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"La privatizzazione è un saccheggio delle risorse pubbliche, ma deve essere fatta passare come un salvataggio dell’economia, e i rapinati devono essere messi nello stato d’animo dei profughi a cui è stato offerto il conforto di una zuppa calda. Spesso la psico-guerra induce nelle vittime persino il timore di difendersi, come se per essere degni di resistere al rapinatore fosse necessario poter vantare una sorta di perfezione morale."

Comidad (2009)
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 07/05/2020 @ 00:46:49, in Commentario 2020, linkato 5605 volte)
Il quotidiano “il manifesto” ha promosso un patetico appello a favore del governo Conte con tanto di raccolta di firme. L’iniziativa è stata presentata dai media come una mobilitazione degli “intellettuali di sinistra”, ma si tratta in effetti della solita rassegna di luoghi comuni di quella forma, sofisticata quanto ingenua, di autorazzismo che è il politicorretto. La tesi di fondo dell’appello è che il governo abbia agito con “prudenza e buonsenso” nell’ambito di una situazione di difficoltà dovuta in parte all’emergenza, in parte a carenze storiche della Sanità e in parte all’arroganza di alcune amministrazioni regionali.
Secondo gli estensori e i firmatari dell’appello, “prudenza e buonsenso” consisterebbero quindi in un comportamento ideale e astratto e non in una presa d’atto del contesto reale in cui ci si muove. Il governo avrebbe dovuto essere a conoscenza delle carenze della Sanità e delle spinte secessionistiche lombarde, eppure ha lasciato spazio all’esibizionismo velleitario e criminale della Regione Lombardia, consentendo un’ospedalizzazione di massa che non poteva che sortire esiti tragici. Lo stesso governo poi si è lasciato imporre dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una nozione di emergenza del tutto vaga e pretestuosa, come se prima del Covid non esistessero al mondo le malattie infettive.
Se gli estensori dell’appello avessero detto che siamo una colonia e che perciò qualsiasi governo si sarebbe fatto mettere sotto dall’OMS, la “difesa” del governo Conte avrebbe avuto un senso; ma presentare come “prudenza e buonsenso” il farsi mettere in mezzo, appare un po’ forzato. Una critica ingiusta mossa al governo è stata invece quella di aver minimizzato il rischio del Covid per troppo tempo; ma in effetti non si è mai trattato di minimizzare i rischi di una nuova patologia, semmai di considerare i rischi, ben maggiori, di un approccio emergenziale, che avrebbe prevedibilmente seminato il caos. Anche il paragone con l’influenza è stato malignamente frainteso dai media nel senso di una banalizzazione, come se le vittime della normale influenza non fossero migliaia ogni anno. Del resto è opinione diffusa tra i medici che l’intrusione della Protezione Civile abbia contribuito solo a fare casino; e non soltanto per l’episodio della fornitura agli ospedali delle mascherine sbagliate. A proposito di mascherine, tra qualche mese si dovranno anche fare i conti delle vittime determinate dal loro uso, in conseguenza dell’aver costretto centinaia di migliaia di soggetti allergici e costipati cronici a sopportare un costante impedimento alla respirazione.
Inchiodato alla nozione vaga di emergenza imposta dall’OMS, il governo ora non riesce più ad uscirne, nemmeno quando ormai i reparti di terapia intensiva si sono svuotati, dato che non può esistere un mondo senza “contagio”. Due mesi fa il governo è stato spinto alla scelta folle del lockdown dalle Regioni che costantemente lo scavalcavano e lo ponevano di fronte al fatto compiuto. La giunta lombarda, con altri presidenti di Regione al seguito, minacciò il governo di attuare il lockdown nella sua forma estrema di propria iniziativa, se il governo non lo avesse proclamato a livello centrale. A sostegno delle Regioni si pronunciarono anche Salvini e la Meloni; ma fu ancora più determinante l’allarmismo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. A distanza di due mesi, Conte si ritrova con il cerino acceso in mano, poiché le Regioni si stanno adesso pronunciando per la riapertura delle attività produttive e commerciali. Sino a qualche giorno fa solo il presidente della Regione Campania sembrava ancora adeguarsi alla linea del lockdown ma poi ha seguito la nuova corrente anche lui. In mano al governo rimane così soltanto l’arma spuntata della diffida.

A far cambiare idea alle Regioni non sono state tanto le pressioni che provenivano dal basso, quanto piuttosto il fatto che è venuta a saltare la copertura dell’OMS che, in una conferenza stampa, si è esibita nel più sfacciato dei dietrofront. “OMS” significa lobby dei vaccini ma anche di altri business collaterali, come le mascherine e i guanti: il business della paura dell’untore. La multinazionale cinese del petrolchimico Sinopec ha saputo investire per tempo nell’affare. Ma certo non è un business sufficiente a risollevare le sorti del petrolio.
Le lobby rappresentate dall’OMS si sono infatti scontrate con la lobby statunitense del petrolio di scisto. Diventati i primi produttori mondiali di petrolio, gli USA non possono permettersi le conseguenze recessive della pandemia, che farebbe crollare definitivamente i prezzi del petrolio. Le pressioni dei lobbisti del petrolio di scisto sull’OMS devono essere andate ben oltre il semplice taglio dei fondi all’organizzazione. Molti commentatori si ostinano ancora a considerare Trump il soggetto che avrebbe gestito questo scontro con l’OMS; l’evidenza però è che il cialtrone della Casa Bianca rimbalza come una pallina da flipper sulla sponda di tutte le lobby, perciò continua a flirtare anche con la lobby dei vaccini.
Il dietrofront dell’OMS sui lockdown ha comunque immediatamente favorito una ripresa dei prezzi del petrolio, che si sono riavvicinati ai trenta dollari al barile. Per rendere remunerativo il costoso petrolio di scisto, al prezzo del petrolio mancano ancora una quarantina di dollari, perciò, per tutti i Paesi produttori di petrolio che potrebbero fare concorrenza agli USA, si annunciano tempi duri di provocazioni e aggressioni.
Nella sua ritrattazione, l’OMS ha perso ogni ritegno, arrivando addirittura ad indicare la Svezia come modello da seguire nella lotta al Covid, cioè proprio quella Svezia che aveva rifiutato il lockdown e che, per questo, era stata esposta al pubblico ludibrio dai nostri media. Il nostro governo magari si aspettava un riconoscimento internazionale per i sacrifici sostenuti, invece gli è piovuto addosso un vero e proprio sberleffo: bravi gli Svedesi alti, biondi e ariani che non hanno creduto all’OMS e polli gli Italiani che ci sono cascati. Il “modello svedese” era improponibile in ogni caso, data la drastica differenza di densità di popolazione tra la Svezia e gli altri Stati europei, perciò lo sberleffo dell’OMS è risultato tanto più clamoroso, con l’effetto di isolare ancora di più l’Italia nell’affrontare le disastrose conseguenze economiche del lockdown.

Da notare l’entusiasmo con cui i politicorretti hanno affrontato il lockdown, come un’occasione per il popolo italiano di dimostrare al mondo la propria maturità e riscuoterne così la benevola approvazione; con il risultato di ottenere invece l’effetto opposto, cioè di rafforzare i pregiudizi nei nostri confronti. A seconda delle gerarchie internazionali, gli stessi identici comportamenti possono essere classificati come esempio di civiltà o, al contrario, come indizio di subdola furbizia. Si tratta quindi dell’ennesima disfatta della linea del politicorretto: la “responsabilità”, la “credibilità internazionale”, cioè una versione in chiave pseudo-politica del “se faccio il bravo bambino, tutti mi vorranno bene”.
Il gesto dell’OMS ha avallato il clima di psicoguerra di cui oggi è fatta bersaglio l’Italia. Ha fatto il giro del mondo un video olandese in cui il primo ministro Rutte rassicurava alcuni netturbini sulla sua determinazione di non aiutare l’Italia. Il video è chiaramente un “reality” preconfezionato per far credere a qualcosa di spontaneo, in modo che Rutte possa presentarsi come esecutore della volontà del suo popolo. Morale della favola: più fai il “responsabile”, più consenti all’altro di fare l’irresponsabile, sino a legittimare il suo sbracamento.
Il bello è che l’UE ha riscosso il premio Nobel per la Pace nel 2012, nel pieno del massacro operato nei confronti del popolo greco. Tornano alla mente a riguardo le parole con cui il primo ministro francese Georges Clemenceau nel 1919 parafrasava Carl von Clausewitz: la pace non è altro che la guerra condotta con altri mezzi. Si può tradurre l’apparente paradosso in linguaggio strategico: c’è la guerra aperta ad alta intensità e poi c’è la guerra a bassa intensità, a titolo mistificatorio chiamata “pace”; una guerra a bassa intensità che si combatte imponendo trattati e lanciando psyops, operazioni di guerra psicologica.
Sarebbe comunque sbagliato pensare alla guerra come ad un semplice scontro tra Stati nazionali: la guerra è anche un fenomeno trasversale alle nazioni, che coinvolge le lobby. La lobby della deflazione (cioè degli interessi della finanza che aborre l’inflazione perché vuole inalterato nel tempo il valore dei suoi crediti) è spesso identificata con la sola Germania. Da rilevare invece l’asse tra Unicredit e Deutsche Bank, che hanno attuato di concerto una misura tipicamente deflazionistica come l’imposizione di tassi negativi sui depositi.

Ringraziamo i compagni Mario C. Passatempo e Claudio Mazzolani per la collaborazione.
 
Le provocazioni del governo olandese nei confronti dell’Italia, presentata come Paese di allegri spendaccioni, hanno suscitato l’ovvia reazione di ricordarsi del bue che dice cornuto all’asino. Le dimensioni abissali del debito privato olandese avevano già determinato all’epoca di Draghi un carteggio/contenzioso tra il governo olandese e la Banca Centrale Europea.
All’immagine dell’Olanda come Paese stra-indebitato possono aggiungersi altri corollari poco edificanti, come l’Olanda paradiso fiscale o come l’Olanda narco-Stato, dato che questo Paese è il primo esportatore di droghe sintetiche, secondo la denuncia di un sindacato di polizia olandese.
Ma forse questo tipo di contestazioni, pur legittime, non coglie il nocciolo del problema. Lo scorso anno il “Corriere della Sera” dedicò ampio spazio ad un’intervista al ministro dell’Economia olandese. La tesi del ministro olandese consisteva in un raffronto tra l’indebitamento pubblico dell’Italia e la sua ricchezza privata, soprattutto immobiliare. Il ceto medio italiano è infatti il più benestante del mondo ed anche il meno indebitato. Il ministro concludeva che una tassa patrimoniale potrebbe portare in Italia un riequilibrio tra debito pubblico e ricchezza privata.
Si ricorre spesso alla metafora del guardare il dito invece della Luna che il dito sta indicando. In alcuni casi però si indica la Luna proprio per distrarre dal dito. Il dito da cui non distrarsi, in questo caso è proprio il ”Corriere della Sera”. Il giornale “borghese” per antonomasia, il giornale dell’establishment, usava il ministro olandese come sponda per lanciare la proposta della tassa patrimoniale. In Italia, e proprio in Italia, c’è un’oligarchia finanziaria scontenta del fatto che il nostro ceto medio sia poco indebitato, tanto più che ci sarebbe parecchio patrimonio immobiliare da saccheggiare a spese di nuovi debitori.
Sarebbe un’interessante partita di giro (o presa in giro): spillare quattrini al ceto medio col fisco in nome dell’emergenza, trasformare quei soldi in aiuti statali alle banche in nome della stessa emergenza e poi riprestare il tutto alle famiglie, sperando che le insolvenze possano essere felicemente risolte con un’ondata di pignoramenti di immobili.
La “sinistra”, come al suo solito, si assume il ruolo del parafulmine. Il PD ha cominciato a proporre una sorta di contributo straordinario da parte di chi percepisce redditi più alti, in modo da assistere "chi ne abbia bisogno". La destra ha avuto quindi buon gioco a gridare al pericolo in vista della tassa patrimoniale.
Si tratta del gioco consueto della propaganda di destra che impugna la bandiera della riduzione fiscale contro la “via fiscale al socialismo”. Anche in questa circostanza si potrebbe ridurre il tutto al gioco del bue che dice cornuto all’asino, ricordandosi che fu proprio un governo del Buffone di Arcore a fondare Equitalia. Il punto vero però è un altro. La cosiddetta “sinistra” è un’appendice ideologica della destra, una sua proiezione.
Pare infatti abbastanza ingenuo porre il problema delle disuguaglianze nei termini di costringere il ricco Epulone della parabola del Vangelo di Luca a ridistribuire parte dei suoi averi al povero Lazzaro. Il dato vero invece è che nei prossimi mesi già è prevista una pioggia di liquidità a favore degli Epuloni, cioè le banche e le maggiori imprese. Come è sempre successo in base ai canoni dell’assistenzialismo per ricchi, gli aiuti elargiti dallo Stato alle banche in gran parte si tradurrebbero in acquisto di titoli di Stato, in particolare BTP; in tal modo lo Stato diverrebbe ulteriormente debitore nei confronti delle banche, tramite gli stessi soldi che lo Stato ha in precedenza regalato alle banche. Sembra il MES: ti do dei soldi in modo che tu me li presti, così divento tuo debitore.

Tutto questo gioco non ha alcuna motivazione economica ma si regge esclusivamente sulla mistificazione. Non è infatti assolutamente spiegato, né spiegabile, il motivo per cui oggi il governo italiano avrebbe bisogno di mettere tasse o di indebitarsi con i BTP o con i mitici Coronabond. L’inflazione è attualmente sotto lo zero e il prezzo del petrolio è sui venti dollari, quindi non c’è nessun rischio di deficit della bilancia commerciale. Dall’anno scorso il prezzo del petrolio è crollato dell’80%. Il governo potrebbe uscire dall’euro senza alcuna difficoltà e stamparsi tutti i soldi che vuole. Quelli che ci ammonivano che non avremmo più potuto comprare petrolio se fossimo usciti dall’euro, dove sono finiti? Dove sarebbe il problema di avere una moneta debole quando il prezzo del petrolio, e di tutte le altre materie prime, è così basso?
La Brexit ha anche reso meno netta l’identificazione tra l’UE e la NATO, perciò una liquidazione dell’euro potrebbe trovare un ombrello britannico. L’unico Paese che si ritroverebbe in difficoltà per una fine dell’euro, oggi è proprio la Germania. Se si esce dalle suggestioni e si guarda ai dati reali, con il prezzo del petrolio sui venti dollari il potere contrattuale e di interdizione della Germania nei confronti dell’Italia e di altri Paesi europei, è attualmente azzerato. Se si considera anche la situazione del sistema bancario, si riscontra che i rapporti di forza in Europa sono addirittura invertiti rispetto a dieci anni fa. I due maggiori malati del sistema bancario europeo sono infatti tedeschi: Commerzbank e Deutsche Bank. Il maggiore azionista di Commerzbank è il governo tedesco, cosa che non ha impedito ai conti della banca di precipitare in questi anni.
Lo scorso anno è anche fallito il tentativo di fusione tra i due grandi malati del sistema bancario tedesco, poiché gli azionisti non hanno voluto saperne di sborsare soldi a sostegno dell'operazione. L’unica prospettiva a questo punto, sia per Commerzbank sia per Deutsche Bank, è il salvataggio pubblico. È vero che le regole europee non valgono per la Germania ma solo per gli altri, sarà però comunque un salvataggio costoso.

Il governo tedesco oggi non sarebbe in grado di minacciare un bel nulla ad uno Stato che decidesse l’uscita dall’euro o, più modestamente, di farsi una moneta autonoma a circolazione interna come i certificati di credito fiscale, consigliati all’Italia non solo da esperti autoctoni ma anche dall’economista americano James Kenneth Galbraith.
Non esistono motivazioni economiche per l’arroganza tedesca e per il servilismo italiano e non si tratta neppure di ricorrere alla psicologia dei popoli. Il fatto è che l’economia è solo un’utile astrazione, una valutazione delle risorse materiali e finanziarie, mentre i veri soggetti concreti in campo sono le lobby e i business. Nel momento in cui in Italia si vogliono ridefinire i rapporti di classe a spese del ceto medio da proletarizzare e depredare, è scontato che le oligarchie finanziarie italiane cerchino sponde all’estero e quindi enfatizzino la potenza della Germania davanti all’opinione pubblica italiana. Tutti i media italiani sono stati chiamati a sostenere la finzione ed anche i “trasgressivi” della rivista “Limes” sono stati riallineati per l’occasione.
Si crea una simulazione della legge del più forte e si estorce sottomissione in base a quella simulazione. All’inizio si induce l’opinione pubblica a prendersela con i cattivissimi tedeschi, salvo poi convincerla che sì, i tedeschi sono cattivi, ma che alla fin fine hanno pure ragione a non fidarsi di noi. Nel gioco rientra anche l’asse Lombardia/Baviera: davanti all’opinione pubblica del Nord la colpa di una patrimoniale potrà essere scaricata sui presunti "mantenuti" del Meridione, passando facilmente dal risentimento antitedesco ai sogni secessionisti di abbraccio con la Baviera.
Giuseppe Conte non aveva perciò alcuna necessità di andare ad umiliarsi davanti alla Merkel; era invece la Merkel ad avere bisogno di quella sceneggiata per puntellare il proprio mito traballante. Ciò non vuol dire che il Presidente del Consiglio partecipi consapevolmente alla mistificazione. A Conte si può applicare quella diceria che circola nei Palazzi di Giustizia: non c’è bisogno di dire avvocato stupido, basta dire avvocato. Conte si attiene a ciò che i suoi presunti “tecnici” gli fanno credere. Si tratta per lo più non di tecnici dell’economia ma della suggestione, cioè lobbisti esperti di pubbliche relazioni. Gli stessi media ne sono affollati.
La potenza mediatica è essa stessa una componente dei rapporti di forza e può servire a dissimulare altri punti deboli dell’assetto di potere, che altrimenti risulterebbero evidenti. La Germania non ha più un potere di ricatto ma, grazie ai media, si può far credere che ce l’abbia ancora. Da qui l’importanza dei lobbisti camuffati da economisti. Si tratta sempre della formula mediatica degli “esperti” che si atteggiano ai papà e mamma che rinfacciano al figlio quanto fa schifo lui e quanto sono bravi gli altri. Potrà funzionare finché le debolezze della Germania non risulteranno troppo evidenti.

Ringraziamo il compagno Claudio Mazzolani per la collaborazione e le segnalazioni.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


15/08/2020 @ 00:40:00
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