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"La condanna morale della violenza è sempre imposta in modo ambiguo, tale da suggerire che l'immoralità della violenza costituisca una garanzia della sua assoluta necessità pratica."

Comidad
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di comidad (del 10/10/2019 @ 00:31:23, in Commentario 2019, linkato 6052 volte)
Il politicorretto è un’ideologia pervasiva che ha la capacità di trascinare anche chi vi si oppone sul proprio terreno, cioè la pedagogia sociale. La tentazione di una contropedagogia che cerchi di ricondurre i politicorretti ai dati di fatto, si rivela quindi fuorviante. Che Greta sia fasulla è in grado di capirlo chiunque, perciò ogni eccesso di spiegazione a riguardo è privo di senso. La priorità di ogni politicorretto è infatti quella di educare, perciò per il politicorretto non bisogna insistere sul fatto che Greta sia sponsorizzata dal Fondo Monetario Internazionale e dalle multinazionali, altrimenti la “ggente” non capisce e perde di vista l’importanza del messaggio ambientalista, magari facendosi irretire dai “negazionisti” tipo il cialtrone Trump.
A questa visione pedagogica viene in soccorso anche la convinzione che capitalismo e ambientalismo siano incompatibili e che perciò quando i capitalisti cercano di strumentalizzare l’emergenza ambientale, in definitiva si diano la zappa sui piedi. Il politicorretto ricorre persino a questi pseudo-machiavellismi.
È sicuramente vero che capitalismo e ambientalismo siano assolutamente incompatibili, ma è un dato che potrebbe essere verificato solo sui tempi lunghi. Nessuna azione politica può permettersi di gestire i tempi lunghi poiché le variabili sono troppe. Il Fondo Monetario Internazionale, dopo aver cavalcato per qualche anno l’emergenza ambientale, potrà adottare qualche altra emergenza, magari la minaccia del Putin di turno. Le masse, nel frattempo “educate” non tanto al messaggio ambientalista, ma a subire la propaganda mainstream, potrebbero bersi anche la nuova emergenza.
Per quanto sia pienamente fondato, il tema ambientale non è in sé rivoluzionario. C’è rivoluzione, o quantomeno opposizione, quando vengono messe in discussione le gerarchie sociali. Il livello di distribuzione del reddito è l’indicatore, la lancetta, del grado di gerarchizzazione della società. Le “carbon tax”, le ecotasse che il FMI cerca di imporre, rappresentano un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi, una tassa sulla povertà. Mentre i tempi lunghi sono il regno dell’elucubrazione, oggi la questione immediata è il sì o il no alle carbon tax.
Le ecotasse sono state il motivo scatenante della rivolta francese dei cosiddetti “Gilet Gialli”, un movimento che vede coinvolti soprattutto i ranghi inferiori del ceto medio. Il fatto che, almeno in Francia, i ceti medi si percepiscano come il bersaglio principale delle carbon tax, trova conferma nell’appoggio entusiastico che le grandi multinazionali hanno offerto a questo nuovo tipo di balzello sull’aria. L’interesse delle corporation per le carbon tax si spiega facilmente col fatto che un gran numero di piccole aziende industriali e agricole verrebbero messe fuori mercato dal costo aggiuntivo delle ecotasse.

A proposito di Greta si è parlato a vanvera di una nuova rivolta generazionale, ma le rivolte generazionali non esistono e lo stesso ’68 non può essere considerato tale, bensì va annoverato anch’esso nelle rivolte del ceto medio. La svista fu dovuta al fatto che la generazione dei padri aveva erroneamente percepito l’aumento del suo reddito come una definitiva promozione sociale, cosa che portò ad un’arrogante e morbosa identificazione con l’establishment, tanto che negli anni ’60 ogni bottegaio o artigiano si illudeva di far parte della stessa classe sociale degli Agnelli e dei Rothschild. Toccò invece alla giovane generazione del ceto medio registrare e rendere evidente la critica delle gerarchie sociali che la redistribuzione del reddito aveva comportato. Il limite grave del movimento del ’68 fu però quello di rimanere ancorato alla visione produttivistica e consumistica del capitalismo, arrivando così del tutto impreparato e inconsapevole all’appuntamento con la restaurazione deflazionistica e pauperistica avviata alla metà degli anni ’70.
Negli anni ’60 il mondo adulto si poneva compatto e omertoso contro i giovani, mentre il confronto generazionale attuale vede invece i giovani misurarsi con un mondo adulto debole, insicuro e conflittuale al suo interno, con figure di genitori e insegnanti che sono quasi tutti nel mirino dell’establishment, eppure sono intenti a litigare fra loro. Se l’insegnante degli anni ’60 svolgeva ancora un ruolo di riproduttore delle gerarchie sociali, gli insegnanti odierni si ritrovano invece al fondo di questa gerarchia, vittime inermi, e troppo spesso collaborazioniste, di dirigenti scolastici la cui “produttività” viene calcolata in base al numero di insegnanti che sottopongono a procedure disciplinari. Lo stato confusionale comincia addirittura sin dall’infanzia. Basta osservare all’entrata delle scuole elementari i conciliaboli delle mamme che tramano contro le maestre.
Dietro le carbon tax non c’è quindi nessuna vera mobilitazione giovanile, neppure un movimento del tipo delle “rivoluzioni colorate”, ma soltanto bombardamento mediatico e connivenza istituzionale, gestiti in prima persona dalle lobby multinazionali.
 
Di comidad (del 03/10/2019 @ 00:35:12, in Commentario 2019, linkato 6241 volte)
Il caso del voto trasversale del parlamento europeo sui “crimini” del comunismo presenta alcune riconferme ed anche qualche questione irrisolta. Tra le ovvie riconferme ci sono la compiaciuta rottura del PD con la propria tradizione politica ed il carattere fittizio/truffaldino del sovranismo della Lega, che ancora una volta smentisce una delle premesse fondamentali del sovranismo stesso, cioè il non farsi impegolare nelle diatribe ideologiche del passato per non perdere di vista l’obbiettivo prioritario della liberazione nazionale.
La questione aperta riguarda invece il vero movente della criminalizzazione del comunismo da parte delle oligarchie capitalistiche. È difficile credere che i capitalisti soffrano per la sorte dei Kulaki e degli internati nei Gulag. Qual è dunque il vero “crimine” che la memoria del comunismo sovietico è chiamata continuamente a scontare?
Si tratta di un delitto di lesa maestà. L’Unione Sovietica, con la sua semplice esistenza, aveva costretto per quasi due decenni il capitalismo a derogare dalle sue ferree regole di avarizia ed a concedere un po’ di benessere materiale alle popolazioni. La minaccia del comunismo, la sua apparente capacità espansiva, ha determinato infatti la necessità per le oligarchie occidentali di cercare consenso. Ciò ha comportato in alcune fasi persino una condizione di quasi piena occupazione dei lavoratori, una situazione che è arrivata sino all’inizio degli anni ’70.
Solo a metà degli anni ’70, la percezione della crescente debolezza strutturale dell’Unione Sovietica ha permesso al capitalismo di ritornare alle vecchie pratiche pauperistiche e di restaurare le gerarchie sociali attraverso la disoccupazione ed il conseguente ricatto occupazionale nei confronti dei lavoratori. Il successivo crollo dell’Unione Sovietica ha consentito addirittura di rompere gli argini e di avviare sistematicamente pratiche deflazionistiche. La deflazione si è istituzionalizzata con la nascita dell’Unione Europea e della moneta unica, i cui effetti di stagnazione si esercitano non solo in Europa ma a livello globale. La deflazione dell’area-euro è oggi il buco nero dell’economia mondiale. La deindustrializzazione, la decadenza degli standard produttivi e delle infrastrutture, sono stati prezzi che il capitalismo ha pagato per garantirsi la restaurazione delle gerarchie sociali; ma sono stati prezzi pagati senza alcuna remora, sostituendo disinvoltamente la ricchezza reale con le bolle finanziarie. Ad esempio, venti anni fa la Telecom era ancora una delle maggiori aziende telefoniche del mondo, mentre oggi è ridotta ad una piattaforma informatica e qualche call center, di cui una parte è dislocata in Romania per comprimere i costi. L’azienda non detiene più un proprio personale tecnico e deve rivolgersi di volta in volta a soggetti avventizi, con ritardi mostruosi per le riparazioni. Se si volesse minimizzare a tutti i costi il caso Telecom ritenendolo un esempio troppo estremo, allora come abbassamento degli standard aziendali può essere considerata paradigmatica la vicenda della Volkswagen che truccava il rilevamento delle emissioni inquinanti. La persistenza del mito/luogo comune del capitalismo produttivistico/consumistico, ha impedito per decenni di riconoscere che la sua vera priorità consiste nel perpetuare comunque il dominio di classe. La stessa nozione di capitalismo è rimasta vaga, concretizzandosi solo nel principio giuridico secondo il quale il potere in un’azienda si calcola in base alle quote di capitale; mentre tutto il resto può essere annoverato sotto il capitolo dell’assistenzialismo per ricchi.

Alcuni fanno risalire la controffensiva restauratrice del capitalismo al documento della Commissione Trilaterale del 1975 sulla “crisi della democrazia”. In quel testo si puntava il dito contro il presunto inceppamento dei processi decisionali all’interno dei regimi democratici e si invocava un’emarginazione delle masse dalla politica per insediare processi di “governance”, un concetto che in Italia venne tradotto come “governabilità”.
La prosa fumosa di quel documento lasciava comunque intendere quali fossero le decisioni allora “paralizzate” che andavano sbloccate, cioè le privatizzazioni e l’eliminazione dei limiti alla circolazione internazionale dei capitali. In realtà accreditare associazioni private come la Trilateral di una capacità direttiva sul capitalismo mondiale è molto azzardato. Il lobbismo privato detiene il suo vero punto di sintesi e di forza in istituzioni, almeno formalmente, pubbliche.
Le informazioni sul deterioramento della situazione interna dell’URSS erano acquisite da organi come il Pentagono, la CIA, la NATO e dal loro complemento finanziario, il Fondo Monetario Internazionale. Non vi è stato neppure bisogno di prendere decisioni, poiché è stata la stessa debolezza del nemico sovietico a far riprendere sicumera e arroganza alle oligarchie occidentali. Il capitalismo non è affatto un sistema impersonale; anzi, in esso sono determinanti sentimenti “umani” come l’avarizia, il rancore, l’odio verso l’uguaglianza e la libidine del comando.
La Trilateral ha rappresentato semplicemente il terminale di pubbliche relazioni di questo nuovo stato d’animo di rivalsa e vendetta sociale. Come avrebbe scritto qualche decennio dopo il ministro di “centrosinistra” Tommaso Padoa Schioppa in un suo articolo-manifesto del neo-deflazionismo, occorreva insegnare nuovamente alle masse la “durezza del vivere”, cioè rieducarle alla catena delle gerarchie sociali attraverso il ricatto del bisogno e della povertà.
 
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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


22/11/2019 @ 06:43:04
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