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"Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea."

Oscar Wilde
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 03/07/2014 @ 00:09:33, in Commentario 2014, linkato 1577 volte)
Il quotidiano "la Repubblica" qualche giorno fa, a proposito dell'ultima sortita europea di Matteo Renzi, titolava trionfalmente: "vince la linea della crescita", con in sottotitolo una frase-ossimoro attribuita a Matteo Renzi: "chi fa le riforme avrà diritto alla flessibilità".
Conta molto poco in realtà la voce grossa che Renzi avrebbe esibito di fronte alla Merkel ed alla Commissione Europea, diretta da un personaggio ormai screditato e delegittimato come Juncker. In questo caso infatti la vera "flessibilità", la vera possibilità di deroga, rispetto ai "parametri europei" consisterebbe nel non fare le cosiddette "riforme", termine che, nel gergo del Fondo Monetario Internazionale, indica una serie di misure di privatizzazione e finanziarizzazione che vanno a vantaggio delle solite lobby, ma che, nel complesso, deprimono l'economia ed impoveriscono la popolazione, diminuendo drasticamente anche il gettito fiscale. La retorica renziana del "fare" si identificherebbe quindi con il fare guai. I media contrappongono il presunto attivismo di Renzi al presunto immobilismo di Letta, ma anche quest'ultimo di guai ne ha fatti parecchi, a cominciare dalla privatizzazione delle Poste, che attualmente rappresentano pur sempre il maggior datore di lavoro in Italia.
Con la sua maschera da scolaretto impreparato, ma ugualmente saputello e insolente, Renzi è certamente un distrattore, ma non è soltanto quello. La sua "riforma del senato" in senso regionalistico era apparsa a molti come una semplice boutade, un diversivo, ma poi si è scoperto che è un modo per garantire l'immunità parlamentare agli amministratori locali. Alla stessa maniera, dietro molte cortine fumogene dell'agenda del "fare" si riscontrano le stesse costanti di tutti i governi dell'ultimo ventennio: le direttive del FMI.
La finta diatriba tra "rigore" e "crescita" prescinde infatti dalla vera questione, e cioè che la depressione economica viene usata per finanziarizzare l'economia, la società e la politica, trasformando cittadini e Stati in debitori. In questo contesto, l'Unione Europea non esiste neppure come controparte, ma si configura come una mera provincia del FMI. Per rientrare negli "obblighi europei" - che va tradotto come: "voleri del FMI" - non sarà neppure sufficiente una manovra aggiuntiva in autunno. Ci sono infatti da versare le ulteriori rate per coprire la quota di adesione dell'Italia al Meccanismo Europeo di Stabilità, che sarebbe stato più corretto chiamare Fondo Monetario Europeo, filiale del FMI. Manovra dopo manovra, l'esito inevitabile sarà di dover richiedere prestiti al FMI ed al MES. Non si tratterà di cedere una "sovranità" che già non c'è più, ma di esasperare i meccanismi di dipendenza dalle organizzazioni internazionali e dalle lobby finanziarie che le controllano.
Non si pone quindi il problema di contrapporre una mitica crescita al rigore, ma di demistificare il "rigore", smascherandolo per quello che è: un'arma di guerra finanziaria che mira alla destabilizzazione economica, sociale politica dei Paesi, in modo da poterli colonizzare finanziariamente.
Se si riporta questa chiave di lettura agli scenari internazionali, ci si rende conto che risultano in gran parte superati schemi di analisi che funzionavano nel periodo della Guerra Fredda. Se si rimane fermi a quei criteri, potrebbe sembrare che la Russia stia segnando molti punti a proprio favore. Ad esempio, in questi giorni Putin è diventato il protettore ed il fornitore di armi dell'Iraq sotto la minaccia jihadista.
Alcuni commentatori cominciano a fare la rassegna degli "errori di Obama" (come se Obama contasse qualcosa), "errori" che stanno portando alla perdita di alleati storici per gli USA. Particolarmente clamoroso appare lo spostamento dell'Egitto sotto l'area d'influenza russa, dopo quasi quaranta anni di filoamericanismo puro e duro. Nell'agosto dell'anno scorso si avvertirono i primi segnali di un rinnovato interesse egiziano per le armi russe, ed a febbraio di quest'anno è giunta la notizia che l'affare era stato fatto: armi russe all'Egitto con il finanziamento da parte dell'Arabia Saudita.
A maggio in Egitto vi è stata anche la vittoria elettorale del candidato sponsorizzato da Putin, il generale Al-Sisi. In base agli schemi della Guerra Fredda, lo scacco per gli USA apparirebbe completo. Egitto ed Iraq passano sotto l'influenza russa, e l'Arabia Saudita comincia a stare con un piede in due scarpe. Eppure la risposta dell'amministrazione USA non è stata quella di cercare di riallacciare i rapporti con i vecchi alleati, ma di aprire nuovi fronti di destabilizzazione in Iraq ed Ucraina. La tradizionale politica delle "alleanze" sembra andare in secondo piano, poiché vi sono anche altre armi da utilizzare: i prestiti. Gli alleati costano perché bisogna far loro prezzi di favore, come sta sperimentando in questi giorni Putin con l'Iraq, mentre i debitori li si può trattare da debitori e basta. Oggi vi è una diarchia NATO-FMI, ed anche il secondo fa valere le proprie specifiche logiche criminali, perciò non vi è più limite alla destabilizzazione mondiale; e probabilmente Washington è più la sede del FMI che della Casa Bianca. Con le sue "mafialand" in Kosovo ed Afghanistan, la NATO sembrava aver toccato il fondo delle possibilità dell'umana abiezione, ma il Fondo Monetario riesce a raschiare anche quel fondo.
L'Ucraina è oggi sotto il cappio degli "aiuti occidentali", cioè un prestito di diciassette miliardi di dollari da parte del FMI. L'Egitto compra armi russe, ma è ancora in coda all'ingresso del FMI per un prestito di circa cinque miliardi, che potrà ricevere solo in cambio delle solite "riforme", cioè macello sociale ed economico.
Persino l'Iraq, che naviga nel petrolio, è un debitore del FMI. Da tre anni l'Iraq non contrae nuovi debiti con il FMI, ma sta ancora rimborsando quelli vecchi. Ma i costi della guerra al "Califfato" di marca CIA e SAS, espongono di nuovo, e pericolosamente, il governo iracheno a dover bussare alla porta del FMI.
Intanto la posizione di Putin nei confronti del FMI è ancora ferma al proporne la "riforma", con una maggiore apertura ai cosiddetti BRICS, i Paesi emergenti, che oggi partecipano al FMI in una posizione subordinata. Invece di uscire dal FMI, Putin pensa di rendere più democratico il crimine finanziario organizzato.
 
Di comidad (del 26/06/2014 @ 00:07:27, in Commentario 2014, linkato 1370 volte)
La notizia, riportata dal "Financial Times", dell'imminente passaggio di Paolo Scaroni, ex AD dell'ENI, al gruppo finanziario Rothschild, ha suscitato clamore e perplessità, ma non particolari riflessioni. Forse perché il riflettere, in questo come in altri casi, si identifica con il sospettare, dati i noti rapporti storici tra Rothschild ed uno dei principali concorrenti dell'ENI, cioè la BP.
La trasmigrazione alla maggiore multinazionale finanziaria mondiale, infatti non può che essere stata preparata da contatti precedenti, e ciò rischia di mettere in questione molto dell'operato di Scaroni alla guida dell'ENI negli ultimi anni, a cominciare dalla equivoca gestione della vicenda libica, all'insegna del "tutto va bene, madama la marchesa".
La vicenda di Scaroni, ennesimo caso di disinvolto "revolving door", ripropone nuovamente l'immagine di un "management" che vive come corpo separato rispetto alle aziende di cui fa parte, e che appare disponibile ad impegnarsi in attività di lobbying a favore di gruppi portatori di interessi diversi. Non si è di fronte a manager come battitori liberi che si vendono al migliore offerente, poiché alla fine le loro porte girevoli trovano un preciso aggancio nei tentacoli delle maggiori multinazionali. Il cosiddetto sistema del mercato e della libera concorrenza si rivela in effetti una gerarchia tra le multinazionali, ed i manager delle multinazionali di serie B, come l'ENI, hanno il loro riferimento principale non nella propria azienda, ma in multinazionali maggiori, come Rothschild, appunto.
Il caso Scaroni infatti non è l'unico oggi all'evidenza della cronaca, dato che i giornali sono ancora riempiti dalle imprese di Sergio Marchionne, a capo di una delle più note multinazionali di serie B, la FIAT. In questi anni si è generato un vero e proprio culto nei confronti di Marchionne, con i suoi sacerdoti, i suoi evangelisti, ed anche con i suoi mistici e profeti, quei fortunati toccati dalle visioni celestiali della prossima espansione planetaria della FIAT. L'atteggiamento dei media nei confronti di Marchionne è ancora di sfacciata apologia. C'è anche qualche voce apparentemente fuori dal coro, come quella di una giornalista di "Panorama" che ha pubblicato un libro, con un titolo dal suono "critico": "Come Marchionne ha salvato la Chrysler e ucciso la FIAT". In realtà il libro, con l'alibi di voler fornire solo dati e di lasciar decidere il lettore, non va ad indagare più di tanto sul rapporto causa-effetto tra le fortune della Chrisler e le disgrazie di una FIAT, che in questo decennio ha pur continuato nella sua storica politica degli aiuti dallo Stato.
La tattica ritorsiva di Marchionne nei confronti della FIOM è arrivata al punto di bloccare il passaggio di cinquecento cassintegrati di Mirafiori alla Maserati, e ciò è avvenuto a fronte di uno sciopero che la stessa direzione aziendale ha bollato come "esiguo" quanto a partecipazione. La FIOM viene presentata come una minoranza, ma la ritorsione, successivamente rientrata, sarebbe andata a colpire indiscriminatamente, come a cercare pretesti per tenere l'intera fabbrica in ostaggio. L'apparente "happy end" del caso Maserati non sgombra il campo dalla vera questione, e cioè che Marchionne appaia di tutto preoccupato tranne che di dotare la FIAT di un prodotto vendibile, e che gli stabilimenti italiani della stessa FIAT siano tenuti in ostaggio in un'alternanza di provocazioni, minacce e rassicurazioni.
La domanda che rimane sempre inevasa, anzi che non viene neppure posta, è per chi lavori davvero Marchionne. Il fatto che il nome di Marchionne figuri nell'official board della multinazionale Philip Morris, non è mai stato posto in particolare evidenza dei media, e gli apologeti del supermanager di FIAT hanno sempre sostenuto che una tale equivoca appartenenza fosse ininfluente e di carattere puramente onorifico. Sta di fatto che pochi giorni fa Marchionne ha portato nel Consiglio di Amministrazione della Chrysler, fra sei nuovi membri, anche un certo Hermann Waldemer, già direttore finanziario della Philip Morris.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si ť formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si ť evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


24/02/2019 @ 06:56:55
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