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"Gli errori dei poveri sono sempre crimini, mentre i crimini dei ricchi sono al massimo 'contraddizioni'."

Comidad (2010)
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 29/04/2021 @ 00:04:49, in Commentario 2021, linkato 5917 volte)
L'emergenza Covid ha giustificato l'introduzione di varie misure di controllo sociale da parte delle istituzioni ed anche casi di delazione spontanea, per cui vicini e colleghi si fanno la spia l'uno con l'altro. In Germania, dove il modello di controllo adottato ricalca quello sud-coreano, il paragone che queste misure hanno sortito nell’opinione pubblica è stato immediatamente quello della DDR e della sua famigerata polizia segreta, la Stasi.
Capita spesso che anche le critiche e i dissensi finiscano per ripiombare negli schemi del politicamente corretto. Un film tedesco del 2006 a grande diffusione, “Le vite degli altri”, ha determinato l’affermazione nell’opinione pubblica di un paradigma che individua nella DDR, la ex Germania Est, un punto di riferimento negativo, un esempio eclatante di intrusione dispotica nel privato e nell'intimo delle persone. In realtà la bistrattata DDR poteva accampare per la sua paranoia delle ragioni solide; ragioni che sarebbe arduo rintracciare nelle attuali esperienze di controllo sociale.
La Germania Est subiva una situazione del tutto anomala e inusitata, cioè la presenza sul suo territorio, anzi, nella sua stessa capitale, Berlino, di una città straniera: la scintillante metropoli-vetrina Berlino Ovest. Il ”muro” edificato dal regime della DDR nel 1961 si chiamava “Muro di Resistenza Antifascista”, e non si trattava di una resistenza contro il nulla. Non soltanto il regime della Repubblica Federale Tedesca rappresentava la continuità col regime nazista, con il predomino degli stessi potentati industriali e finanziari, ma esercitava anche, di concerto con la NATO, un’attività di destabilizzazione della società della Germania Est. Il regime tedesco orientale infatti investiva massicciamente nell'istruzione di medici e ingegneri, per poi vederli fuggire oltre confine, allettati sicuramente dalla “libertà”, ma soprattutto dai premi in denaro che il regime di Bonn corrispondeva ai transfughi. Il denaro era quindi usato come un'arma per destabilizzare un Paese povero. Il regime tedesco orientale era certamente criminale, ma non che i suoi nemici lo fossero di meno.
È d'obbligo dare sempre la colpa alle ideologie brutte e cattive; eppure, persino nei magnificati regimi democratico-liberali, il potere ha assunto connotati totalizzanti. Ogni potere abusa del proprio potere e trova nella società vari settori disposti non solo a subire l'oppressione ma anche a fornire sponda e collaborazione. I fenomeni sociali non hanno quasi mai motivazioni univoche. L’emergenzialismo è attraente per il business, ma anche per il diffuso desiderio moralistico di controllo poliziesco dei corpi e delle coscienze; e l’intreccio tra queste spinte è inestricabile quanto spesso inconsapevole.
Il mantra politicorretto che continua a celebrare la caduta del Muro come una vittoria della “libertà”, è del tutto comprensibile quando fa parte della propaganda dei media mainstream; lo è molto meno quando coinvolge anche aspiranti oppositori, i quali si trovano così indirettamente a santificare il sistema attuale. La “libertà” che la caduta del Muro vide trionfare non fu quella delle persone, bensì la libertà di circolazione dei capitali.

Uno che se ne intende di destabilizzazione, il finanziere "filantropo" George Soros, ci ha personalmente spiegato in suo articolo del 2019, scritto per celebrare la caduta del Muro, come riusciva a destabilizzare i Paesi dell'Europa Orientale anche con cifre relativamente modeste: pochi milioni di dollari, opportunamente investiti in operazioni “culturali”, assumevano un peso esorbitante nel contesto di Paesi poveri, tanto da poter superare per influenza anche l'attività dei governi. Indicato dai media come oggetto di “teorie della cospirazione”, in realtà Soros non ha mai nascosto nulla della propria attività di golpista finanziario a favore della “Società Aperta” di popperiana memoria; mentre altri suoi colleghi finanzieri sono molto più ipocriti. Società “aperta” a che cosa? Ai movimenti di capitale, ovviamente; ma forse c’è anche qualche altro aspetto che è stato trascurato, a dispetto della sua evidenza.
Il famoso saggio di Karl Popper pubblicato nel 1945 è diventato una bibbia del politicorretto, ma contiene la fregatura già nel titolo: “La società aperta e i suoi nemici”. Il titolo è tutto un programma, ed anche uno slogan funzionale sia alla guerra civile, sia alla guerra imperialistica. La “società aperta” è un piedistallo morale dal quale è possibile criminalizzare chiunque. È davvero la società ad essere “aperta”? Oppure è la caccia ad essere aperta? Questa società infatti i nemici non se li fa mancare; anzi, va addirittura a cercare e stanare i nemici della libertà ovunque si annidino, così come il discepolo di Popper, George Soros, ci insegna con la sua parola ed il suo esempio.

Nel suo articolo del 2019 Soros concentrava la propria ostilità non sui soliti bersagli immaginari e fantasmatici, come i “nazionalisti” e i “sovranisti” (ma chi sarebbero?), bensì nei confronti della Cina, considerata il nuovo super-nemico della “libertà”. Soros lamentava che gli USA all’epoca non avessero ancora usato la dipendenza dell'economia cinese dai microprocessori prodotti negli Stati Uniti come un'arma di guerra economica. L’auspicio di Soros ha però trovato conforto nell'ultimo periodo della presidenza Trump, ed ora nella presidenza Biden, per cui oggi la guerra dei microprocessori è in pieno svolgimento. In questo caso Soros non è stato né un profeta, né un messia, dato che la guerra dei microchip era stata prevista dal settimanale “The Economist” già dal 2018. Stranamente a fare le spese di questa guerra dei microchip non è solo la Cina ma l'industria di un po’ tutti i Paesi; segno che, quando si tratta di colpire i nemici, la “società aperta” è pronta a sparare nel mucchio.
 
Di comidad (del 06/05/2021 @ 00:36:30, in Commentario 2021, linkato 5882 volte)
Sino ad una decina di anni fa era frequente che commentatori, o anche comici, mettessero in parodia la locuzione “ma anche” che caratterizzava i discorsi dell’ex segretario del PD Walter Veltroni. In effetti nel “ma anche” non vi sarebbe nulla di sbagliato in sé; anzi è opportuno tenere conto di aspetti vari, di più punti di vista e istanze diverse. Un discorso però non può neanche diventare un affastellarsi di osservazioni, impressioni e suggestioni, magari tenute insieme dal filo dell’approssimazione o dei buoni sentimenti, oppure della mera arroganza intellettuale. Un discorso non si qualifica per quantità e qualità dei suoi ingredienti, bensì per le priorità che stabilisce. In base a quella priorità poi si analizza e si mette in ordine tutto il resto, altrimenti la complessità rischia di diventare un alibi per dire tutto e il contrario di tutto. Proprio perché la realtà è complessa, tanto più è necessario stabilire delle priorità per dare senso al discorso. In caso contrario le priorità saranno le scadenze dettate dal mainstream, dalla propaganda ufficiale.
Qualsiasi critica sociale che non stabilisca le sue priorità, si sfilaccia in una serie di velleità; per di più la critica sociale annulla se stessa diventando vulnerabile alla manipolazione propagandistica e quindi a quelle fittizie “emergenze” che finiscono per spiazzare tutti i buoni propositi. La critica sociale era nata invece sull’evidenza del divario tra ricchi e poveri, quindi sulla questione della redistribuzione del reddito. Non basta che nel discorso ci sia “anche” il riferimento al divario tra ricchi e poveri ed alla questione della redistribuzione del reddito, e non conta quanto pathos ci si mette; o il tema della redistribuzione del reddito viene individuato come la priorità, oppure il discorso si porrà sullo stesso piano delle omelie domenicali del papa, che spesso creano l'illusione che il “più a sinistra” di tutti sia lui. Tutti sono buoni a spremere la lacrimuccia sui poveri o a riconoscere che il lavoro è mal pagato, salvo poi rimandare il tutto a tempi migliori o all'avverarsi di certe condizioni, come i mitici “investimenti”.
La quota salari rappresenta perciò un preciso e concreto indicatore, una lancetta, che mette in rilievo il grado di gerarchizzazione e discriminazione sociale, e persino antropologica, poiché, quando il divario di reddito diventa abissale, è facile che i ricchi si percepiscano come una razza a parte. In base a quell’indicatore del reddito potranno essere valutati altri indicatori. Più scende la lancetta della quota salari, più saliranno altre lancette: ovviamente quella del reddito dei ricchi, ed anche quella che indica la quantità di menzogne necessaria per dissimulare i motivi della compressione del reddito dei più poveri. Per i poveri il loro redditometro rappresenta un criterio attendibile, un principio di realtà, con cui valutare il grado di menzogna di un sistema di potere.

Tutti i poteri mentono, ma il tasso di menzogna deve salire ogni volta che scende la quota del reddito dei poveri. Si potrebbe dire che esiste una connessione, un rapporto inversamente proporzionale, tra il redditometro e il cazzatometro: meno soldi ti danno, più cazzate ti devono raccontare per giustificarlo. La deflazione dei salari implica necessariamente l’inflazione dei cazzari, cioè dei narratori di fiabe o dei somministratori di psicodrammi (ogni riferimento al Recovery Fund o all'altrettanto fumoso “PNRR” del governo Draghi è puramente casuale).
Dalla quota salari è anche possibile capire quale lobby capitalistica stia prevalendo in un determinato momento. Salari sempre più bassi e disoccupazione sempre più estesa indicano la prevalenza della lobby dei creditori, cioè di quei gruppi finanziari che hanno il preciso interesse a scongiurare qualsiasi prospettiva inflazionistica pur di preservare il valore della moneta e quindi dei loro crediti. In questo quadro si spiegano anche i processi di deindustrializzazione e la distruzione delle reti distributive a base familiare. Il principale fattore inflazionistico infatti non è rappresentato dai salari ma dall'importazione di materie prime necessarie alla produzione. Paradossalmente il sistema certo per avere una bilancia commerciale in attivo, non è esportare di più ma importare meno materie prime, cioè deindustrializzare. Dal governo Monti in poi, l'Italia ne sa qualcosa.

La quota salari è in diretta relazione con tutta un'altra serie di fenomeni sociali e politici. Il dato che la lancetta del reddito da lavoro tende sempre più al basso, è un indizio anche sull’assetto dei rapporti internazionali e del livello di ingerenza imperialistica. Per comprimere i salari, le oligarchie locali hanno infatti bisogno di protezioni e tutele da parte di potenze straniere e di istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea. La diceria secondo cui il FMI e l’UE avrebbero abbandonato il dogma dell'austerità, rientra appunto in quelle fiabe funzionali a spostare le attese dei salariati, e dei poveri in genere, ad un indeterminato futuro. In realtà la deflazione salariale rappresenta la vera ragione sociale di quelle istituzioni sovranazionali ed il motivo per cui le oligarchie locali le adottano come sponda. L’imperialismo perciò non va inquadrato come scontro tra nazioni, ma come espressione dello scontro di classe interno, e ciò spiega il fenomeno dell'autocolonialismo, cioè della ricerca di vincoli esterni da parte dell'oligarchia italiana.

Ringraziamo Claudio Mazzolani per la collaborazione
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


16/10/2021 @ 10:53:57
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