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"Il Congresso nega nel principio il diritto legislativo" "In nessun caso la maggioranza di qualsiasi Congresso potrà imporre le sue decisioni alla minoranza"

Congresso Antiautoritario Internazionale di Saint Imier, 1872
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 09/06/2022 @ 00:09:20, in Commentario 2022, linkato 6525 volte)
Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha dichiarato che il cosiddetto Reddito di Cittadinanza fa concorrenza ai salari e quindi disincentiva al lavoro. La risposta del segretario della CGIL, Maurizio Landini, si è mossa su percorsi ovvi, invitando gli industriali a pagare di più i lavoratori. Mancava nella risposta di Landini un’altra osservazione, altrettanto ovvia, ma più decisiva, e cioè perché faccia tanto scandalo una minima forma di assistenza per i poveri, e non ci si scandalizzi invece, per il sistema delle sovvenzioni statali alle imprese, che, tra l’altro, comporta molti più abusi e ruberie di quelli imputati al reddito di cittadinanza.
Sarebbe ora infatti di occuparsi di quello che viene correttamente chiamato il “liberismo reale”, che non è affatto una libera competizione in un mitico “mercato”, bensì una prassi consolidata di assistenzialismo per ricchi. Il sedicente liberismo, o presunto neoliberismo, è avvolto di leggende mediatiche e anche di icone, che ciascuno può interpretare in chiave positiva o negativa, a patto di rimanere nell’ambito della disinformazione e della falsificazione dei dati di fatto.
L’eroina del neoliberismo per antonomasia, il primo ministro britannico Margaret Thatcher, è passata alla Storia per aver “diminuito le tasse”. Per fortuna oggi c’è internet, quindi si può anche non dipendere dai giornalisti, ma consultare direttamente le fonti. Sul sito della Fondazione Margaret Thatcher si può accedere all’archivio sull’attività di governo della presunta “Lady di Ferro”, dove si scopre che effettivamente la Thatcher ha diminuito drasticamente l’imposizione fiscale diretta sulle persone fisiche e sulle aziende, ma compensandola con un aumento della fiscalità indiretta, come l’IVA e le accise sulla benzina. Non c’è stata perciò nessuna diminuzione del carico fiscale complessivo, semmai un trasferimento di risorse fiscali dai poveri ai ricchi, poiché le tasse sui consumi colpiscono i redditi più bassi. Gli agi che si regalano i ricchi (automobili, viaggi, ville, yacht, eccetera) vengono invece caricati sui bilanci delle loro aziende o dei loro studi professionali come spese di rappresentanza.
Non è dunque vero che il liberismo comporti diminuzione delle tasse, bensì esclusivamente la diminuzione delle tasse ai ricchi, finanziata con un aumento della tassazione sui poveri. L’aneddotica agiografica narra che la Thatcher abbia dotato gli uffici pubblici di cartelli su cui era scritto: “Non esiste il denaro pubblico ma il denaro del contribuente”. Per essere più precisa la signora avrebbe dovuto chiarire che si tratta dei contribuenti poveri, e che è la fiscalità che grava sui poveri la gallina dalle uova d’oro su cui si regge il cosiddetto capitalismo.

I lavoratori sono spesso costretti ad usare l’automobile perché il sistema del trasporto pubblico è insufficiente, per cui le accise sulla benzina si configurano come una vera e propria tassa sul lavoro. Nel “paradiso fiscale” britannico (paradiso per i soli ricchi) le accise sulla benzina sono aumentate costantemente sino a toccare un tetto nel 2000, per poi calare leggermente dal 2011, anno dal quale, almeno nel Regno Unito, si è registrata una piccola inversione di tendenza, ma comunque con un carico fiscale sempre elevato.
Con il nobile pretesto della transizione ecologica, non solo i governi italiani, ma anche i governi britannici sovvenzionano con denaro pubblico le ristrutturazioni industriali delle imprese private. Il politicamente eco-corretto si risolve in prelievo fiscale sui consumi energetici dei poveri per finanziare le imprese private, che così vedono anche lievitare artificiosamente il valore dei loro titoli in Borsa. Tutto questo viene attuato nel Regno Unito da governi conservatori e “liberisti”, mentre alle “sinistre” si lascia il compito pedagogico di denunciare e stigmatizzare un “individualismo thatcheriano” mai esistito; ciò per impedire lo sconcio che i poveri cadano nell’egoistica pretesa di fare i propri interessi. La cosiddetta “sinistra” svolge una funzione di pulizia morale, anzi di polizia morale, nei confronti dei poveri.
Maurizio Landini ha anche lanciato la proposta di una tassazione sulle rendite finanziarie per finanziare gli sgravi fiscali sul lavoro. Proposte del genere sono un ottimo espediente per spaventare il ceto medio ed avviare la consueta recita elettorale tra “sinistra pro-tasse” e “destra anti-tasse”. Ma non era stato proprio un governo di centrodestra a inventare Equitalia nel 2005? Tutto dimenticato, perché l’importante è il gioco delle parti.
Il falso presupposto di “sinistra” è la fiaba che le tasse servano a finanziare i servizi pubblici, mentre nella realtà gran parte della spesa pubblica va in sovvenzioni alle imprese, che in questi anni hanno alimentato bolle speculative in Borsa sui titoli che in Italia chiamiamo “verdi” e che nel gergo finanziario sono indicati con la sigla ESG. Già prima della guerra in Ucraina si registravano i segnali di uno sgonfiamento della bolla speculativa, ma la guerra ha ovviamente accelerato il processo.
Sennonché si scopre che proprio i gruppi finanziari come Blackrock, quelli che determinarono la bolla pseudo-green, anche con il loro pressante lobbying sui governi, hanno però tranquillamente continuato a detenere enormi quantità di titoli di multinazionali di combustibili fossili, compreso il prima vituperato carbone, oggi riabilitato a causa dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio. Che i titoli ESG avessero il fiato cortissimo, era evidente per Blackrock, che però ci ha potuto ugualmente speculare per anni a spese del contribuente povero. Se la magistratura non fosse composta a sua volta da lobbisti, ci sarebbero tutti gli estremi per imputare Blackrock, e i suoi complici nei vari governi, di tutta una serie di frodi finanziarie. Ma chi denuncia i reati dei poveri passa da legalitario, mentre chi denuncia i reati dei ricchi, passa da complottista.
 
Di comidad (del 02/06/2022 @ 00:28:52, in Commentario 2022, linkato 6244 volte)
In un articolo dello scorso anno pubblicato dalla Cambridge University Press, si osservava che Paesi scandinavi come la Norvegia e la Svezia stavano riposizionando la loro immagine di Paesi pacifici, partecipando attivamente alla guerra in Afghanistan. La Norvegia risulta tra i soci fondatori della NATO, perciò quell’immagine di Paese pacifico era sicuramente usurpata. L’aspetto più strano riguarda però la Svezia, che, all’ombra di un presunto status di neutralità, ha sviluppato una partnership con la NATO,  partecipando a missioni militari in Kosovo e Libia, oltre che in Afghanistan. Nell’articolo si avviava una riflessione sull’ambiguità di nozioni come “guerra umanitaria” e “peace keeping”, che hanno consentito a piccoli Stati di riciclarsi in chiave militarista.
A questo punto la questione è se esistano davvero in Europa Paesi neutrali. Svezia e Finlandia sono partner della NATO dal 1994, ma si trovano coinvolti in quel tipo di partnership anche Paesi del tutto insospettabili, come ad esempio l’Austria, il cui status di assoluta neutralità sarebbe sancito addirittura dagli accordi presi alla fine della seconda guerra mondiale. Ma l’anno scorso l’Austria ha rinnovato un accordo per precisare i suoi già pluridecennali rapporti di partnership con la NATO. La fonte della notizia non è Sputnik News ma l’insospettabile sito della NATO. La partnership con la NATO non è membership, ma, al di là della distinzione più o meno cavillosa, ha senso parlare ancora di un’Austria neutrale?
Le cose non vanno molto meglio se si va ad osservare la situazione di un altro Paese che sarebbe ufficialmente neutrale: l’Irlanda. Sebbene il suo grado di coinvolgimento in operazioni militari congiunte sia minore rispetto a quello della Svezia e dell’Austria, neppure Dublino è sfuggita alla stipula di accordi di partnership con la NATO, la quale peraltro proclama di rispettare lo status di neutralità dell’Irlanda. Sei neutrale, ma intanto collabora con noi. Ancora una volta la fonte è il sito della NATO, quello che nessuno consulta prima di lanciarsi in digressioni storico-strategiche del tutto infondate.
Qualcuno potrebbe pensare che, meno male, però di neutrale c’è rimasta la Svizzera, il Paese neutrale per antonomasia. Magari uno si aspetta di trovare i soldati svizzeri solo in Vaticano. Macché! Persino la Svizzera è un partner della NATO dalla fine degli anni ’90. Troviamo infatti la Svizzera in cooperazione con la NATO in Kosovo. Ma nei Balcani ci poteva ancora essere la foglia di fico dell’ONU, mentre le vergogne si rivelano tutte allorché il sito della NATO ci informa che la Svizzera ha candidamente partecipato persino ad operazioni militari in Afghanistan. Gli Svizzeri non combattono ancora con le alabarde, anzi, possono vantare un esercito iper-tecnologico ed efficiente, per cui evidentemente il loro contributo deve essere stato decisivo nella “vittoria” del Sacro Occidente sull’oscurantismo talebano. O no?

La fine della guerra fredda e la dissoluzione dell’equilibrio di potenza tra USA e URSS hanno di fatto distrutto tutte le condizioni per le quali alcuni Paesi potevano mantenere lo status di neutralità. Quando la NATO è diventata l’unico padrone del campo, tutti gli staterelli neutrali si sono adattati al nuovo ruolo di vassalli, cercando di ricavarne il massimo in termini di affari, dato che la NATO è soprattutto una cordata di business e di lobby. C’è da dubitare che dietro l’espansione della NATO e della sua macchina di affari ci sia qualcosa di simile ad una direzione strategica, per cui è più realistico ritenere che i governi si siano semplicemente adattati alla corrente. Probabilmente non ci si è mai neppure posti il problema di credere o meno al NATO-telling, dato che negli anni ’90 certi flirt atlantisti sembravano innocui e senza conseguenze. Ma già nel 1999, con l’aggressione della NATO alla Serbia, si sarebbe dovuto capire che non si trattava di semplici marchette, bensì di un’attrazione fatale. D’altra parte occorre pur ricordare che, proprio con la guerra del ’99, si manifestarono le prime pulsioni interventiste anche in parte della cosiddetta sinistra antagonista.
La Svizzera però ci tiene a farci sapere che collabora con la NATO, ma da Paese neutrale. Si cerca persino di farci credere che la neutralità della Svizzera rifulga maggiormente proprio in virtù della collaborazione con la NATO. Si potrebbe raccontarci che la partnership è una forma di alleanza limitata a certe condizioni particolari, ma spacciarla per neutralità è veramente grossa. Mal comune, mezzo gaudio. Non sono soltanto i governi italiani a prendere sistematicamente per i fondelli i propri cittadini, ma lo fanno anche i governi svizzeri, che da decenni continuano a far credere ai propri ignari cittadini di preservare la storica neutralità svizzera.
Gli schemi narratologici del Sacro Occidente sono allestiti in modo da fagocitare spesso anche coloro che vorrebbero tenere una posizione critica. Ci si rappresenta uno scenario di azioni e reazioni, come in un gioco da tavolo, per cui, di fronte ai soprusi del dittatore di turno, il Sacro Occidente dapprima si mostra confuso, perché si sa che la guerra gli ripugna, ma poi si compatta per difendere i propri valori. Questo falso scenario crea l’illusione di un “dibattito” e quindi anche la chimerica prospettiva di poter incidere in qualche misura nelle decisioni da prendere. In realtà più spesso la quotidianità è composta di automatismi, e ciò che ci viene presentato come novità, può essere solo la manifestazione evidente di quanto accaduto vari decenni prima, come nel caso della rinuncia alla “neutralità” di Svezia e Finlandia già nel 1994. Per questo motivo anche eventuali uscite di altri Paesi dalla “neutralità”, che potrebbero esserci rappresentate in futuro dal mainstream come sconvolgenti novità, o come eventi epocali, dovranno essere invece drasticamente ridimensionate nella loro effettiva importanza. D’altra parte il mainstream è potente proprio perché è il mainstream, perciò ci si adatta al sentito dire non perché ci si creda, ma solo per non rimanere tagliati fuori.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


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