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"La distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato. Ogni organizzazione di un potere politico cosiddetto provvisorio e rivoluzionario per portare questa distruzione non può essere che un inganno ulteriore e sarebbe per il proletariato altrettanto pericoloso quanto tutti i governi esistenti oggi."

Congresso Antiautoritario Internazionale di Saint Imier, 1872
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 27/06/2013 @ 00:05:56, in Commentario 2013, linkato 2354 volte)
Nell'epoca delle cosiddette "teorie del complotto", sembrerebbe che invece la "teoria dell'anti-complotto" sia diventata il collante ideologico del commentario ufficiale. Le dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan, che ha ipotizzato la presenza delle stesse lobby finanziarie dietro i disordini in Turchia ed in Brasile, hanno suscitato i prevedibili commenti irridenti della stampa internazionale. Ancor prima Erdogan era stato bersagliato dai commentatori per aver ipotizzato che dietro i disordini in Turchia vi fosse la mano del finanziere George Soros.
In risposta al "primitivismo" dei complottisti, è partito uno sforzo di "razionalizzazione" che ha visto l'impegno di firme autorevoli. Loretta Napoleoni ha cercato di spiegare l'apparente paradosso per il quale Paesi in forte ascesa economica, come Brasile e Turchia, si trovano ad affrontare turbolenze di piazza, mentre l'Europa del Sud, in impoverimento crescente, ristagnerebbe nella acquiescenza sociale. La soluzione logica escogitata dalla Napoleoni è consistita nell'individuare storicamente nel ceto medio in ascesa sociale la molla delle rivoluzioni.
(2) In realtà la Napoleoni non considera che persino in fatto di rivolte ci sono figli e figliastri. Si tratta di un atteggiamento che ha i suoi precedenti illustri, come nel caso dello storico marxista Eric Hobsbawm, che maltrattava Babeuf per essersi permesso di fare il comunista (e pure con le idee chiare) mezzo secolo prima che Marx desse ufficialmente lo start. Oggi però ci pensano i media a decidere quali siano le rivolte buone e quelle cattive. La sommossa londinese dell'agosto del 2011 fu descritta in modo unanime dai media come un fenomeno esclusivamente criminale, nichilistico e caotico, e ai rivoltosi non fu concessa la parola; anzi, largo spazio fu offerto alle "eroiche" mamme che denunciavano i figli coinvolti nei disordini. Se i metodi sbrigativi di polizia usati per stroncare la rivolta delle periferie londinesi fossero stati adottati da Erdogan, adesso questi si ritroverebbe già condannato dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
Le analisi sociologiche della Napoleoni potrebbero avere un qualche fondamento se i movimenti di piazza in Turchia e Brasile fossero rivolti contro le loro effettive controparti, cioè contro i potentati che comprimono le loro aspirazioni al benessere ed alla promozione sociale. Ma in effetti, in Turchia come in Brasile, i bersagli dei manifestanti appaiono troppo "localizzati" e banalizzati negli slogan anti-corruzione, mentre al contrario rimangono nell'ombra i loro manovratori a livello internazionale.
In un articolo dello scorso anno, la stessa Loretta Napoleoni inneggiava al "pragmatismo" della presidentessa brasiliana Rousseff che si era decisa ad avviare un piano di privatizzazioni dei trasporti in Brasile. Dopo i contorcimenti di Lula, finalmente la Rousseff tornava ad obbedire docilmente ai dettami del Fondo Monetario Internazionale.
Quindi la Napoleoni aveva ragione: c'erano tutti i motivi per festeggiare, dato che il Brasile tornava ad essere "pragmatico", cioè una preda indifesa delle multinazionali. Loretta Napoleoni ha ritenuto di partecipare anche lei a questo clima "pragmatico", diventando una seguace di Matteo Renzi.
Come molti Paesi latino-americani, dagli anni '50 in poi il Brasile è stato praticamente una colonia del FMI, e questo dato è sempre stato presente alla coscienza di gran parte dell'opinione pubblica brasiliana. Soltanto con la presidenza Lula il Paese si è ripreso, se non un'autonomia, almeno un margine di contrattazione nei confronti delle invadenti istituzioni finanziarie internazionali; ed è stato uno dei principali motivi della relativa popolarità dello stesso Lula non solo in Brasile, ma in tutta l'America Latina.
A distanza di un anno dalla conversione della Rousseff al vangelo FMI, sembrerebbe però che la piazza brasiliana non abbia più nulla da dire sullo stesso FMI e sui suoi piani di sviluppo della finanza e del settore privato. La piazza se la prende col dissesto dei trasporti, ma non con i piani per privatizzarli. Il sospetto che possa agire un lobbismo multinazionale dietro l'uno e dietro gli altri non appare negli slogan dei manifestanti, i quali raccolgono la solidarietà pelosa di un Brad Pitt a nome di una multinazionale come la Paramount.
Si potrebbe anche minimizzare la questione dei massicci investimenti operati attualmente da George Soros nel settore televisivo brasiliano, osservando che sia normale che un affarista faccia ovunque i suoi affari. Certo che è così, ma si potrebbe anche notare che quando un Paese "emergente" cede un settore delicato come quello televisivo ad un investitore straniero, per di più legato alla NATO, ciò costituisce oggettivamente un grave indizio di vulnerabilità.
Il fatto che dai media mondiali sia sparita la questione dei grandi giacimenti di petrolio scoperti appena al largo della costa brasiliana nel 2007, appare un po' strano, dato che si tratta di riserve paragonabili per dimensioni a quelle del Mare del Nord. Come pure apparirebbe degno di maggiore attenzione il continuo giocare al gatto col topo da parte di cordate di investitori guidate da Soros nei confronti della compagnia petrolifera Petrobras, che è una specie di ENI brasiliano.
Insomma, in queste condizioni soltanto in base ad un pregiudiziale dogmatismo anti-complottista si potrebbe escludere l'ipotesi che in Brasile ci si trovi di fronte all'ennesima rivoluzione colorata a fini di privatizzazione; ed oltre ai trasporti c'è parecchio petrolio da privatizzare. Tanto più che alla piazza oggi la Rousseff promette "riforme", una parola che ha assunto un suono inquietante, che non esclude affatto che si tratti proprio delle "riforme strutturali" così care al FMI ed alle altre istituzioni internazionali. A riprova che le privatizzazioni non siano affatto passate di moda, nonostante i loro costi proibitivi per le casse degli Stati, lo indica anche il fatto che Mario Draghi ha avvertito che la BCE concederà "aiuti" soltanto in cambio di "riforme strutturali", cioè altre privatizzazioni.
Sempre a proposito di "riforme strutturali", c'è un modo sicuro per il Brasile di far crollare i tassi di corruzione nelle statistiche ufficiali delle organizzazioni internazionali, cioè è sufficiente legalizzare la corruzione, come si fa negli Stati Uniti, istituzionalizzandola attraverso la forma del lobbying e del revolving door. Nei Paesi corrotti ed inferiori i funzionari accettano ancora bustarelle, mentre nei Paesi civili e democratici i funzionari pubblici possono andare ad occupare posti direttivi presso l'azienda privata che hanno appena favorito, magari piazzandoci anche i propri familiari.
Nel 2011 un Paese acquiescente come l'Italia si era dimostrato in grado di esprimere un capillare movimento di massa contro una grande "riforma strutturale", cioè la privatizzazione dell'acqua, individuando il proprio nemico nelle multinazionali nel settore, e coinvolgendo contro quel nemico un fronte vastissimo, che aveva raccolto persino parrocchie, coltivatori diretti ed artigiani. Nello stesso 2011 un referendum sfondava trionfalmente il quorum e stravinceva a favore dell'acqua pubblica. Ma ora chi se ne ricorda più? Il responso delle urne è sacrosanto soltanto se va contro gli interessi popolari; in caso contrario può essere immediatamente spazzato via da un'emergenza.
Dal giugno del 2011 infatti il coinquilino di tutti gli Italiani è stato lo "spread", a causa di un'emergenza finanziaria scatenatasi in coincidenza del risultato dei referendum. Nell'occasione il ruolo di vittima del complotto internazionale fu rivendicato ed ottenuto dal Buffone di Arcore, e non dai vincitori del referendum.
 
Una notizia del marzo scorso, mai arrivata in Italia, riguardava la decisione del presidente Obama di tagliare gli incentivi delle compagnie private di recupero crediti incaricate della riscossione presso gli studenti "beneficiari" di prestiti federali per potersi pagare l'istruzione universitaria. In tal modo si spera che le compagnie di recupero crediti siano un po' meno motivate a dare la caccia agli studenti insolventi, concedendo loro un po' di respiro.
Forse sarebbe stata una buona occasione per i media nostrani di dimostrarci la "bontà" di Obama, ma, nel darci la notizia, il rischio sarebbe stato anche quello di farci sapere che il business dell'insolvenza studentesca frutta alle compagnie private di recupero crediti circa un miliardo di dollari l'anno, e che intere generazioni di studenti americani non hanno davanti alcuna prospettiva di liberarsi definitivamente della schiavitù dei debiti. Le compagnie di recupero crediti hanno l'alibi di andare a recuperare denaro federale, cioè soldi dei contribuenti, ma in effetti, appaltando il business dell'insolvenza, il governo federale non fa altro che trasferire soldi pubblici ad affaristi privati.
Già dallo scorso anno su organi d'informazione italiani specializzati nel settore universitario, circolava la notizia del dramma dell'insolvenza studentesca negli USA, e ciò costituiva un argomento per invitare a soprassedere alle proposte di "prestito d'onore" per studenti, di cui si era fatto sostenitore Pietro Ichino, allora senatore del PD, ma tuttora lobbista della finanza a tempo pieno.
In realtà è un po' tardi per soprassedere, dato che ormai in Italia il business dei prestiti agli studenti va a pieno regime, e se ne occupano tutti i maggiori istituti bancari. Unicredit è una delle banche più impegnate nel conferire agli studenti universitari l'onore di indebitarsi a vita, con una vasta gamma di prodotti finanziari per l'istruzione.
Le possibilità per gli studenti di sfuggire all'insolvenza sono scarsissime, perché manca la possibilità di accedere a lavori remunerativi e le famiglie di origine sono sempre più in difficoltà economica, perciò sono state già poste le basi per determinare anche in Italia un dramma dell'insolvenza. Ma non c'è da temere, poiché il gruppo Unicredit ha tra le sue compagnie una specializzata nel recupero crediti, cioè la Credit Management Bank.
Per gli istituti di credito l'insolvenza non è un malaugurato incidente, ma addirittura un auspicio, poiché consente di far lievitare negli anni dei piccoli crediti a cifre astronomiche, vincolando i malcapitati per il resto della loro vita. Il caso della Grecia ha dimostrato che l'insolvenza, vera o presunta, di uno Stato consente alle organizzazioni internazionali di applicare la categoria di schiavismo persino ad intere nazioni.
La schiavitù per debiti ha in lingua inglese un'espressione diventata ormai familiare per milioni di persone: "debt bondage". Negli Stati Uniti il recupero crediti è infatti uno dei maggiori business, che riguarda anche grandi gruppi bancari.
In California il colosso bancario JP Morgan dal mese scorso sta avendo qualche piccola noia giudiziaria per i suoi metodi criminali nel recupero crediti. Il procuratore generale della California si è deciso a prendere in considerazione le numerose e circostanziate denunce dei consumatori, ma purtroppo l'esperienza passata mostra che gli strumenti giudiziari hanno il fiato corto contro un lobbying finanziario così ramificato e ben attrezzato.
Come già ricordato, il lobbying finanziario è in frenetica attività anche in Italia, dato che l'indebitamento studentesco costituisce uno dei maggiori business in prospettiva. Pietro Ichino si è ispirato al principio che quanto più l'affare è sordido, tanto più devono sembrare altisonanti le motivazioni etiche invocate per giustificarlo; ed ovviamente non poteva mancare lo slogan della "meritocrazia".
Peccato che a smentire la mitologia meritocratica provveda lo stesso Ichino, il quale si rivela con le sue proposte un pedissequo plagiario della propaganda del Fondo Monetario Internazionale, come dimostra un articolo a firma di Nicholas Barr, dedicato alle mirabolanti virtù dell'indebitamento studentesco, e pubblicato nel 2005 su "Finance e Development", rivista trimestrale del FMI.
Ma la maggiore agenzia di lobbying è proprio il governo. La recente segnalazione del generale Fabio Mini ha nuovamente posto in evidenza lo storico intreccio d'affari tra il ministero della Difesa e Finmeccanica, ma questo ruolo di lobbying del governo non si limita affatto alla vendita di armi.
A riconferma di un lobbying governativo in ambito finanziario, lo scorso aprile è stato formalizzato l'accordo tra il ministero dell'Istruzione e BancoPosta per attivare dal prossimo settembre la carta elettronica "IoStudio" per gli studenti della Scuola Superiore di secondo grado, quindi a partire dai quattordici anni di età. Questa carta può diventare un vero e proprio strumento di "servizi" finanziarii, anche se per ora è solo una card prepagata; ma un domani chissà. Quel che è certo è che l'arrivo di questa card determinerà una sempre maggiore confidenza dei ragazzi con i servizi finanziari, cioè quel senso di infondata autostima che è alla base di scelte irreparabili come indebitarsi.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


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