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""Napoli" è una di quelle parole chiave della comunicazione, in grado di attivare nel pubblico un'attenzione talmente malevola da congedare ogni senso critico, per cui tutto risulta credibile."

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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 06/10/2022 @ 00:10:23, in Commentario 2022, linkato 6317 volte)
La futilità è una categoria dello spirito ampiamente sottovalutata. Magari si pensa che ci si sarebbe potuto risparmiare almeno la mamma della Meloni, come se la figlia non fosse già d’avanzo; invece è stata un’esperienza istruttiva. L’augusta genitrice ci ha infatti intrattenuto sulla sua filosofia, così riassumibile: “li poveri nun deveno magnà, se no nun lavoreno”. Nel pacchetto-Meloni non poteva mancare l’ingrediente dell’esibizionismo parentale, dato che il prodotto OGM di finta alternativa era stato in gran parte confezionato nel laboratorio/salottino di Bruno Vespa, mescolando la canzone “Semo gente de borgata” dei Vianella e Califano con l’inno dei marines.
Non sarebbe però corretto concludere che il partito della Meloni abbia subìto un tale bagno neoliberista e mediatico da non avere più nulla a che vedere con la tradizionale “destra sociale” del MSI. In realtà lo stile è ancora quello. Negli ultimi settanta anni Roma è stata la roccaforte del nostalgismo fascista a base popolare. La retorica “der popolo” è stata ovviamente declinata in senso favorevole all’establishment. In parte ciò è stato dovuto ad un meccanismo scontato: da sempre infatti la pratica della violenza ha rappresentato un ascensore sociale per le classi subalterne, sia con le carriere istituzionali di poliziotto o carabiniere, sia con le opportunità illegali dei mestieri di mazziere o campiere; per cui si riscontrava (e tuttora si riscontra) questa affinità ideologica ed elettorale tra esponenti delle “forze dell’ordine” e gli esattori della malavita, che spesso sono anche confidenti della stessa polizia. Ma non si può ignorare che il nostalgismo fascista ha spesso avuto anche i suoi percorsi del tutto idealistici e disinteressati, cioè una sincera mistica del popolo, che si risolveva comunque in un’involontaria, quanto inevitabile, mistica dell’establishment. Ciò che conosciamo come “popolo” è infatti in gran parte un prodotto dell’oppressione, perciò si finisce per identificare le virtù popolari proprio nelle fittizie “gabbie valoriali” imposte da quello stesso establishment che poi le scredita: la mamma, la patria, la bandiera, ed anche il dovere del lavoro. Non per niente la Meloni ha innalzato a proprio vessillo la “lotta all’assistenzialismo” ed è stata investita (almeno mediaticamente, visto che il governo lo fa Mattarella) della “missione” di compiere questa ennesima vendetta dell’establishment nei confronti dei subalterni. Ciò le procura il plauso di Confindustria e degli opinion leader, ma pone anche in evidenza come tutta l’operazione Meloni abbia il fiato cortissimo, dato che “er popolo” a riguardo è molto più sgamato di quanto si creda. Oggi nessun disoccupato è più disposto a digerire il fatto che i soldi pubblici siano riservati esclusivamente agli Elkann ed ai Benetton. Probabilmente la consapevolezza teorica del carattere intrinsecamente assistito del capitalismo mancherà ancora per molto tempo. Ma, visto che esiste l’evidenza empirica di questo enorme (e sputtanatissimo) assistenzialismo per ricchi, sarà difficile convincere che non possa esserci anche un po’ di assistenzialismo per poveri. Ammesso poi che sia vero che il reddito di cittadinanza scoraggi dal cercare lavoro, ciò non sarebbe affatto negativo, poiché se i lavoratori si facessero ancora più concorrenza sui pochi posti disponibili il livello dei salari crollerebbe sotto terra.

La parziale resurrezione elettorale dei 5 Stelle in versione Conte è stata certamente dovuta al fatto di aver saputo superare le squallide ipocrisie costruite sul concetto di assistenzialismo, secondo le quali bisognerebbe vergognarsi di ricevere i seicento euro di sussidio del RdC, mentre sarebbero da santificare i regali statali da decine di miliardi che vanno a beneficio dei finti industriali che stanno già delocalizzando quel poco di produzione che era ancora rimasto in Italia. Moralismi meschini dello stesso tenore sono stati riservati anche all’altra misura economica voluta dai 5 Stelle, cioè il superbonus edile, al quale è stato rimproverato di essere diventato una sorta di moneta fiscale. Ma il 6% in più di PIL spinto dal superbonus è stato proprio dovuto al fatto di aver creato un nuovo mezzo di pagamento. Se uno Stato in difficoltà finanziaria, invece di indebitarsi, usasse il credito fiscale per pagare i suoi fornitori, ciò sarebbe un bene per l’economia, ma non per le multinazionali delle finanza, che sono quelle che contano e che possono permettersi di fare la morale ai comuni mortali. Il denaro compra i tanti pronti a vendersi, ma riesce a suggestionare anche tutti quegli altri che non sarebbero disposti a farsi comprare.

A molti è piaciuto questo Giuseppe Conte che ha saputo contrastare dialetticamente le ipocrisie dell’establishment, ed è anche riuscito in parte a dissociarsi dalla retorica bellicistica. Il problema è che nel 2020 abbiamo visto un Conte in una versione un po’ più inquietante. Il suo governo fu preso inizialmente in contropiede dall’emergenza Covid, enfatizzata pretestuosamente da Attilio Fontana e soci in funzione del protagonismo della Lombardia e del creare fatti compiuti nel senso dell’autonomia differenziata. Ma Conte poi ha fatto propria quell’emergenza pandemica e l’ha trasformata in un vero e proprio percorso di “grandeur” dell’Italietta, assurta ad esempio e lume per il mondo. Conte ha usato il lockdown come un’esibizione, come uno spettacolo di disciplina patriottica delle masse italiche in modo da estorcere l’ammirazione del pubblico internazionale. Dopo aver determinato un crollo del PIL a livelli da guerra mondiale, lo stesso Conte ha trovato anche la magica soluzione, la palingenesi, per risollevare le sorti dell’Italietta e dell’Europetta tutta: il mitico e rigenerante Recovery Fund, o Next Generation EU.
Il lockdown del 2020 trova ancora tantissimi sostenitori, i quali non esitano a dichiarare che, con quella scelta, Conte avrebbe evitato milioni di morti. Qualcuno però dovrebbe spiegarci come mai nello stesso anno, il 2020, un Paese come la Bielorussia non ha adottato nessun lockdown e non abbia per questo registrato un aumento della mortalità. Anzi, nello stesso periodo i media ci narravano entusiasticamente degli oltre cento giorni di manifestazioni di piazza contro il presidente Lukashenko, il cattivissimo dittatore così inviso al Sacro Occidente. Visto che i manifestanti di Minsk lottavano per la democrazia occidentale, evidentemente il Covid li risparmiava.
Quando si dice che la politica nostrana è soggetta ai dettami della NATO e della UE, si afferma una cosa sicuramente vera ma anche incompleta. I protagonismi della politica possono impadronirsi dell’emergenzialismo e gestirlo in proprio, e quindi accelerare processi che avrebbero richiesto ben altri tempi. A Conte va sicuramente il “merito” di aver contribuito a costruire la tenaglia tra l’emergenza Covid e la palingenesi del Recovery Fund. Il disastro economico e l’euforia nazionalistica del lockdown hanno poi giustificato la sottomissione salvifica ad una serie di debiti e vincoli esterni.
I lockdown hanno contribuito notevolmente anche all’attuale crisi energetica, poiché si è verificato dapprima un crollo dei prezzi delle materie prime e poi una loro rapida risalita non appena la produzione è ripresa; e, in un mercato delle materie prime iper-finanziarizzato, ciò ha favorito enormemente la speculazione. Conte dovrebbe spiegarci come mai nel 2020 il suo governo non abbia approfittato del crollo dei prezzi del petrolio e del gas per assicurarsi delle scorte. Oppure queste scorte sono state fatte e ora ci si sta vendendo a trecento ciò che è stato comprato a venti?
Molti se la prendono, giustamente, con l’imperialismo americano che ci impone una disciplina energetica in funzione dei suoi interessi. Senza la rappresentazione mediatica della guerra in Ucraina, gli USA non riuscirebbero a bloccare l’export russo e ad imporci il loro antieconomico gas di scisto. Ma è anche vero che l’imperialismo è una strada a due sensi, per cui l’oligarchia nostrana desidera e invoca i vincoli euro-atlantici, che rappresentano il pretesto e la sponda su cui realizzare la sua vera priorità, cioè la vendetta contro i propri sudditi. Quando Padoa Schioppa buonanima ci parlava della riscoperta della “durezza del vivere”, intendeva che era ora di regolare i conti con il ceto medio, che, negli anni della guerra fredda, era stato fatto espandere troppo in funzione anticomunista, sino ad assorbire molti settori operai del Centro-Nord. Si tratta adesso di usare lo strumento fiscale e tariffario per trasferire altra ricchezza verso la finanza, per cui le bollette e la probabile patrimoniale sono l’arma, l’atlantismo e l’europeismo sono l’alibi, mentre i bersagli e le vittime sono le casette e i risparmiucci.
 
Di comidad (del 13/10/2022 @ 00:20:30, in Commentario 2022, linkato 6375 volte)
Michel Foucault oggi non avrebbe nessuna difficoltà a spiegare che il potere non va affrontato con concetti antidiluviani come la sovranità o la legittimità, bensì analizzandolo in base alla rete dei cosiddetti “saperi” che regolano la società. Anzi, forse lo stesso Foucault sarebbe sconcertato dai toni troppo vistosi, di auto-parodia, che il fenomeno ha assunto. Ad esempio in Italia una Presidentessa del Consiglio in pectore prende a calci i propri collaboratori ed alleati, per andare a caccia di “competenti”, di “tecnici di alto profilo” da nominare ministri nel suo governo. Andando poi a vedere in cosa effettivamente consiste il crisma dei detentori di “saperi”, ci si accorge che si tratta di conflitti di interesse: sei “competente” perché hai le mani in pasta sia nel pubblico, sia nel privato. I “saperi” sono l’ideologia, la falsa coscienza, ma anche la mappa, di questo intreccio di interessi e di porte girevoli tra potere accademico, potere politico e potere finanziario. Insomma, la parola “tecnico” si traduce in linguaggio concreto come “lobbista”.
Certo, la Meloni è soggetta alla “democrazia del preside”, come i rappresentanti degli studenti nei Consigli di Istituto. Lo scrittore Kurt Vonnegut fu il primo a notare che la democrazia scolastica mostra risvolti inquietanti in grado di illustrarci i meccanismi della  democrazia tout court. Vediamo così il “preside” Mattarella che protegge la Meloni ed incarica il “vicepreside” (Bruno Vespa) di accreditarla e darle importanza davanti agli studenti/elettori. Ecco perciò una Meloni allevata dai potenti che, al tempo stesso, euforizza le masse con i suoi toni da esaltata. Ma, volendo essere realistici, siamo certi che un governo tutto politico cambierebbe qualcosa?
Il ruolo della politica dovrebbe essere quello di scongiurare le emergenze, evitando anzitutto di alimentarle e ponendo invece le basi di un riequilibrio sociale ed istituzionale. In termini pratici oggi ciò significherebbe non imporre razionamenti e nazionalizzare nuovamente l’ENI e l’ENEL. Le scelte da assumere non sono difficili da capire, anche se sarebbero difficilissime da attuare. Già si rischiano scie di cadaveri poiché si approssimano le nomine dei CEO e dei presidenti delle aziende a partecipazione statale, come ENI; ENEL e Finmeccanica/Leonardo; figuriamoci cosa potrebbe accadere se si ventilasse un’ipotesi di nazionalizzazione. D’altra parte ormai i rischi sono ovunque e lo stesso razionamento potrebbe rivelarsi un’avventura senza ritorno persino per chi se lo augura per specularci. Il problema è che negli anni scorsi abbiamo visto politici come Conte o Speranza assumere il ruolo di lobbisti, magari improvvisati e “amatoriali”, ma molto più attivi ed entusiasti dei lobbisti di mestiere. Nell’epoca della lobbycrazia predatoria (o cleptocrazia lobbistica) la politica non è un luogo decisionale autonomo, bensì una sponda ed un acceleratore del lobbying, ed in questa opera di rilancio e rimbalzo si dimostra persino più creativa e zelante dei lobbisti col regolare pedigree della carriera nel Fondo Monetario Internazionale.

Il punto è che il lobbying non è un’attività distinta e separata, il lobbying siamo noi, siamo lobbisti in quanto “occidentali”, per noi fare lobbying è come respirare, non ce ne rendiamo più nemmeno conto. Cos’è il Sacro Occidente? È una fabbrica di pericoli che ci minacciano, di dittatori che vogliono distruggerci, di catastrofi che incombono, cioè una macchina emergenziale, un grande “war business” basato su guerre reali o metaforiche, come la guerra ai virus. Dire che sei “occidentale” è come dire che sei un drogato di emergenza. Il mondo oscuro e mostruoso che alligna al di fuori del Sacro Occidente, è il luogo dove si generano le minacce. Ma anche all’interno del Sacro Occidente possono aprirsi oscure voragini da cui emergono mostruose creature come i no-vax o i tassisti. Invariabilmente però le minacce veicolano affari e gonfiano titoli in Borsa. Magari ci arriva su WhatsApp un video che narra della tale emergenza o della nefandezza di questo o quel regime, e subito lo rilanciamo; crediamo che il nostro sia impegno civile, mentre in effetti stiamo facendo lobbying anche noi. Federico Rampini ammonisce gli “occidentali” di non farsi venire sensi di colpa, ma in effetti qui non si tratta di sentirsi colpevoli, semmai di sentirsi presi per i fondelli da lobbisti che ti derubano e, al tempo stesso, ti fanno lavorare gratis per loro.
Lo status di “occidentali” ci fornisce però il privilegio di un piedistallo morale dall’alto del quale giudicare gli altri, ed anche questa è una droga a cui sarebbe arduo rinunciare. C’è poi l’imbecille professionista che cerca di ricondurre il miscredente al politicamente corretto, ed è pronto ad ammonirci di non essere indulgenti con i nemici del Sacro Occidente, di non cadere nella tentazione di considerare il nemico del mio nemico come nostro amico. Si tratta di capire però se questi nemici esistono davvero, cioè se la paranoia occidentalista abbia un riscontro oppure sia del tutto strumentale. Dove sarebbero infatti queste sfide ideologiche ed alternative di sistema nei confronti del Sacro Occidente?

Anche nei Paesi più oscurantisti splende infatti il lume del business, e questo lume è tenuto acceso dal Sacro Occidente. Tra gli azionisti della multinazionale russa Gazprom ci sono non soltanto i soliti Blackrock e Vanguard Group, ma anche il fondo di investimento del governo norvegese, Norges Bank. La Norvegia è il Paese che ha espresso l’attuale segretario della NATO Stoltenberg, quello che, secondo il generale Tricarico, straparla e butta benzina sul fuoco senza che ci siano state consultazioni o decisioni comuni tra gli “alleati”. La Norvegia è il Paese europeo che oggi trae i maggiori vantaggi dalla crisi del gas, ma non ha mai cessato di trarre profitti anche dai rapporti con la Russia, persino nel periodo dell’inasprimento delle sanzioni dal 2014 in poi.
Un altro “nemico” che è fatto oggetto di ossessiva narrativa mediatica è l’Iran. Ma davvero è un progresso credere ad Enrico Mentana invece che a Maometto? Potremmo pensare che gli eventi narrati ed i relativi tafferugli siano autentici, se davvero l’Iran fosse questo regime puro, duro e tradizionalista che ci viene presentato. Le “rivoluzioni arancioni” sono fabbricate dalle ONG, ed altre ONG dei diritti umani si fanno carico della narrativa a riguardo; ma l’Iran continua ad essere un paradiso di queste organizzazioni, che sono un notevole veicolo del traffico internazionale di capitali. ONG e fondazioni non profit sono un modo per fare business all’ombra degli ideali e, dovunque si insediano creano una rete di interessi; inoltre reclutano manovalanza e quindi creano dipendenza economica in settori poveri della popolazione. Secondo uno studio (peraltro dai toni entusiastici e promozionali) elaborato dall’Università di Teheran la crisi del Covid è stata affrontata attraverso la collaborazione del governo con le ONG. C’è persino tutta una “sinergia” tra ONG iraniane e straniere. Insomma, anche se i vaccini sono stati pochi in Iran, i business legati al Covid non sono mancati.
Le ONG occidentali sono presenti in Iran da decenni. Già all’inizio degli anni 2000 se ne calcolavano novantadue soltanto tra quelle del Regno Unito, un Paese che ufficialmente è uno dei più ostili all’Iran. In altri termini, il Sacro Occidente può permettersi di essere così aggressivo proprio perché non deve temere sfide ideologiche e modelli alternativi al sistema lobbistico/cleptocratico.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


28/02/2024 @ 23:12:32
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