglio 2008. All’articolo 2 comma 4, la legge stabilisce che in Campania i siti e gli impianti per lo smaltimento dei rifiuti debbano essere considerati “aree di interesse strategico nazionale”. Al comma 5 dello stesso articolo 2, la Legge 123/2008 commina a chi tenti di entrare in questi siti o impianti le pene previste dall’articolo 682 del Codice Penale; tale articolo riguarda i casi di “Ingresso arbitrario in luoghi, ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato”, e prevede per i contravventori l’arresto da tre mesi a un anno. Il decreto divenuto poi la Legge 123/2008 è stato uno dei primissimi atti dell’attuale governo Berlusconi, ma si trova in linea con quello che è stato invece l’ultimo atto del governo Prodi: il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile 2008 sui casi a cui estendere il segreto di Stato, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 90 del 16 aprile 2008.
Nell’allegato del Decreto Prodi, al punto 17, il segreto di Stato è esteso anche a “impianti per la produzione di energia ed altre infrastrutture critiche”, quindi anche ai termovalorizzatori e, praticamente, a tutto ciò che si vuole. La diffusione di segreti di Stato è punita dall’articolo 261 del Codice Penale con una pena non inferiore a cinque anni. Rispetto al Decreto di Prodi, l’attuale legge di Berlusconi esprime però una sua paradossale trasparenza, in quanto, a differenza del primo, non si limita a dire “io nascondo qualcosa”, ma, involontariamente, dice anche che cosa, cioè scorie di origine militare. Con altrettanto involontario humour, la Legge 123/2008 dedica un intero articolo - il 13 - all’informazione dei cittadini, confessando però anche qui con candore che non si tratta di informazione ma di indottrinamento, da operare con la strumentalizzazione delle istituzioni scolastiche.
Nell’epoca di internet, chiunque può verificare in tempo reale l’esattezza di queste informazioni collegandosi al sito del Parlamento e scaricando il testo della legge 123/2008. Sembrerebbe di stare nel paradiso della democrazia informatica, ma sta di fatto invece che oggi ben pochi sanno che la monnezza campana è sottoposta per legge a segreto militare, poiché, anche nell’epoca di internet, i veri canali di informazione continuano ad essere la stampa e la televisione, che, di tutto questo, non hanno sinora assolutamente parlato.
Internet è usato ancora da pochi come strumento di informazione ed auto-informazione e, curiosamente, a prendere sul serio internet sono più le agenzie di guerra psicologica, le quali impiegano un esercito di “disturblog” per intasare la comunicazione di opposizione con commenti di ridicolizzazione, oppure semplicemente fuori luogo o senza senso . Mentre la presenza capillare dei “disturblog” rappresenta il segnale del timore che il dominio prova nei confronti di questo nuovo canale di informazione, gran parte dell’opinione di opposizione continua in effetti a dipendere da organi di stampa come “il Manifesto” o “Liberazione”. In questi giornali di “opposizione”, la maggioranza dello spazio è però dedicata a “notizie” - del tutto incontrollate e incontrollabili -, sulle nefandezze degli integralisti islamici; “notizie” confezionate e fornite, manco a dirlo, da agenzie di guerra psicologica.
 
Di comidad (del 16/04/2009 @ 01:41:43, in Commentario 2009, linkato 1274 volte)
Obama ha sostituito Bush alla presidenza degli Stati Uniti, ma il suo consulente di politica estera continua a rimanere quello di prima, lo stesso che scrive anche le trame dei film di Chuck Norris.
Il capitano della nave mercantile americana rapito dai pirati somali, che pretendevano un riscatto, è stato infatti liberato da un eroico blitz degli uomini della U.S.Navy. Non poteva esserci altra soluzione alla vicenda, dato che la morale di tutto il film era appunto di sottolineare l’insostituibilità del ruolo di polizia svolto dalle forze armate statunitensi nel mondo, e, in questo specifico caso, nell’Oceano Indiano.
La Marina statunitense è presente in modo massiccio in quell’area poiché vi è impegnata da anni per compiere missioni aeree contro la Somalia, che, in base alle truci fiabe della propaganda ufficiale, rischia di cadere nelle mani di feroci e oscurantisti integralisti islamici, che preferiscono lapidare adultere invece di aprirsi allo sviluppo concedendo alle multinazionali lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi somali. I commentatori ufficiali ci spiegano che “nonostante” la presenza in forze della U.S.Navy, l’aggressività dei pirati somali ormai non conosce limiti.
Questa magica preposizione -“nonostante”- è stata largamente sperimentata dalla propaganda ufficiale, in modo da evitare spiegazioni circa la sospetta presenza di forze armate americane in prossimità di zone dove si commettono crimini. Ad esempio: dal 2002 l’Afghanistan è diventato il primo produttore mondiale di oppio, “nonostante” l’occupazione da parte della NATO; e ancora: la principale via dell’oppio è costituita dagli staterelli Balcanici, e ciò avviene “nonostante” il fatto che i Balcani siano disseminati di basi militari americane e NATO.
La fiaba ufficiale ha sempre pronta un’altra morale per dare senso al tutto: l’illegalità viene sempre presentata come l’arma dei poveri, i quali non esiterebbero a ricorrere al terrorismo, al narco-traffico e alla pirateria pur di opporsi alla civiltà “occidentale”. Alcuni commentatori, che si sentono particolarmente spregiudicati, arrivano ad usare questo luogo comune persino per rivolgere una benevola critica agli Stati Uniti, la cui eccessiva presenza militare nel mondo finirebbe proprio per alimentare quei fenomeni che si vorrebbero contrastare; insomma, è la vecchia storiella secondo cui gli Americani spesso combinano guai per eccesso di buone intenzioni.
Sta di fatto che, dopo centocinquanta anni, l’Oceano Indiano ritorna ad essere l’epicentro della pirateria. Sembrerebbe quasi di stare in un romanzo di Emilio Salgari, con il Raja bianco di Sarawak, James Brooke, che dà la caccia ai pirati della Malesia comandati da Sandokan. A differenza di Brooke, Sandokan era un personaggio di pura invenzione, e Salgari aveva ricavato persino il suo nome deformando quello di una località geografica. Se da una parte è da apprezzare il tentativo di Salgari di identificarsi con l’oppresso che si ribella, dall’altra parte anche nel suo caso particolare si può riscontrare quella generale dipendenza della letteratura “popolare” e di intrattenimento dagli schemi della propaganda ufficiale.
Vari storici hanno tentato di riabilitare Brooke e di liberarlo dall’alone famigerato creatogli dai romanzi salgariani; ma in realtà Salgari, se aveva torto, lo aveva per difetto, poiché considerava Brooke un criminale, e non per quello che realmente era, cioè un super-criminale.
James Brooke era, ufficialmente, un ex-dipendente della Compagnia Britannica delle Indie Orientali e, sempre ufficialmente, non aveva alcun incarico da parte della Gran Bretagna. Come “privato cittadino”, Brooke assunse il suo enorme potere personale offrendo i suoi servigi ai signori locali per sedare ribellioni e combattere la pirateria. Per qualche strana coincidenza, dovunque Brooke arrivasse i mari venivano misteriosamente infestati dai pirati, perciò tutti gli scambi commerciali erano minacciati. Ma, da vero uomo della provvidenza, Brooke aveva la soluzione al problema: arruolava milizie ed equipaggi e dava la caccia ai pirati, e tutto questo in cambio di qualche semplice favore, come la concessione di monopoli sia per il commercio che per lo sfruttamento agricolo del territorio di interi Stati. Per molti regnanti asiatici c’era poco da scegliere, poiché, in nome della lotta alla pirateria, Brooke si consentiva ogni genere di ingerenza e di aggressione nei confronti di chi non accettasse la sua altruistica protezione.
A volte Brooke non chiedeva niente per sé, ma, da vero patriota, si accontentava di mediare con i sultani locali la concessione di basi navali e di colonie per la Gran Bretagna, o di vantaggiosi contratti per la Compagnia delle Indie.
All’epoca alcuni - forse i soliti seguaci di teorie cospirazionistiche - sospettarono che in realtà Brooke incamerasse profitti da due lati, sia con la pirateria, sia con il pretesto di combattere la pirateria; anzi, secondo i sospettosi, Brooke aveva potuto disporre dei capitali iniziali per avviare la sua attività di cacciatore di pirati, proprio grazie alla pirateria da lui praticata.
Anche nella ingrata patria, Brooke fu oggetto di una indagine, da cui uscì ovviamente scagionato, “nonostante” le prove raccolte contro di lui.
Brooke fu particolarmente abile nel gestire questo intreccio - riscontrabile in ogni fase del capitalismo - tra illegalità sostanziale e legalità ufficiale, e a combinare la sua attività di affarista criminale con la facciata di “uomo d’ordine”; Brooke però non aveva inventato nulla.
La Compagnia delle Indie si regolava così già da due secoli, quando aveva suscitato le invidie e l’emulazione delle colonie inglesi nel Nord-America. Quando quelle colonie divennero indipendenti nel 1776, adottando il nome di Stati Uniti d’America, si scelsero una bandiera che imitava sfacciatamente quella della Compagnia delle Indie, a strisce rosse orizzontali, però con le stelle al posto della Union Jack britannica. Gli allievi americani divennero più bravi del maestro britannico, tanto da condannare la Compagnia al declino, e da costringere la Gran Bretagna a difendere le proprie posizioni formalizzando la loro presenza imperiale in Asia.
Agli inizi del ‘900, nel pieno dell’offensiva imperiale del presidente statunitense Theodore Roosevelt, lo scrittore americano Mark Twain suggerì al proprio governo di sostituire le stelle della bandiera con dei teschietti da pirata, in quanto ciò avrebbe conferito agli USA un’immagine più consona alla loro realtà.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/02/2019 @ 05:49:12
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