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"Se la pace fosse un valore in sé, allora chi resistesse all'aggressore, anche opponendosi in modo non violento, sarebbe colpevole di lesa pace quanto l'aggressore stesso. Perciò il pacifismo è impotente contro la prepotenza colonialistica che consiste nel fomentare conflitti locali, per poi presentarsi come pacificatrice."

Comidad
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 20/10/2022 @ 00:03:35, in Commentario 2022, linkato 6212 volte)
Il linguaggio è considerato una caratteristica tipicamente umana ed un’attività consapevole, mentre in effetti presenta molti aspetti di automatismo. Una delle tecniche più consolidate con cui le parole impongono la loro tirannia, è la coppia semantica, cioè un accostamento di due termini che si trasferiscono significato l’uno con l’altro. La coppia semantica rende superflua la dimostrazione; anzi, argomentare diventa persino disdicevole, come se si aprisse il varco alla discussione sull’indiscutibile. Coppie semantiche storiche, ed ormai codificate e santificate, sono quelle di “libertà-Occidente” e di “dispotismo-Oriente”, attraverso le quali filtrare e banalizzare tutte le vicende dello scontro imperialistico. Un’altra coppia semantica consolidata è “giudizio-mercati”, che serve a delimitare il recinto effettivo delle libertà occidentali, poiché alla fine conta solo il “giudizio dei mercati”, ovvero di chi controlla i soldi. A differenza del giudizio elettorale, che è emotivo ed episodico, il giudizio dei mercati sovrintende costantemente alle azioni umane con l’alone del divino.
Il politicamente corretto passa quindi per una trasformazione del lessico ed un suo adattamento alle esigenze della gestione del potere. Una delle piccole ma significative varianti introdotte di recente, riguarda la composizione sociale. La coppia semantica che regna sovrana nella comunicazione corrente è: “famiglie e imprese”.
- Il nuovo governo si occuperà di famiglie e imprese;
- l’opposizione chiede più attenzione a famiglie e imprese;
- ci sono richieste che arrivano da famiglie e imprese;
Il mantra è diventato così invasivo che, se si eliminassero questi due termini dalla comunicazione televisiva, forse dovrebbe chiudere qualche canale. Ad onor del vero, va segnalato qualche tentativo sperimentale d’avanguardia (cittadini e imprese), o qualche sprazzo di fantasiosa originalità (imprese e famiglie, come dice Confindustria). La locuzione “famiglie e imprese” non fa parte soltanto del lessico politico e giornalistico, ma è assurta addirittura all’Olimpo dei “saperi” che regolano la società. Sul proprio sito la Banca d’Italia pubblica una “indagine su famiglie e imprese”. In Banca d’Italia non ci sono soltanto valenti scienziati economici e sociali, ma anche illustri poeti; infatti l’accostamento dei due termini crea suggestive catene di significati, per cui le immagini familiari di bimbi frignanti e nonnetti agonizzanti balenano nell’inconscio degli ascoltatori mentre Confindustria illustra i suoi desiderata per imprese e famiglie. Al confronto di tanta potenza evocativa e simbolica, persino Giovanni Pascoli ci farebbe la figura del poetastro dilettante.
Sono invece in seria difficoltà termini come “lavoratori”, o persino locuzioni come “ceti produttivi” (che pure una volta andava per la maggiore), a causa del loro intrinseco valore divisivo, e quindi da usare sempre meno. Davvero difficile ricorrere al termine “operaio”, che suona ormai piuttosto volgare e inopportuno, se non nel caso delle morti sul lavoro. La combattiva CGIL parla di “mondo del lavoro” (non divisivo), evitando il termine “lavoratori”, e facendo intendere che nel lavoro sono inclusi gli imprenditori. Il termine “disoccupati” va usato con estrema parsimonia, altrimenti denoterebbe un atteggiamento visceralmente negativo, ed anche corrivo nei confronti dei percettori del reddito di cittadinanza che scansano le innumerevoli offerte di lavoro che gli piovono addosso da ogni parte. Persino il compagno Fratoianni preferisce parlare di famiglie e imprese.

La coppia semantica “famiglie e imprese” è rassicurante e non divisiva, un tempo si sarebbe detto interclassista. Ci permette di capire che la famiglia di Benetton e quella di un immigrato hanno lo stesso bisogno di aiuto; che Amazon deve essere aiutata quanto e più di chi consegna le pizze a domicilio. L’idea che non ci sia contrasto di interessi tra ricchi e poveri, tra servi e padroni, tra sfruttati e sfruttatori, viene propagata da sempre negli USA; è lì infatti che è nata l’idea di organizzare la società intorno alla figura del “consumatore”, è lì che nascono le prime associazioni per la difesa del consumatore e le relative riviste, ormai diffusissime anche da noi. Il governo si fa carico di riconoscere e tutelare le associazioni dei consumatori, inquadrandole in appositi elenchi ufficiali.
La soggettività viene ricomposta nella capacità d’acquisto individuale; i bisogni indotti e l’istigazione al consumo, messi in atto da una pubblicità onnipresente, completano il quadro. La scomparsa o il ridimensionamento dei cosiddetti corpi intermedi come i sindacati e i partiti, rende praticamente inutilizzabile il termine classe, e quindi non ha più senso parlare di “lotta di classe”, anche se i ricchi ovviamente continuano a farla; ma si sa che quando i ricchi si fanno i fatti propri è per il bene di tutti; e se qualche povero si facesse venire dubbi a riguardo, vorrebbe dire che è afflitto da precise patologie, come il morbo dell’invidia sociale, oppure la paranoia complottista. I moralisti temevano che il consumismo facesse precipitare la società in un edonismo sregolato; invece ora scoprono con soddisfazione che è conciliabilissimo con l’etica punitiva del razionamento e dell’apartheid sanitario. Il problema è che la vituperata identità di classe a qualcosina serviva; quantomeno a farti intendere che coloro che stanno al vertice della gerarchia sociale coltivano la disuguaglianza come un valore irrinunciabile, come un invalicabile confine antropologico, per cui considerano i sottoposti meno degli insetti.
Prolifera e viene invece incoraggiato l’associazionismo “non divisivo”, e che non mette in discussione il dominio: possessori di auto d’epoca, proprietari di boa constrictor, produttori del tortello maremmano o della cipolla di Tropea. Tutti hanno il diritto di associarsi e difendere i loro diritti di consumatori, ma non di contestare le gerarchie sociali. Finalmente la class action è riuscita a sostituire la lotta di classe, configurando un idillio interclassista che sovrintende ad una folla di istanze ed aspirazioni diverse ma non contrapposte.
Finché si trattasse soltanto di contrabbandare la fiaba dell’idillio interclassista, ciò rientrerebbe nella fisiologica presa per i fondelli che ogni potere deve mettere in atto. Il problema è che la coppia semantica “famiglie e imprese” ufficializza e cronicizza lo stato di bisogno permanente nel sistema emergenzialista, per cui il “governo papà” starebbe sempre lì soccorrevole verso una società prostrata e mendicizzata, accattonizzata. Il bistrattato “assistenzialismo” diventa così un dato di natura, per cui si tratterebbe solo di meritarselo facendo i bravi bambini. Ai ricchi l’assistenzialismo e l’accattonaggio spettano di diritto, mentre più sei povero, più forche caudine devi superare.
I governi, con le lobby che li animano, combinano i loro casini come pseudo-pandemie, lockdown, aggancio dei prezzi delle materie ai titoli derivati, eccetera; si tratta di quegli stessi governi che poi sarebbero deputati a salvarci e ad indicarci la via del riscatto, con i loro mirabolanti “Decreti Aiuti” (altra coppia semantica fortunata e probabilmente in via di consolidamento), imponendo alle vittime di affidarsi ai loro carnefici. Qualcuno parlerebbe impropriamente a riguardo di “Sindrome di Stoccolma”; ma questa espressione si riferisce ad un episodio del 1973, nel quale due sbandati presero in ostaggio degli impiegati di una banca. La compassione di quegli impiegati nei confronti della tragedia umana di chi li stava sequestrando, semmai fa loro onore. Al contrario, affidarsi a chi ha fatto del sadismo un programma politico, appare meno ragionevole.
 
Di comidad (del 27/10/2022 @ 00:05:18, in Commentario 2022, linkato 6137 volte)
Non c’è soltanto “Io sono Giorgia”; c’è anche “I am Greta”, il film agiografico su Greta Thunberg. Il fatto che Greta si sia pronunciata a favore del nucleare non ha provocato grande sorpresa, dato che il moralismo politicamente corretto ci ha abituati alla sua completa mancanza di scrupoli. Se il nemico è il CO2, tutto è lecito per eliminarlo, per cui meglio il nucleare piuttosto che il carbone. Ma visto che ci sono anche altri super-nemici, allora meglio il carbone che qualcos’altro, e così via all’infinito, giustificando ogni arbitrio e violando qualsiasi impegno solennemente assunto. Come aveva già capito Molière qualche secolo fa, se vuoi fare quello che cazzo ti pare, procurati un piedistallo morale. Per questo motivo il politicamente corretto e l’affarismo sono complementari, si fanno da sponda a vicenda; per dirla in termini pitagorici, vibrano all’unisono.
Nel 1963, con una delle solite inchieste giudiziarie confezionate ad hoc, fu stroncato uno dei tanti sogni di grandeur dell’Italietta, cioè i progetti di energia nucleare del CNEN di Felice Ippolito. Il maggiore avversario di Ippolito fu il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat (noto ultras filoamericano), il quale avrebbe dichiarato che nelle centrali nucleari l’energia elettrica è un sottoprodotto, come la segatura nelle segherie, mentre il vero obbiettivo è il plutonio per le bombe. Il sottinteso della dichiarazione di Saragat era ovviamente che il dotarsi di armamenti nucleari da parte dell’Italietta non era, e non è, previsto dalle gerarchie imperialistiche.
Più volte e da più parti in questi ultimi anni il nucleare civile è stato dichiarato come un business morto a causa dei suoi costi abissali; ma un business non muore mai; anzi, da cadavere ambulante può fare ancora molta strada, se si tiene conto che economia e affari sono cose diverse e spesso opposte, per cui ciò che è antieconomico per un Paese può essere un grosso affare per una lobby. Il nucleare civile comporta spese incontrollabili in ogni fase della produzione; persino la disattivazione di una centrale obsoleta è un’avventura di cui si ignorano i tempi; e inoltre ci sono i costi dovuti allo smaltimento delle scorie radioattive. Tutte queste spese avvengono all’ombra del segreto di Stato, per cui rappresentano il terreno ideale per una lobby d’affari. Occorre perciò farsi una ragione del fatto che oggi il nucleare venga ancora spacciato come soluzione al caro-energia, quando invece ne è una concausa. I costi spaventosi della manutenzione delle centrali nucleari francesi hanno portato al fallimento l’azienda elettrica nazionale e fatto schizzare in alto i costi dell’elettricità, e gli aumenti si sono riverberati sulle bollette e sul fisco ben prima della presunta crisi del gas, che è diventata un alibi, la foglia di fico per nascondere tutte le magagne dell’intreccio tra militarismo e finanza.

In questi giorni il prezzo del gas è nuovamente sceso sotto la soglia dei cento dollari; e non c’è nulla di strano, dato che non esiste una sproporzione tra domanda ed offerta che sia tale da giustificare certi prezzi stratosferici. Il punto è che in un’epoca di abbondanza di materie prime e di continui progressi dell’elettrotecnica, i grandi profitti non possono più essere garantiti dalla produzione energetica in quanto tale, bensì soltanto dalle operazioni di lobbying, cioè dall’emergenzialismo che valorizza merci di cui altrimenti non ci sarebbe grande richiesta. Volendo fare quelle distinzioni epocali che piacciono tanto agli storicisti, si potrebbe dire che nell’800 c’era il capitalismo dei proprietari, nel ‘900 il capitalismo dei manager, mentre negli anni 2000 prevale il capitalismo dei lobbisti.
In Francia però l’operazione di scaricare sulla popolazione i costi del business emergenziale non sta passando liscia. Ora pare che lo sciopero dei lavoratori delle raffinerie francesi si stia avviando a conclusione. Non è ancora chiaro quali aumenti si sia riusciti a strappare, ma quattordici giorni di scioperi sono il segno di una vera opposizione di classe. Lasciare la Francia senza benzina non è stato un risultato da poco e i ministri macroniani non sapevano più che fare, se non invocare precettazioni e requisizioni degli impianti, con tanti saluti alla libertà di sciopero, che rimane un diritto finché non viene esercitato. Le richieste dei lavoratori erano piuttosto miti: con un’inflazione del 9%, dovuta in gran parte alla speculazione messa in atto dalle compagnie petrolifere e dalle aziende elettriche, i lavoratori chiedevano un aumento del 10% dei salari.
In concomitanza partivano le manifestazioni contro la riforma delle pensioni, ovvero un aumento dell’età pensionabile a sessantaquattro anni, che ancora Macron non riesce a imporre. Anzi, è stato costretto a licenziare “Monsieur Pension”, ovvero il ministro che si doveva occupare della riforma. Nel corso delle proteste alcuni sindacalisti della CGT avrebbero sabotato alcuni impianti per la produzione di energia lasciando al buio interi quartieri di Parigi, e pare che l’azione sia stata persino rivendicata; ma queste notizie vanno vagliate con prudenza perché c’è sempre il rischio di provocazioni del governo. Certo, fa un po’ ridere che la nostra CGIL venga considerata dai media l’omologa della CGT francese, che invece, pur con tutti i suoi limiti, è rimasta un vero sindacato.

Se in Francia la crisi energetica ci rappresenta un accenno di risposta di classe, nel Regno Unito per ora si è rimasti alla commedia del potere. Gustave Flaubert, nel suo famoso, e incompiuto, “Dizionario dei Luoghi Comuni”, ci forniva un saggio dell’imbecillità umana, usando spesso delle coppie semantiche. La “prestigiosa rivista” economica inglese “The Economist” (fate caso: le riviste anglosassoni sono sempre “prestigiose”, per dirla alla Flaubert) mette in copertina l’ex premier Liz Truss rivestita dei peggiori luoghi comuni sull’Italia: elmo romano, scudo a forma di pizza, lancia a forma di forchetta con spaghetti. Il titolo naturalmente è: BRITALY. La raffinata allegoria vorrebbe alludere al fatto che se la Gran Bretagna si trova nella merda, non può che somigliare alla spregevole Italia. Sono delle banalità al cui confronto persino il Buffone di Arcore potrebbe apparire come una specie di Oscar Wilde.
Liz Truss si è dimessa dopo soli quarantaquattro giorni. Eppure aveva proposto due formule economiche apparentemente antitetiche, che però non sarebbero “piaciute” entrambe ai mitici “mercati”. La prima formula era di diminuire le tasse ai ricchi per settantadue miliardi di sterline, ovviamente in deficit. Secondo alcune stime pessimistiche il deficit avrebbe potuto essere di centoventi miliardi. A questo punto i “mercati” hanno affossato la sterlina. La Truss ha proposto allora misure di austerità, ma neanche queste hanno placato le divinità. In base al lessico vigente, “manovra economica espansiva”, significa regalare soldi ai ricchi; manovra economica di austerità, significa ridurre i poveri alla fame per dare soldi ai ricchi; mentre manovra economica espansiva in deficit, forse vuol dire regalare i soldi ai ricchi senza ancora averli rubati ai poveri, procrastinando il furto di un annetto. I laburisti ora chiedono le elezioni anticipate, essendo avanti di trenta punti nei sondaggi, ma i conservatori non mollano impegnandosi in nuove congiure di palazzo. Era tornato alla carica il guitto Boris Johnson per un secondo mandato, ma su di lui l’ha spuntata un finanziere di origine indiana; in tal modo si sono valorizzati allo stesso tempo la diversità etnica e i soldi, celebrando ancora una volta il matrimonio tra politicamente corretto e affarismo.
A spiegare il mistero degli incontentabili mercati, sono fortunatamente arrivati gli economisti della Voce.Info, una testata online che non è considerata “prestigiosa”, in quanto è italiana. Consapevoli della propria inferiorità razziale, gli accademici della Voce.Info hanno sciolto una specie di inno di lode alle due divinità in contesa nella vicenda: i “mercati” e la Banca d’Inghilterra; mentre di quello che faceva, o non faceva, il governo inglese, non gliene fregava niente a nessuno: era soltanto fumo ad uso dei media e dei loro fruitori. Pare che i “mercati” (cioè le solite multinazionali del credito) pretendessero dalla Banca d’Inghilterra un’iniezione di liquidità, però con la garanzia di continuare con una politica di alti tassi di interesse in modo da tutelare il valore dei crediti. Secondo Voce.Info la Banca d’Inghilterra sarebbe riuscita a condurre in porto l’intesa con i “mercati” grazie alla propria “credibilità”, che è un’elegante espressione eufemistica per non dire esplicitamente “complicità”; o addirittura: associazione a delinquere di stampo finanziario. Del resto anche il tenere le mani in pasta tra pubblico e privato, viene definito “competenza”. Il potere è una questione di lessico.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


23/05/2024 @ 08:53:53
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