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"Se la pace fosse un valore in sé, allora chi resistesse all'aggressore, anche opponendosi in modo non violento, sarebbe colpevole di lesa pace quanto l'aggressore stesso. Perciò il pacifismo è impotente contro la prepotenza colonialistica che consiste nel fomentare conflitti locali, per poi presentarsi come pacificatrice."

Comidad
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 15/02/2009 @ 23:02:34, in Testi di riferimento, linkato 3646 volte)
(Riflessioni sul testo di Camillo Berneri: “Mussolini alla conquista delle Baleari”, reperibile integralmente ai seguenti indirizzi: www.iperteca.it/download.php?id=1636 ; http://www.liberliber.it/biblioteca/b/berneri_camillo/mussolini_alla_conquista_delle_baleari/pdf/mussol_p.pdf ; www.intratext.com/IXT/ITA3047_P9.ATM-35k )

L’11 febbraio ultimo scorso ha segnato il settantesimo anniversario della fine della guerra di Spagna, un anniversario che intendiamo ricordare segnalando un opuscolo di Camillo Berneri, “Mussolini alla conquista delle Baleari”, pubblicato nel 1937, dopo il suo assassinio perpetrato nelle vie di Barcellona.
La propaganda dei vincitori della seconda guerra mondiale ha mistificato la guerra di Spagna nei termini di una questione essenzialmente interna, la cosiddetta “guerra civile spagnola”. Parlare di “guerra civile spagnola” è esattamente come riferirsi al conflitto del Vietnam nei termini di “guerra civile vietnamita”.
Da queste pagine di Berneri, risulta chiaramente che la guerra civile fu solo un aspetto, e neppure il principale, di un conflitto che fu promosso e condotto dal colonialismo di Mussolini nei confronti della Spagna; una aggressione coloniale che si proponeva un primo obiettivo preciso, la conquista e l’annessione delle Isole Baleari, che avrebbero costituito la posizione strategica da cui minacciare il dominio britannico sul Mediterraneo, che sino ad allora era stato garantito dal possesso della Rocca di Gibilterra, conquistata nel 1704 dalla Gran Bretagna a spese dell’allora “alleato” Regno di Spagna (un secolo dopo la Gran Bretagna sottrasse anche Capri all’allora “alleato” re Borbone di Napoli, ma fu poi Gioacchino Murat - re di Napoli per conto di Napoleone - a riconquistare l’isola). Le cifre e i dati della guerra di Spagna confermano che essa fu la guerra di Mussolini e che, senza il supporto della Marina e dell’Aviazione italiane, Francisco Franco non avrebbe neppure potuto iniziare il suo attacco al governo repubblicano e, senza l’apporto delle truppe e dell’artiglieria italiane, neppure proseguirlo e condurlo a termine. Fiumi di denaro italiano - mai restituiti - consentirono a Franco di istituire le sue milizie ed il suo regime. L’Italia uscì finanziariamente e militarmente svenata dalla Guerra di Spagna, molto di più che dalla pur costosa guerra d’Etiopia.
Eppure nel settembre 1938, nel corso delle trattative di Monaco, Mussolini acconsentì a lasciare le Isole Baleari.
La Conferenza di Monaco è presentata dai vincitori della seconda guerra mondiale come l’”appeasement” di Gran Bretagna e Francia nei confronti delle pretese di Hitler, e “Monaco” è diventata una espressione usuale della propaganda occidentalista per indicare una resa delle “democrazie” nei confronti dell’aggressività dei “dittatori”.
Monaco costituì invece l’appeasement di Mussolini nei confronti dell’Impero Britannico, una ritirata ingloriosa dopo oltre un decennio di aggressività imperiale. A Monaco sembrò prevalere l’accordo prospettato da Hitler nelle pagine del suo “Mein Kampf”: alla Gran Bretagna l’impero dei Mari ed alla Germania l’impero di Terra nell’Europa dell’Est.
Dopo anni di velleitarismo imperiale italiano, Mussolini si accontentava del ruolo di mediatore tra l’impero britannico e quello tedesco, e tutta l’operazione spagnola si riduceva ad un favore nei confronti della Gran Bretagna, che non doveva più temere che la Spagna repubblicana diventasse un ponte per la presenza sovietica nel Mediterraneo.
Nel settembre del 1939, senza più minacce italiane al suo controllo su Gibilterra, la Gran Bretagna poté invece entrare in conflitto contro la Germania e, l’anno dopo, anche contro un’Italia ridotta ad alleato subalterno di Hitler. Tramite i buoni uffici e la mediazione della Chiesa Cattolica, la Gran Bretagna si assicurò anche la neutralità di Francisco Franco, che abbandonò senza rimpianti al suo destino Mussolini, che pure nel 1936 era stato il suo creatore.
Il Mussolini del 1938 e del 1940 non era più quello del 1936, descritto nelle pagine di Berneri, ma ciò non implica che quel Mussolini aggressivo colonialista non sia mai esistito. Il punto è che l’aggressione alla Spagna rappresentò l’apice delle velleità colonialistiche dell’Italia fascista, ma anche l’inizio del declino, poiché i tempi e i costi del conflitto superarono di gran lunga quelli che Mussolini aveva preventivato. La capacità di resistenza del proletariato spagnolo, nonostante la sua enorme inferiorità in termini di mezzi, costrinse Mussolini a mettere in campo risorse e truppe in un crescendo rovinoso per le casse dello Stato italiano.
I documenti che Berneri illustra sono utili a far capire quale sia stata l’entità dello sforzo italiano in quei primi mesi di guerra e, indirettamente, fanno anche comprendere quali siano state successivamente le conseguenze del dilazionarsi, per quasi tre anni estenuanti, di una vittoria che all’inizio si credeva a portata di mano.
Dalla testimonianza di fascisti “dissidenti” come Massimo Rocca, sappiamo che ci furono forti pressioni dall’interno del regime fascista nei confronti di Mussolini perché uscisse dall’avventura spagnola. Si mossero in tal senso sia un importante ideologo del regime come Luigi Federzoni, sia alti esponenti dell’industria e della finanza, e persino da parte della gerarchia cattolica - che pure aveva consacrato come crociata l’avventura spagnola -, ci si dimostrò disposti ad un compromesso.
L’ostinazione di Mussolini in un’impresa che affossava le sue velleità di superpotenza, fu dovuta probabilmente all’idea di utilizzare la Spagna come merce di scambio con la Gran Bretagna; almeno questa era l’ipotesi prospettata dal ministro degli Esteri Ciano, che rappresentava il partito anglofilo all’interno del regime. In realtà, una volta incassato il favore, la Gran Bretagna non aveva più nessun impedimento a togliere all’Italia il suo impero coloniale africano, perciò nel 1940 riuscì con varie provocazioni della sua Marina a smuovere Mussolini da una posizione di neutralità che egli ormai era troppo debole per contrattare.
Fu Mussolini perciò a traghettare l’Italia dalla posizione di potenza coloniale alla attuale condizione di colonia; ciò perché un colonialista non riesce ad uscire dalla logica del padrone-servo. Se Mussolini avesse ragionato in termini strategici, avrebbe concluso che, una volta tramontata la prospettiva di colonizzare la Spagna, allora il favorire la sua indipendenza sarebbe stato preferibile, piuttosto che lasciarla assorbire nella sfera d’influenza britannica; ma se avesse ragionato così non sarebbe stato più Mussolini.
L’unico modo per difendersi dal colonialismo è quello di estendere la lotta anticoloniale, aiutando l’indipendenza di altri Paesi. Fu proprio questo il programma che Berneri espose dalle colonne del suo giornale di lotta in terra di Spagna: “Guerra di Classe”. Mentre la propaganda della sinistra descriveva la guerra di Spagna in termini di confronto ideologico tra democrazia e fascismo, fu solo Berneri ad affermare che la Spagna era oggetto di un’aggressione coloniale, e che il suo principale strumento di difesa era quello di rinunciare a sua volta al proprio ruolo di potenza coloniale, concedendo l’indipendenza al Marocco spagnolo, che costituiva per Mussolini e Franco la base logistica per l’aggressione al territorio spagnolo.
Fu, con ogni probabilità, l’influenza staliniana sul governo repubblicano spagnolo ad impedire che venisse applicata la strategia anticoloniale proposta da Berneri, e ciò è conseguente ad una visione che confina il colonialismo a problema di certe aree del pianeta (quello che successivamente a Stalin sarebbe stato chiamato “terzo Mondo”), un problema che non può riguardare i Paesi europei e “occidentali”, in cui il conflitto viene prospettato sempre in base al confronto tra modelli sociali alternativi. Nel cosiddetto “Occidente”, l’anticolonialismo si è ridotto così a “terzomondismo”, pietistica solidarietà con i popoli oppressi, senza accorgersi che certe forme di dominio riguardano tutti e ovunque. In Italia oggi la questione dell’ingerenza degli Stati Uniti viene perciò travisata nei termini del confronto con il modello politico-sociale americano, dimenticandosi che gli Stati Uniti per l’Italia significano le centoquindici basi militari che occupano ed asserviscono il nostro territorio.
La formula staliniana del “socialismo in un solo Paese” ha spostato tutta la questione sul piano ideologico, aggirando il fatto che la Russia è stata - ed è tuttora - oggetto di una aggressione colonialistica. Anche il filosofo Domenico Losurdo, allorché ha rivisitato la figura di Stalin nel suo libro “Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera”, ha proposto un’interpretazione dello stalinismo come “dittatura sviluppista”, continuando così ad aggirare la questione della pressione colonialistica sulla Russia.
Anche il movimento anarchico ha rimosso la lezione di Berneri sulla questione coloniale, al punto che quando l’allora direttore di “Umanità Nova” Armando Borghi reagì all’aggressione statunitense alla Baia dei Porci con il titolo “Giù le mani da Cuba”, molti compagni lo accusarono di sostenere il regime di Castro. In realtà Borghi non stava affatto sostenendo il regime di Castro, né il suo modello sociale, bensì stava semplicemente applicando l’abicì dell’anticolonialismo, che consiste nel distinguere tra l’aggressore e l’aggredito.
Persino oggi in molti compagni prevale il timore che prendere posizione contro le aggressioni statunitensi e israeliane, possa comportare uno “schierarsi” con l’islamismo. Il problema dell’islamofobia di sinistra comunque non riguarda solo, e neppure principalmente, il movimento anarchico; basti pensare che il maggiore organo di stampa della sinistra comunista ha addirittura prodotto una sorta di Oriana Fallaci di “sinistra”: Giuliana Sgrena.
Il colonialismo ha sempre avuto un’abilità propagandistica nel defilarsi e presentare le proprie aggressioni come la manifestazione di problemi interni ai Paesi aggrediti. Oggi si tratta del pericolo dell’integralismo islamico, ma nel corso della guerra coloniale di Spagna, il mondo venne invaso da una propaganda sul pericolo costituito dall’integralismo ateo degli anarchici, e sulla minaccia costituita dallo “spirito anarchico” del popolo spagnolo. La fotografia dei presunti miliziani anarchici che sparavano su una statua del Cristo, divenne una delle principali icone della guerra, e mai nessuno si è preoccupato di accertare l’autenticità di quella immagine (come del resto oggi nessun giornalista si dà la pena di verificare se sia reale la storia delle antiche statue di Budda fatte saltare dai Talebani in Afghanistan).
La trasformazione iconografica della guerra di Spagna in una guerra tra religione e irreligione, è stata un modo per far perdere di vista sia Gibilterra che le Baleari. Anche quando fatti e icone erano autentici, si è verificato spesso un effetto di ingigantimento di alcuni dettagli a scapito del contesto. È il caso di Guernica e del famoso quadro di Picasso che la riguarda, divenuto il simbolo della guerra di Spagna.
In realtà il crimine dell’aviazione tedesca a Guernica si colloca comunque in una presenza marginale della Germania di Hitler nella vicenda spagnola, che fu essenzialmente un’impresa di Mussolini, i cui massacri in terra spagnola sono caduti nel dimenticatoio. Nel suo testo Berneri annunciava che avrebbe voluto in seguito documentare le stragi commesse da Mussolini a Maiorca, ma gli fu impedito di proseguire in quest’opera.
La forte carica simbolica del capolavoro di Picasso è ancora utilizzata dalla propaganda ufficiale per de-storicizzare la guerra coloniale di Spagna, per collocarla appunto nel regno dei simboli, in cui certamente l’icona di Hitler risulta più suggestiva di quella di Mussolini, ma anche molto più fuorviante, dato che i nazisti erano in Spagna per sperimentare le loro nuove armi, e non per attuare un’impresa coloniale, come invece stava facendo il regime fascista.
 
Di comidad (del 25/01/2009 @ 18:43:58, in Testi di riferimento, linkato 2445 volte)
(Osservazioni sul libro "Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera" di Domenico Losurdo)

Stalin fu celebrato in vita dai più illustri uomini di Stato "occidentali", per poi subire da morto la sorte di essere criminalizzato e presentato come un'incarnazione del Male. Questo paradosso costituisce il punto di partenza del libro del filosofo Domenico Losurdo: "Stalin, Storia e Critica di una Leggenda Nera".
Il paradosso potrebbe però essere solo apparente. Stalin può aver riscosso tanta ammirazione da parte dei controrivoluzionari proprio per la sua attività controrivoluzionaria, per poi diventare un comodo bersaglio propagandistico dopo la sua morte, quando la sua figura poteva essere strumentalizzata in funzione anticomunista.
Losurdo dimostra che a Stalin sono stati attribuiti dalla propaganda "occidentale" molti crimini non provati, ma è anche vero che non gli vengono contestati crimini su cui invece abbonda una precisa documentazione ufficiale. Ad esempio, se da una parte non c'è nessuna prova che Stalin sia effettivamente responsabile del genocidio per fame in Ucraina, dall'altra sono invece accertate le sue responsabilità - sia pure indirette - nel genocidio dei Palestinesi nel 1948, quando furono proprio la decisa azione diplomatica e l'aiuto materiale dell'Unione Sovietica, contro le remore della Gran Bretagna, a consentire la nascita dello Stato di Israele. È un tema ritornato da poco alla ribalta della storiografia, anche se lo storico comunista Luciano Canfora nell'aprile 2002 si presentò addirittura ad una manifestazione di piazza pro-Israele (organizzata dal giornalista - e confesso agente della CIA - Giuliano Ferrara), per vantare in quella pubblica occasione i determinanti meriti di Stalin nella nascita di Israele.
Nel 1948 i sionisti costituivano già da mezzo secolo una banda di mercenari al soldo del colonialismo britannico, ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti temevano che la nascita di uno Stato di Israele costituisse una provocazione eccessiva e insostenibile verso gli Arabi, perciò risultò decisivo alla fine l'atteggiamento favorevole di Stalin. La propaganda ufficiale non soltanto ha taciuto sul fatto che Stalin sia il vero padre dello Stato di Israele, ma è arrivata ad inventarsi un suo presunto antisemitismo, in modo che il nesso Stalin-Israele sia considerato inconcepibile.
A differenza dei leader "occidentali", Stalin non si lasciò mai andare a dichiarazioni razzistiche, ma la sua scarsa sensibilità verso le spinte anticolonialistiche nel mondo arabo fa comunque pensare che subisse dei pregiudizi in tal senso.
Durante la guerra di Spagna, dalle colonne del suo giornale "Guerra di Classe", l'anarchico Camillo Berneri si batté perché il governo repubblicano concedesse l'indipendenza al Marocco spagnolo, in modo da togliere a Franco la sua base di appoggio; ma anche in quel caso prevalsero nel governo, controllato dagli stalinisti, sia i pregiudizi contro società arretrate e tribali, che avrebbero potuto costituire un ostacolo al progresso se liberate dall'oppressione coloniale, sia - e soprattutto - il timore di infastidire le grandi potenze coloniali. Considerando nella giusta dimensione l'importanza della questione marocchina, l'assassinio di Berneri potrebbe essere stato concepito dagli stalinisti anche come un favore nei confronti di Francia e Gran Bretagna.
In tutta la visione staliniana pare completamente assente la consapevolezza che anche l'Unione Sovietica costituisce un bersaglio per il colonialismo "occidentale"; un fatto che risulta evidente oggi che la Russia post-comunista non costituisce più una sfida ideologica per il sedicente "Occidente", che però continua a cercare di accerchiarla e smembrarla per impadronirsi dei suoi serbatoi naturali di materie prime.
Avendo svolto la sua funzione controrivoluzionaria da vivo, Stalin poteva essere poi infangato da morto, poiché la sua figura funziona da comodo pretesto per mettere sotto accusa ogni istanza rivoluzionaria. La destalinizzazione dell'Unione Sovietica ha sicuramente favorito questa propaganda, poiché gli argomenti contro Stalin contenuti nel rapporto segreto del XX Congresso del PCUS del 1956 finivano, volontariamente o meno, per mettere sotto accusa la stessa idea di Rivoluzione.
Losurdo riferisce nel suo libro di una testimonianza del ministro degli Esteri sovietico Molotov, secondo cui Stalin avrebbe avuto una premonizione sul fatto che la sua tomba sarebbe stata ricoperta di immondizia. Stalin poteva profetizzarlo con cognizione di causa, dato che doveva essere a conoscenza dell'opportunismo del gruppo dirigente che egli stesso aveva selezionato. Alla morte di Stalin, il suo pupillo Beria, e l'annessa mafia georgiana, vennero eliminati, ma il resto del gruppo dirigente sovietico era comunque di derivazione staliniana e, dal punto di vista ideologico, non rappresentò mai una rottura in tal senso.
In un discorso all'Assemblea Costituente, Benedetto Croce affermò che il fascismo continuava nell'antifascismo, poiché la nuova classe dirigente seguita alla caduta del regime mussoliniano proseguiva nel costume fascista di denigrare l'Italia. Anche lo stalinismo è continuato nella destalinizzazione, poiché è proseguita la pratica staliniana di trovare il nemico soprattutto a sinistra, e di cercare il potenziale interlocutore sempre a destra.
Oggi, con Veltroni, siamo addirittura allo stalinismo senza comunismo e senza sinistra, poiché il segretario del PD è persino riuscito, contro ogni evidenza, ad attribuire il fallimento del governo Prodi alla mitica "politica dei no" della cosiddetta "sinistra radicale", isolandola da ogni futura ipotesi di governo, anche a costo di condannare se stesso ed il suo Partito Democratico all'estinzione.
Quando Losurdo deve smantellare molti dei miti negativi su Stalin costruiti dalla propaganda anticomunista, allora si serve di una puntuale documentazione, che certamente mette in crisi i luoghi comuni sul fenomeno Gulag. Ma allorché Losurdo si trova di fronte all'evidenza della eliminazione del gruppo dirigente della Rivoluzione di Ottobre, allora deve ricorrere a sofismi o a illazioni. Se abbiamo ben compreso l'argomentazione di Losurdo, Stalin sarebbe stato costretto ad eliminare la vecchia guardia rivoluzionaria per la propensione dei sovversivi di professione a continuare la loro attività anche contro il governo rivoluzionario; quindi la sovversione viene interpretata come nevrotica coazione a ripetere, anche quando le circostanze lo sconsiglierebbero.
Che accanto a Stalin non sia rimasto nessuno dei rivoluzionari della prima ora, costituisce una di quelle evidenze che non si possono risolvere con argomenti di questo genere. Far fuori i rivoluzionari, in definitiva, è un'attività controrivoluzionaria; nel caso di Trotzsky il fatto si può spiegare con la terribile radicalità della contrapposizione che si è verificata, ma è un argomento che certo non può valere quando si tratti di un Kamenev o di un Bucharin.
È la propaganda reazionaria a sostenere che la destabilizzazione sociale provenga sempre dalla nefasta azione di mostri mitologici, come i fanatici utopisti, i terroristi, o i tiranni. Un classico dell'antistalinismo, "Animal Farm" di George Orwell, nonostante i suoi pregi letterari, costituisce dal punto di vista politico una colossale mistificazione, poiché colloca la Rivoluzione Russa in una metafora astratta, un mondo ingiusto ma ordinato, che all'improvviso viene sovvertito dall'illusione rivoluzionaria dei "maiali", chiaramente discendenti dei "demoni" di dostoevskiana memoria.
Le motivazioni utopistiche dei "maiali", come quelli dei "demoni", alla fine si rivelano sempre la maschera di un desiderio di privilegi, perciò si ristabiliscono gli schemi reazionari della fiaba ufficialmente imposta, secondo cui la ricchezza soddisfatta viene minacciata dalla invidia sociale.
È sempre lo stesso luogo comune reazionario per cui bisogna votare il ricco perché non avrebbe bisogno di rubare, come se fosse possibile diventare e restare ricchi senza rubare. Già Aristotele avvertiva invece che la minaccia alla stabilità proviene dai ceti privilegiati, sempre ansiosi di ulteriori privilegi. Persino la Rivoluzione Francese cominciò per l'attacco mosso al potere regio da parte di un'aristocrazia desiderosa non solo di difendere, ma di estendere i suoi privilegi.
Che la Rivoluzione Russa sia sortita dal macello della prima guerra mondiale, che si sia radicalizzata sulla questione di uscire dalla guerra, che sia proseguita in una guerra civile fomentata e sostenuta dalla aggressione coloniale degli ex alleati della Russia zarista, sono fatti che si mettono in ombra troppo facilmente. Nel 1919 era pronto persino un corpo di spedizione italiano per aggredire la Georgia e strapparla all'Unione Sovietica. Questo progetto, ispirato e incoraggiato da Francia e Gran Bretagna, fu liquidato solo per l'arrivo alla Presidenza del Consiglio nel 1919 di Francesco Saverio Nitti - che ne riferisce nelle sue memorie -; altrimenti ad aggredire l'Unione Sovietica vi sarebbero state anche truppe italiane, oltre che francesi, statunitensi, britanniche e giapponesi.
La propaganda borghese non ha mai dubbi: dietro ogni mossa dei comunisti c'è sempre un movente utopistico, poiché secondo questa propaganda esistono due mondi separati, quello delle "scelte pragmatiche" e quello delle scelte dettate da utopismo e fanatismo. Il continuo sospetto nei confronti del movente utopistico, ha trasformato la ricerca storica su vicende come la collettivizzazione dell'agricoltura in un processo alle intenzioni a scapito dell'attenzione ai dati di fatto.
In realtà, parlare di una Russia strappata dal suo idillio e trasformata a forza dai rivoluzionari in un laboratorio di Utopie, costituisce un puro falso storico, ma ciò non toglie nulla alla constatazione che Stalin non abbia contribuito assolutamente a render chiaro che "rivoluzione" non significa violazione di un ordine, bensì resistenza ad un'aggressione coloniale e di classe.
Stalin ha condiviso i luoghi comuni reazionari, ed è stato per tutta la vita soprattutto un cacciatore di utopisti, di "demoni" in senso dostoevskiano. E per tutta la vita, Stalin ha cercato intese "pragmatiche" con i mitici e inesistenti "ricchi soddisfatti" di cui Churchill era solito cantare le lodi. I sedicenti "ricchi soddisfatti" - ingrati - hanno poi demonizzato anche Stalin.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


26/05/2019 @ 03:54:50
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