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""Napoli" è una di quelle parole chiave della comunicazione, in grado di attivare nel pubblico un'attenzione talmente malevola da congedare ogni senso critico, per cui tutto risulta credibile."

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Di comidad (del 14/12/2006 @ 23:45:43 in Commentario 2006, linkato 1698 volte)
Di recente l'Osservatorio sulla Camorra è stato ricostituito a Napoli. L'iniziativa è stata promossa dal "Corriere del Mezzogiorno", cioè dal "Corriere della Sera", il che la dice tutta sul ruolo che questo Osservatorio svolgerà nel sistema della disinformazione.
Non è un caso che l'Osservatorio si ricostituisca sull'onda del successo di pubblico del libro "Gomorra" di roberto saviano. Il mito da infondere e coltivare nell'opinione pubblica è infatti quello della camorra imprenditrice, altrimenti detta "sistema". La tesi di Saviano consiste nell'affermare il carattere "avanzato" della Camorra rispetto alla Mafia. Mentre quest'ultima si attarderebbe nel ruolo di "Antistato", la Camorra vedrebbe se stessa essenzialmente in ruolo affaristico ed imprenditoriale.
In realtà l'equazione tra Mafia e Antistato non ha alcun fondamento storico ed è nata in funzione propagandistica negli anni '80, quando occorreva accreditare l'idea di un legame ideologico tra Mafia e terrorismo, in quanto entrambi ostili allo Stato. Ad hoc è stato creato anche un "terrorismo mafioso" che ha manifestato la sua credibilità quando si è scelto come bersaglio nientemeno che Maurizio Costanzo.
In questa circostanza, ancora una volta, l'area d'opinione della sinistra si è rivelata vulnerabile e manipolabile. Il libro di Saviano è stato accolto trionfalmente senza alcun senso critico, allo stesso modo in cui è stata accettata senza riserve la notizia delle presunte minacce camorristiche allo scrittore. Internet è stata invasa da centinaia di messaggi di solidarietà a Saviano, e soltanto in rari casi si è notata la logica richiesta di precisare e circostanziare in cosa consistessero tali minacce, che di fatto hanno determinato un'eccezionale promozione del libro.
L'abile mistificazione di Saviano consiste nel presentare come novità quella che è un'ovvietà. Ogni criminale organizzato tende a vedere se stesso come un uomo d'affari, e la cosa ha un fondamento, allo stesso modo in cui ogni uomo d'affari, in definitiva, è un criminale. Durante il proibizionismo in America, il più grosso trafficante d'alcol non fu Al Capone, ma un uomo d'affari "regolare", Joseph Kennedy, il padre di John e Bob.
I confini tra affarismo, criminalità e colonialismo commerciale non sono affatto definiti, e probabilmente tali confini non ci sono.
Ciò che ha creato confusione è questo slogan del cosiddetto "imperialismo americano", che ha determinato anche una serie di improprie analogie con l'Impero Romano. Nella definizione teorica, l'Impero è stato poi trasformato in un'entità sfuggente, una categoria dello spirito, aldilà della comprensione e della critica.
In realtà l'imperialismo romano era un colonialismo fiscale, basato sulla riscossione regolare di tributi, da qui il suo interesse ad una relativa stabilità. Il colonialismo americano è invece a carattere commerciale, consiste nel trasformarti a forza in un cliente, quindi crea instabilità. Non è molto diverso da ciò che si vede nei film western, a patto di saperli leggere. Arrivano le eroiche giacche blu a costruire il forte e dietro di loro c'è l'agente del governo "corrotto", che invece di proteggere gli Indiani gli vende whisky adulterato e fucili.
A Napoli il "forte" è la base NATO, gli Indiani sono i Napoletani, mentre il whisky adulterato oggi consiste in eroina afgana e cocaina colombiana, ma, più o meno, il quadro è quello.
Il binomio "whisky e fucili" ovvero droga e armi, fu anche alla base del successo del colonialismo britannico verso la Cina, costretta nell'800 con due "Guerre dell'Oppio", ad aprire il suo mercato all'oppio che gli Inglesi facevano coltivare in India. La Cina andò incontro ad un processo di dissoluzione sociale, non solo per i milioni di drogati, ma anche perché il Paese si spaccò in aree di influenza, controllate da bande criminali che realizzavano i loro profitti con la distribuzione di oppio e si facevano guerra comprando le armi britanniche.
Anche se su scala diversa, ciò somiglia a quanto accade oggi a Napoli, eppure quasi nessuno sembra accorgersene. A Napoli si è stabilito da decenni un politologo inglese, Percy Allum, che si è occupato dell'analisi del "Potere a Napoli", diventando una sorta di guru per l'opinione di sinistra. Allum ha affermato una volta di essersi un po' napoletanizzato e di aver ceduto all'ideologia del "tengo famiglia". Sarà per il bene della sua famiglia che, in quarant'anni di studio del Potere a Napoli, Allum non si è mai accorto del Potere su Napoli, cioè della occupazione militare che la città subisce. Possibile che questa occupazione non abbia alcuna influenza sulle vicende del Potere locale?
I Gava, i De Mita e i Bassolino vengono circondati perciò dello stesso alone mitologico che irradia dai camorristi: sono sì degli eroi negativi, ma comunque eroi, in quanto rappresentano se stessi e solo se stessi nella saga della lotta per il Potere in città.
L'equivoco del cosiddetto "imperialismo americano" è anche alla base della mitica lobby ebraica che costringerebbe i poveri Stati Uniti ad appoggiare Israele. In una logica imperiale infatti non avrebbe nessun senso l'appoggio degli Stati Uniti all'aggressività di Israele, ma in una logica di colonialismo commerciale ce l'ha, eccome. È proprio grazie alla minaccia israeliana che gli Stati Uniti possono vendere armi ai Paesi arabi dell'area. Tra i clienti degli USA ci sono l'Arabia Saudita, l'Egitto, ma ci sono stati anche l'Iraq di Saddam Hussein e persino la Siria. La destabilizzazione è funzionale al colonialismo commerciale, che può vendere armi ed impedire la nascita di economie stabili in grado di fare concorrenza.
La sopravvalutazione razzistica del peso ebraico impedisce anche di vedere i sistemi di terrore con cui le stesse comunità ebraiche vengono costrette a sostenere Israele. Sul sito sionista americano Masada 2000 è stata pubblicata una lista siglata come S.H.I.T. - la "lista della merda" -, in cui sono elencati i nomi di oltre settecento Ebrei americani che "odiano se stessi e tradiscono Israele" (in inglese questa formula dà appunto l'acronimo S.H.I.T.). Tra i nomi ci sono, ovviamente, quelli di Noam Chomsky e di Woody Allen.
In questo contesto di colonialismo commerciale, anche il mito razzistico napoletano e il mito razzistico ebraico sono oggetti di vendita nel campo d'affari della comunicazione.
Comidad, 14 dicembre 2006
 
Di comidad (del 21/12/2006 @ 23:43:13 in Commentario 2006, linkato 2102 volte)
L'occupazione statunitense dell'Italia, sotto l'etichetta NATO, procede a passo accelerato: non soltanto sono previsti il raddoppio della base vicino Vicenza ed il rafforzamento del molo militare americano di Livorno, ma sono già avviate nuove basi a Taranto ed a Solbiate Olona, vicino Milano.
Si aggiunga che il territorio italiano, da Nord a Sud, è disseminato di basi americane, piccole o grandi.
Chi paga tutto questo? Secondo le regole del colonialismo, l'occupazione è finanziata dallo stesso Paese occupato, ma solo in minima parte ciò avviene in modo ufficiale, attraverso tasse. A spiegare l'arcano soccorre il dato secondo cui i contaneir che sbarcano al porto della base NATO di Napoli, sono circa cinquemila all'anno. Ufficialmente contengono "materiale militare", ma sotto questa sigla passa ogni genere di merce clandestina che invade il mercato europeo, soprattutto droga e armi, ma non solo.
Questa non può essere ritenuta una verità nascosta, ma solo una verità emarginata, dato che risulta dalla lettura incrociata degli stessi dati ufficiali. Anche se però questa verità venisse in primo piano, ciò verrebbe subito riassorbito dalla propaganda colonialistica: roberto saviano - o chi per lui - pubblicherebbe un altro best-seller per dimostrare che è stata l'onnipotente Camorra a riuscire ad infiltrare e corrompere persino la base NATO di Bagnoli, e troverebbe un'opinione pubblica disposta a credergli, dato che il pregiudizio razziale non si fa smuovere da nessuna evidenza. Persino la propaganda - o, per meglio dire, la guerra psicologica - viene pagata perciò dalle sue vittime, che devono comprare libri da leggere o da regalare a Natale.
Un altro best-seller internazionale che sta già annunciando record di vendite nei Paesi arabi e islamici è il libro dell'ex presidente USA Jimmy Carter, "Peace not apartheid", in cui viene propinata indirettamente la solita immagine degli Americani preoccupati per la sorte dei Palestinesi, ma costretti a subire il diktat della onnipotente "lobby ebraica". Non a caso la promozione del libro è accompagnata dallo slogan secondo cui Carter avrebbe fatto "infuriare la lobby ebraica". Che il nanerottolo israeliano possa dominare il gigante statunitense, è una tesi che può veicolarsi solo tramite il pregiudizio sui "perfidi giudei".
Anche la guerra psicologica a supporto dell'occupazione statunitense dell'Italia è diventata un business, dato che le librerie sono letteralmente invase dall'ultimo volume della saga sul "sangue dei vinti", firmata da Giampaolo Pansa. È chiaro che a Pansa - e soprattutto a coloro che hanno imposto questa operazione editoriale con una distribuzione a tappeto - non gliene frega nulla delle presunte vittime fasciste della guerra civile, ed ogni lagrimuccia che spremono a riguardo è solo il pretesto per accreditare la tesi propagandistica secondo cui la Resistenza sarebbe stato solo un fenomeno di banditismo al confine tra la criminalità politica e quella comune, ma comunque irrilevante sul piano militare.
Insomma, a liberare l'Italia sarebbero stati solo gli eroici Angloamericani. Ai fascisti andrebbe almeno l'onore della "coerenza", mentre ai partigiani neppure quello, dato che sarebbero saliti sul carro del vincitore per arrogarsi poi meriti non propri.
Queste balle non trovano nessun contraddittorio (a meno di non voler considerare tali i soliti biascicamenti di Giorgio Bocca), dato che la distribuzione libraria ha conferito un monopolio alle tesi di cui Pansa si fa firmatario. Eppure anche qui ci sono delle evidenze che potrebbero essere ricordate.
La Repubblica Sociale Italiana venne riconosciuta e legittimata da Hitler soltanto in base al "suo legame di amicizia con il Duce". Cioè i repubblichini di Salò non venivano accettati da Hitler come alleati in quanto italiani, ma soltanto in quanto seguaci di Mussolini. Questa non è un'interpretazione, fu la tesi ufficiale sostenuta dai Tedeschi: nessun onore agli Italiani traditori, ma solo a Mussolini.
Questa è la prova migliore della tesi storica di Benedetto Croce circa l'anti-italianismo di Mussolini e del fascismo. Del resto i fascisti di Salò non furono neppure dei grandi alleati per i Tedeschi, in quanto si occuparono soprattutto di caccia ai rossi, cioè già lavoravano per i futuri occupanti americani. L'OVRA - il servizio segreto fascista - non solo non fu smantellato dagli Stati Uniti, ma passò armi e bagagli sotto le insegne del nuovo occupante. Salò ha fornito i quadri dei servizi segreti e di tutte le altre organizzazioni clandestine legare alla NATO. Questo per la serie: chi è stato davvero a salire sul carro del vincitore.
Il punto è che per quanto possano essere deteriori i miti del nazionalismo e del militarismo, il fascismo li ha comunque usurpati. Lo slogan mussoliniano degli "otto milioni di baionette" ha coperto una realtà ben diversa fatta di autorazzismo, tradimento e cupidigia di servilismo.
Comidad, 21 dicembre 2006
 
Di comidad (del 04/06/2008 @ 23:22:50 in Commentario 2008, linkato 1506 volte)
Alcuni esponenti di Rifondazione e dei Comunisti Italiani hanno rilevato la “irresponsabilità” di Berlusconi nell’affrontare la cosiddetta emergenza rifiuti a Napoli, accusandolo di criminalizzare un intero popolo. È una denuncia vera ma parziale, perché Berlusconi ha cominciato a criminalizzare l’intero popolo napoletano da almeno due anni attraverso la casa editrice di cui è ufficialmente il padrone, la Mondadori, che ha prodotto allo scopo un best-seller distribuito in milioni di copie, il celebratissimo “Gomorra” di roberto saviano. Non si può non notare, però, che la celebrazione di “Gomorra” è stata operata soprattutto dalla sinistra cosiddetta “radicale”, tanto che l’ex presidente della Camera Bertinotti, per un certo periodo, ha fatto praticamente coppia fissa con roberto saviano in una serie di manifestazioni pubbliche. Qui si può anche constatare a che punto sia giunta nelle menti della sinistra la dissociazione tra teoria e pratica, tanto che ora ci si sorprende che a premesse razzistiche corrispondano delle conseguenze fasciste.
Altrettanto sorprendente è che ci si sorprenda che oggi sia il committente di Saviano, cioè Berlusconi, a raccogliere i frutti politici di una propaganda che ha teso a far credere che l’intera popolazione napoletana sia, in vari modi, complice della camorra. Di fronte ad una popolazione di criminali, la sospensione delle garanzie costituzionali e la proclamazione di uno stato di eccezionalità, rappresenta un provvedimento minimo che ormai l’opinione pubblica - compresa quella napoletana - è stata preparata da anni ad accogliere come una liberazione. Grazie al film tratto da “Gomorra”, ed al suo successo internazionale riscosso al festival di Cannes, anche l’opinione pubblica straniera è ormai convinta che sia necessario salvare Napoli dai Napoletani, ed è quindi pronta ad avallare ogni provvedimento di carattere dispotico.
Berlusconi vuole ora anche lui iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di coloro che hanno salvato Napoli dai Napoletani, per poi magari iscriverlo anche nell’albo di quelli che si sono assunti la missione di salvare l’Italia dagli Italiani, come Mussolini. Come rilevato da Benedetto Croce, il fascismo non è un nazionalismo, ma una forma di autorazzismo, quindi un sottoprodotto ideologico del colonialismo delle grandi democrazie anglosassoni. Anche Berlusconi, come già Mussolini, svolge il ruolo di agente locale del colonialismo anglo-americano, come del resto la sua Mondadori è di fatto un’affiliata della corporation Walt Disney. Come Mussolini, anche Berlusconi potrebbe un domani essere criminalizzato e gettato dopo l’uso dai suoi padroni, e ci sarà ancora una volta qualcuno disposto a raccontarci che dovremo essere grati agli Anglo-Americani per averci fatto questo favore. Il problema della “sinistra radicale” è che non si può essere fascisti nelle analisi e poi risultare credibili quando si pretende di adottare una politica del dialogo e del confronto, perché ci si è levati da soli il terreno sotto i piedi. Come mai non ci si è accorti che “Gomorra”, pur con più abilità narrativa, non sostiene nulla di diverso da ciò che Giorgio Bocca va scrivendo da anni in altri best-seller di minore portata, come “L’inferno” o “Napoli siamo noi”?
Certo, Giorgio Bocca ha un passato (passato?) di fascista e di propagandista di tesi razzistiche, quando insieme con il suo camerata Giorgio Almirante, dalle colonne del giornale “La difesa della razza” metteva in guardia le masse contro il pericolo ebraico. Poi Giorgio Bocca ha cambiato schieramento e si è messo a sfogare il suo razzismo contro i Meridionali, continuando così a rimanere fedele al suo maestro di gioventù, Adolf Hitler, che nel “Mein Kampf” non se la prendeva soltanto con gli Ebrei e i Negri, ma collocava anche gli Italiani meridionali tra le razze degenerate.
Saviano non ha la rozzezza espressiva di Bocca, è persino napoletano, e ciò ha messo in ombra i contenuti razzistici del suo libro. Forse in questo caso è intervenuto anche un pregiudizio intellettualistico da parte della sinistra, secondo la quale ciò che è fascista deve essere anche brutto e volgare. Visto che “Gomorra” esteticamente funziona, allora deve essere per forza di sinistra.
Ma il punto essenziale è un altro, e riguarda l’adesione alla mitologia giustificativa del privilegio, secondo la quale la minaccia all’ordine ed alla sicurezza sociale deriverebbe sempre dalla povertà, dalla frustrazione e dalla disperazione. In realtà il pericolo non deriva dallo scontento, ma dall’entità dei mezzi di cui si dispone per nuocere, cioè: il grado di potenza di qualcuno determina anche la misura della sua pericolosità. Non è l’intenzione omicida a spingere a procurarsi un’arma da fuoco, ma è la disponibilità di un’arma da fuoco a far sorgere intenzioni omicide.
La fiaba mediatica ci narra che se sei povero e disperato diventi facilmente criminale e terrorista. In realtà, se sei povero e disperato, la cosa più probabile è che tu rimanga povero e disperato. Il ricco ha invece i mezzi materiali per diventare criminale e terrorista, e in più ha anche i mezzi materiali per acquistare impunità, consenso, approvazione. Bertinotti è un umanitario, quindi non ha disdegnato di frequentare anche i ricchi, scoprendo che in fondo sono persone come noi. Certo, Bertinotti ha ragione: i ricchi non hanno la coda, e non hanno neppure le squame; però Bertinotti dovrebbe anche sapere che, attraverso recenti ed approfondite indagini socio-economiche, si è potuto scoprire che i ricchi hanno i soldi, quindi possiedono giornali, televisioni, catene distributive, cioè possono avere a disposizione un esercito di persone il cui lavoro consiste nel narrare la fiaba che i ricchi hanno sempre ragione, che i ricchi sono delle vittime e degli incompresi, che tutti i problemi derivano dal fatto che i ricchi non hanno abbastanza privilegi, mentre i poveri ne hanno troppi.
Se un giovane ha talento e vuole fare carriera nei media - magari scrivere per la Mondadori -, capisce intuitivamente che deve trovare sempre nuovi modi per raccontare questa fiaba. Saviano può anche ritenersi sinceramente di sinistra, anzi ciò gli gioverà alla carriera, perché conferisce alla sua mistificazione un pathos che altrimenti non avrebbe avuto. Con l’aiuto di “editor” che sanno il fatto loro, Saviano ha potuto alla fine confezionare un prodotto in grado di accedere agli alti livelli della guerra psicologica, del divismo e del business.
Una persona normale vive costantemente l’esperienza di essere contraddetto, anche se dice cose ovvie, e di essere spesso rimproverato, anche se non ha fatto nulla di male, e ciò perché il contraddire ed il rimproverare i propri simili è uno dei pochi piaceri che i poveri possono concedersi. I gruppi privilegiati vivono invece in un mondo che gli racconta sempre e solo la fiaba che vogliono ascoltare, infatti non vengono mai veramente contraddetti, e perciò rappresentano un pericolo, non perché frustrati, ma proprio perché non lo sono. L’irrequietezza e l’insaziabilità dei privilegiati costituiscono l’evidenza meno riconosciuta nelle società di ogni tempo, anche se pensatori di rilievo - come Aristotele, Bakunin e Gramsci - se ne sono accorti, rimanendo comunque inascoltati.
La finta e illusoria immagine della ricchezza soddisfatta ha infatti segnato gravemente la storia del movimento operaio, sino a giungere a Stalin ed alla sua linea di fregare sistematicamente gli alleati a sinistra, pur di trovare la possibilità di accordi con la destra. Questa linea continua nell’attuale stalinismo senza comunismo - e senza sinistra - di Walter Veltroni.
5 giugno 2008

Dal compagno Mario riceviamo e pubblichiamo
“Ho trovato alcune notizie interessanti sulla deportazione del campo Rom di Ponticelli Napoli. Ci sono sporchi interessi sotto.”
”La zona occupata dagli accampamenti nomadi rientra nel Piano urbanistico di zona dove da poco meno di un mese sono stati emessi bandi di gara per la costruzione di strutture residenziali: appartamenti, scuole, ospedali, servizi. Quest'area è interessata da un finanziamento pubblico di 7 MILIONI DI EURO e il termine per l'inizio dei lavori è fissato per agosto. Se entro tale data i lavori non partiranno, i soldi verranno persi. In altre parole, sembra strano che questo 'allarme rapimento' sia scoppiato proprio adesso, pochi giorni dopo i bandi di gara.
TRA L' ALTRO IN EUROPA NELLA STORIA DEGLI ULTIMI 60 ANNI NON ESISTE NESSUN CASO " ACCERTATO " DI BAMBINI RAPITI DA ROM !!!!!”
 
Di comidad (del 17/05/2007 @ 23:18:27 in Commentario 2007, linkato 1287 volte)
Proprio in questi giorni a Scampia, a ridosso delle ormai leggendarie "vele", si sono effettuate le riprese del film "Gomorra", tratto dall'omonimo libro di roberto saviano. Il set è stato reso più realistico dalla fortunata "coincidenza" della presenza di cumuli di immondizia abbandonata, effetto dell'ennesima emergenza rifiuti a Napoli. Forte di questa emergenza rifiuti, il Governo sta forzando per trasformare in discarica un'area a ridosso del parco naturale del Cilento, in provincia di Salerno. È chiaro che le discariche legali rappresentano spesso soltanto il cuneo ed il battistrada per le discariche abusive, e non c'è bisogno di essere dei profeti per prevedere che le centinaia di poliziotti accorsi per "convincere" con la violenza i cittadini di Serre a subire la discarica governativa, spariranno quando si tratterà di impedire le discariche "gestite dalla camorra".
In questo contesto la funzione di libri e film come "Gomorra", è quella di rappresentare come un'anomalia razziale ciò che invece costituisce la normalità del capitalismo. All'opinione pubblica viene offerta la rassicurante immagine di una città in condizione limite, in preda all'affarismo emergenziale ed all'economia illegale, determinando la suggestione per cui queste cose "altrove" non potrebbero accadere. Il "vero" capitalismo, il capitalismo ideale, è sempre "altrove". Quando si è scoperto che Tronchetti Provera, l'uomo nuovo dell'imprenditoria italiana, era soltanto un saccheggiatore del patrimonio immobiliare della Telecom, ci si è affrettati a commentare che in America queste cose non sarebbero potute accadere. Anche commentatori in buona fede non hanno esitato a sottoscrivere questa dichiarazione autorazzistica, mentre in realtà il saccheggio dei patrimoni immobiliari costituisce il movente di quasi tutte le fusioni aziendali in tutto il mondo. Quando ci sono delle fusioni, il rituale dei licenziamenti diventa un modo per attuare un crudele diversivo, un rito sacrificale al mito del capitalismo ed al feticcio del "risanamento aziendale". La gratuita crudeltà, invece di insospettire, rende tutto più verosimile e credibile, così nessuno fa caso al fatto che patrimoni immobiliari acquisiti in anni, o in secoli, cambino proprietario per cifre assolutamente incongrue rispetto al valore reale.
Certo, da anni ormai la FIAT e la Pirelli sono soprattutto delle immobiliari, ma anche la General Motors lo è. Tutti i cartelli bancari che sono stati creati in Italia negli ultimi anni avevano lo scopo di mettere le mani sugli enormi patrimoni immobiliari di banche storiche come la Commerciale o il Banco di Napoli; ma è ciò che avviene praticamente anche in tutto il resto del mondo.
Il capitalismo reale è inseparabile e indistinguibile dalle pratiche del saccheggio, del ricatto e dell'estorsione. Il capitalismo funziona sempre a due livelli complementari, quello della legalità e quello dell'illegalità; del resto se non esistesse la legalità, non si potrebbero creare nemmeno le mille occasioni affaristiche dell'illegalità. Ormai è documentato da atti processuali che in California la Enron provocava dei black-out a scopo di ricatto emergenziale per ottenere privilegi e facilitazioni. I fenomeni dell'affarismo emergenziale vanno quindi esaminati in parallelo, osservando comparativamente ciò che avviene dappertutto. Quando invece si esamina un'area sociale e geografica isolandola dal contesto, la si può anche far passare come una forma di devianza antropologica, cioè di inferiorità razziale.
Nel saggio "Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte", Marx descrisse il capitalismo in Francia come un fenomeno di criminalità comune. Questa visione realistica e critica del capitalismo gli fu possibile perché riteneva la Francia un Paese inferiore. Quando invece trattava dell'Inghilterra, allora gli stessi fenomeni di affarismo criminale, Marx o non li vedeva, oppure li citava fugacemente come eccezioni. Quindi, la idealizzazione del capitalismo ed il mito del capitalismo non potrebbero mai reggersi senza il filtro del pregiudizio razzistico.
17 maggio 2007
 
Di comidad (del 27/09/2007 @ 23:15:44 in Commentario 2007, linkato 1253 volte)
Il tentativo israeliano di genocidio nei confronti della popolazione di Gaza viene operato nel complice silenzio dei media ufficiali, un silenzio messo in maggior rilievo dal fatto che su internet circola una massa di informazioni a riguardo. La maggior parte di queste informazioni proviene dall'interno della stessa Israele, come espressione di un'opposizione crescente alla politica del genocidio.
Certamente tutto questo è consentito dal fatto che internet ha rotto il monopolio dei media ufficiali, ma sarebbe un errore ridurre il tutto ad una questione di nuove frontiere della democrazia telematica. Internet è un grande moltiplicatore, ma l'esperienza dimostra che può essere utilizzato anche per moltiplicare la mistificazione, come nel caso di roberto saviano, nel quale un ben orchestrato "tamtam" sulla rete ha determinato un'illusione di spontaneità, che ha impedito a molti di accorgersi che "Gomorra" era un'operazione-best seller gestita da una casa editrice delle dimensioni di Mondadori.
Quindi, senza misconoscere l'importanza di internet nell'informazione alternativa, occorre vedere che c'è qualcos'altro. In Israele, ad esempio, è sempre esistito un dissenso interno contro la politica criminale dei vari governi, ma sta di fatto che oggi questo dissenso non vive più nell'isolamento morale di una volta, ma riscuote una diversa attenzione. Anche le persone più intossicate dalla propaganda non possono sottrarsi dal fare i confronti più ovvi. Prima della colonizzazione statunitense, il sionismo non si limitava ad esagerare e mistificare la minaccia araba, ma puntava anche sulla solidarietà interna, in modo che il senso comunitario ed il senso di accerchiamento si alimentassero a vicenda. Ora qualsiasi israeliano può invece osservare come nella povertà e precarietà in cui sono ridotte, le popolazioni arabe riescono a trattare i loro anziani molto meglio di quanto non faccia lo Stato israeliano con i propri pensionati. Negli ultimi anni Gaza è divenuta per Israele anche un imbarazzante modello di welfare, che stride con il modo in cui ormai la società israeliana tratta i propri poveri e i propri svantaggiati.
La propaganda ufficiale sul terrorismo si è trovata spesso di fronte a questi sconcertanti confronti con la realtà. Mentre il Libano era bombardato da Israele, i cittadini americani erano bombardati da una propaganda sulla malvagità di Hezbollah, ma anche qui i paragoni sono stati poi inevitabili. Hezbollah ha usato il denaro iraniano per aiutare le vittime delle bombe israeliane e finanziare la ricostruzione; ma, mentre quelle bombe ancora cadevano, Rumsfeld si era rifiutato di rimpatriare a spese del governo i turisti americani rimasti intrappolati in Libano - come invece stavano facendo tutti i governi europei -, e ha offerto a quei turisti in pericolo la possibilità di farsi prestare a interesse i soldi necessari per fuggire, ovviamente a tassi da strozzo.
Il punto è che nessuna fantasia propagandistica sulla malvagità dei terroristi, riesce ad eguagliare ciò che fa oggi il gruppo dirigente statunitense. In questi ultimi tempi è nata una linea editoriale tendente a screditare e ridicolizzare le tesi "complottiste" sull'11 settembre, ma qualsiasi confutazione tecnica e qualsiasi psichiatrizzazione del cosiddetto "complottismo" deve arrendersi di fronte all'evidenza del fatto che il governo statunitense è pronto a considerare la propria popolazione come una qualsiasi altra "entità ostile".
Molti abitanti di New Orleans sono convinti che sia stato il governo, e non l'uragano Kathrina, a far saltare le dighe e provocare l'inondazione della città, e ciò non in base a considerazioni tecniche - che possono essere rigirate come si vuole -, ma per il modo in cui il governo si è comportato dopo la sciagura. Chi è stato capace di tenere un comportamento così affaristico-criminale dopo l'inondazione, poteva compiere crimini analoghi anche prima.
I complotti possono esser anche improbabili, ma comunque non sono impossibili quando dietro vi sia la potenza di un governo, e soltanto un anticomplottismo dogmatico e pregiudiziale può impedire di pensare che dei palesi criminali si siano comportati da criminali.
La dottrina "Neocons" ha enfatizzato la potenza della propaganda, sino a pensare che il colonialismo statunitense potesse rimpiazzare il nemico vero - l'URSS - , con un nemico fittizio: l'Islam. La potenza della propaganda è enorme ed è in grado di creare anche nemici fittizi, ma comunque a patto di comportarsi come che se questi nemici esistessero davvero. Nessun governo che credesse seriamente all'esistenza del pericolo islamico, potrebbe mai comportarsi come sta facendo il governo statunitense ora.
Quando nel 1964 il presidente Johnson decise di intensificare la presenza militare americana in Vietnam, al tempo stesso fu costretto a concedere qualcosa nel senso della legislazione antisegregazionista e dello Stato sociale. Johnson sapeva di dover affrontare un nemico vero e ciò gli consigliava prudenza. L'imprudenza e l'impudenza di Bush indicano invece che egli non teme realmente il nemico, perché questo nemico - il terrorismo islamico "globale" - non esiste.
Anche qui c'è una sorta di propaganda di supporto, che tende a spiegare tutte le incongruenze con l'imbecillità di Bush e del suo entourage. Che Bush e molti dei suoi collaboratori siano degli imbecilli, è senz'altro possibile, ma l'idea che il gruppo dirigente statunitense sia composto solo da deficienti, costituisce una sorta di razzismo rovesciato e molto puerile.
27 settembre 2007
 
Di comidad (del 25/08/2007 @ 23:13:31 in Commentario 2007, linkato 1321 volte)
Nei giorni scorsi si è verificata la defezione di Gavino Angius dal fronte dei contrari alla cosiddetta legge Biagi. Ancora a giugno l'esponente dei DS - che aveva rilanciato la sua immagine in seguito al rifiuto di aderire al Partito Democratico - si era pronunciato per un "superamento" di questa legge.
Sin dall'inizio la cosiddetta legge Biagi ha avuto una copertura mediatica con ben pochi precedenti. Anche la scelta di attribuire alla legge il nome di un consulente ministeriale ucciso dalle presunte BR, è servita a conferire alla legge stessa un alone di santità e di martirio, ed anche di sospetto di connivenza con il terrorismo nei confronti di chiunque si dichiarasse contrario alla precarizzazione del lavoro.
In queste ultime settimane la stampa borghese ha dato un ulteriore impulso alla campagna ideologica e propagandistica a sostegno della legge. La campagna ha assunto un tono intimidatorio, da vera e propria guerra psicologica. A metà agosto vi è stata anche la provocazione nei confronti di Beppe Grillo da parte del "Corriere della sera", una provocazione che ha avuto il senso di ribadire l'equazione tra terrorismo e contrarietà alla legge Biagi.
Nessun uomo politico può reggere una lunga aggressione mediatica, perciò Angius ha preso atto e si è adeguato, meritandosi così il plauso della stampa borghese. La vicenda è stata comunque utile per comprendere l'importanza fondamentale che la borghesia attribuisce alla legge sulla precarizzazione. Il fatto che sia stato ancora una volta Pietro Ichino ad assumersi il ruolo di difensore della precarizzazione, indica che la legge Biagi costituiva solo un anello della catena di scelte politiche che devono condurre alla meta finale: la appaltizzazione e privatizzazione delle funzioni della Pubblica Amministrazione.
Qui si tratta dell'affare più colossale che la borghesia italiana abbia mai concepito, poiché l'obiettivo è di metter le mani su quote enormi di spesa pubblica. l'affare ha il sostegno del colonialismo statunitense, che vede favorevolmente una dissoluzione dell'apparato dello Stato italiano, poiché ciò comporterebbe anche la cessazione di ogni residua possibilità di controllo sui traffici illegali che i militari americani e la CIA compiono sul territorio italiano.
Il Partito Radicale è notoriamente un'agenzia di provocazione del governo statunitense, ed in questi giorni è venuto in soccorso della legge Biagi in modo abbastanza contorto, ma efficace. Una esponente del Partito Radicale romano - che è come dire il Partito Radicale tout-court, dato che altrove ha solo manovalanza - ha fatto delle dichiarazioni sui "troppi napoletani" che lavorano nella ristorazione a Roma, che sarebbero indizio di una invasione camorristica nella capitale.
Il senso di questa sortita non è risultato chiaro finché, sull'onda dei commenti, si è arrivati al dunque: il governo lasci perdere la legge Biagi e si occupi della criminalità organizzata che è la vera causa dell'arretratezza economica del Meridione. A conferma che il senso della provocazione era questo, è giunta anche la minaccia di Emma Bonino di far cadere il governo se si ostinasse a voler toccare la legge Biagi.
La campagna propagandistica a sostegno della precarizzazione cerca quindi di andare oltre il tono puramente intimidatorio e va a compiacere l'opinione pubblica nei temi che le sono più congeniali. Il razzismo antimeridionale è una di quelle suggestioni che incontrano un consenso diffuso e trasversale agli schieramenti politici, persino fra i Meridionali, che sono ormai convinti di essere i soli colpevoli dei loro guai. Usare un pregiudizio razziale diffuso come pretesto per veicolare altri messaggi - in questo caso precarizzazione e privatizzazione -, costituisce un espediente frequente nella propaganda del Potere.
Il libro di roberto saviano sul sistema economico camorristico, edito dalla Mondadori (altra centrale di provocazione del governo statunitense), è stato in questo senso molto più che un'operazione editoriale, si è configurato come un vero e proprio esperimento sociale, che ha saggiato il senso critico dell'opinione di sinistra, dimostrando che ce n'è davvero poco. In generale l'opinione pubblica di sinistra si è rivelata ancora una volta troppo vulnerabile alla retorica socio-economicistica messa in campo da Saviano, una retorica che viene recepita acriticamente come una sorta di garanzia di concretezza e solidità di argomentazione.
Anche l'attuale propaganda della stampa borghese sta puntando su questa carta dei sofismi economicistici, facendo credere che la precarizzazione non sia dovuta a scelte politiche, ma che costituisca la conseguenza oggettiva dell'attuale fase dell'evoluzione tecnologica e produttiva. Insomma, la formula propagandistica è che chi si oppone alla legge Biagi si starebbe attardando nell'illusione di conservare un rapporto di produzione che ormai non esisterebbe più.
È chiaro che non è vero nulla, dato che la precarizzazione riguarda ogni tipo di lavoro, compresi i più tradizionali, ma comunque il potere suggestivo di questa retorica tecno-socio-economicistica su certi settori della sinistra non va sottovalutato.
Marx ed Engels, nel Manifesto dei Comunisti del 1848, recepirono acriticamente la propaganda borghese sul Luddismo e affermarono che con le loro lotte gli operai: "cercano di riconquistarsi la tramontata posizione del lavoratore medievale".
La ricerca storica sulla composizione del movimento dei luddisti - non difficile dato che ci sono i verbali dei tanti processi da loro subiti - ha smentito questa mistificazione, perciò oggi si sa che si trattava di operai di nuova generazione e non di ex artigiani. Ciononostante questa accusa di conservatorismo, lanciata ad ogni forma di opposizione operaia, mantiene la sua efficacia di suggestione su molti settori della sinistra, perciò non sarà il caso di sorprendersi se vi saranno altre defezioni.
25 agosto 2007
 
Di comidad (del 27/12/2007 @ 23:08:48 in Commentario 2007, linkato 4251 volte)
L'emergenza natalizia dello smaltimento dei rifiuti in Campania è stata comunicata dai media in base ai consueti canoni del razzismo ufficiale. La finta informazione alternativa - quella di trasmissioni come "Report", e dei best-seller come "Gomorra" o "La casta" - ha consolidato e articolato questo quadro, offrendo parole magiche ed evocative come "camorra" o "sistema", oppure icone di satrapi della pubblica amministrazione, come il governatore Bassolino, che è una figura analoga a quella di un Bokassa, l'ex "imperatore" del Centro-Africa, l'emblema razzistico dello sfruttamento delle pubbliche risorse a fini di lusso privato. Diventato un "Bokassolino" o il "Bokassa del Mezzogiorno", il governatore Bassolino costituisce oggi anche lui per i media l'immagine esplicativa dell'inferiorità di un popolo e della sua mancanza di futuro.
Il razzismo consiste appunto in una serie di risposte precostituite che servono a prevenire e neutralizzare le vere domande, anche le più ovvie.
Che delle strutture amministrative locali, come Regioni e Comuni, si occupino della raccolta dei rifiuti, è perfettamente comprensibile, ma che c'entrano con il loro smaltimento?
I rifiuti sono notoriamente uno dei prodotti più esportabili ed esportati del mondo. Da qui deriva la seconda, ancora più ovvia, domanda: come mai una Regione povera come la Campania - che produce quindi meno rifiuti delle altre Regioni - ha sempre bisogno di nuove discariche?
E poi ancora un'altra domanda, che costituisce anche una implicita risposta: cosa sono e da dove realmente provengono i rifiuti che le discariche campane contengono e dovranno contenere?
Dato che nonostante le barriere mediatiche, queste questioni sono state comunque poste, ecco pronte le risposte rassicuranti/razzistiche alla roberto saviano: la "camorra imprenditrice" traffica in rifiuti tossici e allestisce siti per accoglierli. Il razzismo può uccidere ogni buonsenso, e farci credere che le multinazionali che producono i rifiuti tossici siano costrette a implorare dalla camorra un sito per smaltirli.
Per la propaganda ufficiale il problema è sempre lo stesso: non esistono popoli e territori asserviti e colonizzati, ma solo razze inferiori e/o subdole.
Nel 1947, all'Assemblea Costituente, Francesco Saverio Nitti - che era stato Presidente del Consiglio tra il 1919 ed il 1920 - stava pronunciando uno dei suoi numerosi discorsi contro l'istituzione delle Regioni, quando un parlamentare democristiano gli obiettò che erano discorsi inutili, che le Regioni si sarebbero comunque fatte perché erano dettate dal trattato di pace. Nitti rispose che si era letto da cima a fondo il trattato di pace, e che le Regioni non vi erano citate. È chiaro però che il parlamentare democristiano si stava riferendo alle clausole non scritte del trattato, cioè alle imposizioni di chi occupava militarmente l'Italia.
Il finto federalismo - quello delle autonomie locali - è essenziale per coprire le varie forme di sfruttamento e asservimento del territorio, ed anche per poi tacciare di "localismo" ogni tentativo di resistenza all'aggressione e occupazione del territorio. Inoltre, facendo proliferare i posti di potere, le autonomie locali costituiscono un veicolo di corruzione di massa, che può consolidare un ceto sociale privilegiato ed interessato al mantenimento dello status quo coloniale.
La "casta" non costituisce quindi una degenerazione, ma è un progetto costituzionale. Il primo presidente della Repubblica eletto, l'economista liberista Luigi Einaudi, era stato sino a quel momento un sostenitore della politica della "lesina", si era reso famoso per aver fatto inserire nella Costituzione la norma che non vi dovessero essere spese senza preventiva copertura, ed anche per aver proposto di abolire le tredicesime mensilità per non concentrare i consumi nello stesso periodo. Ebbene, fu proprio Luigi Einaudi a lanciare la versione sfarzosa e monarchica della presidenza della Repubblica, a volere come sede il palazzo del Quirinale, e a pretendere un appannaggio superiore a quello di qualsiasi altro capo di Stato, compreso quello del presidente USA, cosa che è stata fatta notare da molti accusatori della "casta".
Il "presidente monarca" era però una citazione dal modello americano, e non ci si può sorprendere se ogni tanto l'allievo supera il maestro. Anche Bassolino non è più semplicemente presidente regionale, ma è un "governatore", come negli Stati Uniti. Che la casta si sviluppi di pari passo con l'imitazione del modello imposto dai colonizzatori, è un'osservazione che di solito manca a queste denunce, che anzi ribadiscono fideisticamente che "negli Stati Uniti queste cose non succedono". Che il crescente uso privato delle risorse pubbliche abbia come perfetto riscontro l'adesione ideologica all'americanismo ed all'occidentalismo, anche questo non viene notato.
La Costituzione prevede il referendum abrogativo, ma precisa che non possano essere oggetto di referendum non solo le leggi fiscali, ma neanche i trattati internazionali; quindi nessun referendum puà proporre di abolire i trattati di adesione dell'Italia alla NATO ed alla Unione Europea. Neanche ad una forma "partecipativa" innocua e puramente illusoria come il referendum, è quindi concesso di mettere in discussione la sudditanza coloniale dell'Italia. La "sovranità popolare" non poteva essere meglio smentita, proprio nel documento che avrebbe dovuto garantirla.
27 dicembre 2007
 
Di comidad (del 16/11/2006 @ 22:32:18 in Commentario 2006, linkato 1164 volte)
La cacciata del segretario di Stato americano Rumsfeld è stata presentata dai quotidiani italiani, soprattutto di sinistra, come un trionfo della "democrazia americana", cioè come un effetto della sconfitta elettorale repubblicana nelle elezioni di medio termine. L'affermazione non ha fondamento, poiché queste redistribuzioni di voti sono consuete nelle elezioni americane di medio termine, e non hanno mai giustificato nessun cambiamento nella composizione del governo.
La stampa ed i media italiani in genere hanno poi completamente taciuto sul fatto che da alcune settimane i generali, con pubblici "ed incostituzionali" pronunciamenti, avevano preteso la testa di Rumsfeld, colpevole di aver privatizzato la logistica delle forze armate. In mano ai privati, la logistica è divenuta così scadente, che non soltanto ha determinato lo sfacelo del potenziale bellico americano in Iraq, ma ha anche intaccato i privilegi degli alti ufficiali, i quali ricevono il loro stipendio non soltanto in termini monetari, ma soprattutto attraverso la fornitura di servizi gratuiti.
L'oligarchia militare ha quindi in questa circostanza semplicemente recuperato i suoi privilegi a scapito di un'altra oligarchia, quella finanziario/commerciale. Tutto ciò è stato coperto dalla propaganda attraverso la concomitante capacità di suggestione del mito democratico e di quello razzistico della superiorità degli Americani, popolo della libertà, che a volte sbaglia, ma saprebbe superare i propri errori. In realtà questa retorica degli "ops!" non dimostra affatto che si sia trattato di errori piuttosto che di strategie, e neppure che questi errori siano in via di superamento. Tutto ciò viene imposto solo per suggestione.
Un altro privilegio delle caste militari è quello di potersi arricchire esercitando impunemente il contrabbando. I porti militari sono la maggiore via di accesso di merci pseudo-proibite, come droga e armi, ma anche di merci del tutto lecite che aggirano le dogane. Questo non è neppure un segreto, è un dato che si ritrova anche all'interno di relazioni delle varie agenzie ONU.
La base militare NATO di Napoli è uno dei principali porti di contrabbando del mondo, e ciò potrebbe spiegare tante cose sull'attuale situazione della città.
Eppure tutto ciò può essere coperto con la consueta sinergia di un mito insieme con un richiamo razzistico. Il noto libro di roberto saviano, "Gomorra", combina il mito del mercato con il solito razzismo antinapoletano, creando l'immagine della "camorra imprenditrice" (ribattezzata "sistema": fa più chic).
Il libro ha avuto commenti entusiastici ed alcuni commentatori non si sono neppure accorti che era edito e distribuito dalla potente Mondadori, ed hanno affermato che il suo successo era invece dovuto al "tam tam dei lettori". Il libro di Saviano è in effetti una mistificazione sagace, retoricamente ben confezionata, che sa inserire qua e là anche fatti veri per confondere meglio le acque. Tutto ciò riesce a mascherare la contraddittorietà della tesi secondo cui un degrado urbano ed antropologico riuscirebbe a trasformarsi magicamente in potenza economica.
Comidad, 16 novembre 2006
 
Di comidad (del 18/05/2011 @ 18:10:35 in Commenti Flash, linkato 1717 volte)
1) PER FORTUNA IL FMI NON SI TROVA MAI A CORTO DI PERVERTITI
Nella fiaba del direttore generale del Fondo Monetario Internazionale e della cameriera d'albergo manca un personaggio essenziale, un personaggio collettivo: la scorta di Strauss-Kahn. Peggio che se in una tragedia greca si fossero dimenticati del coro.
Il dirigente supremo del FMI meno protetto di roberto saviano? Uno che con un tratto di penna decide la morte per fame e malattie di milioni di persone, non ritiene che qualcuno per questo possa volergliene male? Animo nobile!
Il fatto che Strauss-Kahn sia un noto sadico/satiro non è affatto in alternativa all'ipotesi di complotto, e questa strana sparizione dalla vicenda degli agenti CIA ed FBI che avrebbero dovuto vigilare sul direttore del FMI, conferma che ci è stato raccontato il solito cumulo di balle.
Intanto la J.P. Morgan si è impadronita del vertice del FMI grazie alla dirigenza ad interim del suo uomo, John Lipsky, probabilmente anche lui un pervertito, come dimostra la sua carriera nel FMI e nella stessa J.P. Morgan, carriere illustrate nella sua biografia ufficiale.(*)
Pervertiti di tutto il Fondo, unitevi!
Ora nel FMI c'è da spartirsi le spoglie dell'ultima preda, la Grecia, e con una dirigenza tutta statunitense alla finanza europea verranno lasciate le briciole.
E pensare che se il francese Strauss-Kahn non fosse incappato in questo scandalo, l'americano Lipsky avrebbe dovuto lasciare il FMI il 31 agosto prossimo, ed ora invece si trova massimo dirigente sine die. Quando si dice le coincidenze!(**)
La vicenda ha però un risvolto inedito. Prima che questo scandalo sessuale lo mettesse al centro dei riflettori, quanta parte dell'opinione pubblica era a conoscenza dell'esistenza del FMI?

(*)http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.imf.org/external/np/omd/bios/jl.htm&ei=y13RTdG0N4zIswa1t8ytCw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=4&ved=0CEIQ7gEwAw&prev=/search%3Fq%3Djohn%2Blipsky%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Divnsuo
(**)http://it.finance.yahoo.com/notizie/Fmi-Il-Numero-Due-John-Lipsky-asca-49985867.html?x=0

2)IL PD PRONTO A SALVARE IL PERVERTITO NOSTRANO?
I tifosi di Berlusconi speravano che nelle ultime elezioni l'effetto Strauss-Kahn servisse a fare assolvere Berlusconi dalle sue magagne sessuali, come se a decidere in ultima istanza fosse il voto d'opinione. In realtà gli ultimi risultati elettorali indicano che è entrato in crisi il rapporto del centrodestra col voto organizzato. A Milano cosa è successo alla holding Comunione e Liberazione, alias Compagnia delle Opere?
Ha perso il controllo dei voti o li sta centellinando per aumentare il suo peso contrattuale interno in vista del ballottaggio?
Intanto il voto milanese ha punito la Moratti, per premiare però un altro esponente dell'aristocrazia cittadina, Pisapia.
A Napoli il candidato PdL, Lettieri, raschia il fondo del barile, ma non raggiunge il 40%. Il risveglio inatteso di un voto d'opinione trasversale ha lanciato al ballottaggio l'ex magistrato De Magistris; ma è molto dubbio che, al di là delle dichiarazioni di Bersani, a questi voti d'opinione si unirà il decisivo voto organizzato sotto il controllo del PD.
Cosa si inventeranno stavolta i dirigenti del Partito Democratico per soccorrere il Berlusconi agonizzante?
 
Di comidad (del 03/04/2008 @ 10:54:57 in Commentario 2008, linkato 1232 volte)
Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall'aeroporto di Malpensa, è mancata l'osservazione della prossimità dell'aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona. Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell'aeroporto civile. Che l'operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta "sinistra radicale", nessuno si è sentito di subire l'aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti "filo-americani" - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n'è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei "filo-americani" che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un'antenna radar o poco più.

In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo?

Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema. Tutta questa presenza capillare di basi USA e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l'intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I "filo-americani" si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia l'oppio afgano e il petrolio iracheno.

Con la sua solita impudenza, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un'intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell'esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come "il Manifesto" qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-roberto saviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici.

Il fenomeno di divismo che è stato costruito su roberto saviano è indice del rilievo che la "Psycological war" gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l'accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c'è troppo scontento, perciò la "Psycological war" deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che "la colpa è nostra" è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici.

Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la "Psycological War", perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di "no global" di destra. Sono risultate già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l'attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di "mercatismo", ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il "Mercato" non esiste: nel migliore dei casi è un'astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l'illusione di un'entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende.

Anche la "globalizzazione" costituisce un'astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere "no global" senza accorgersi che il colonialismo e l'affarismo passano per cose concrete come l'occupazione militare di un territorio.

3 aprile 2008
 
Di comidad (del 29/05/2008 @ 09:00:40 in Commentario 2008, linkato 1297 volte)
A Napoli la cosiddetta rivolta di Chiaiano ha ricalcato il copione già visto con la “rivolta” di Pianura il gennaio ultimo scorso: la polizia da una parte lascia scorazzare a piacimento le sue bande di provocatori di professione, e dall’altra carica sadicamente inermi cittadini che manifestano in modo pacifico. Il copione è lo stesso, ma il copyright è sempre quello del G-8 di Genova e del suo autore, Gianni De Gennaro.
Nel frattempo è ritornata all’attenzione la questione dei rifiuti tossici scaricati illegalmente sul territorio campano. La versione dei fatti accettata anche dai movimenti di opposizione è quella formalizzata a suo tempo da roberto saviano e Milena Gabanelli: la camorra - in particolare la novella Spectre, cioè il mitico Clan dei Casalesi - avrebbe organizzato la discarica abusiva di rifiuti tossici provenienti dalle industrie del Nord-Italia. Anche l’uscita dell’atteso film tratto dal libro di Saviano ha contribuito parecchio a rilanciare questa tesi, trattata in uno degli episodi. Nella versione cinematografica la suggestione delle immagini, un regista abile ed un attore fenomenale - che rende con toni realistici un personaggio luciferino -, ottengono l’effetto di impedire di accorgersi delle crepe evidenti nei sofismi proposti dalla pur insinuante scrittura di Saviano.
Come mistificazione, “Gomorra” ha il suo precedente in “Fronte del porto” (“On the waterfront”, 1954), un film di Elia Kazan, tratto anch’esso da un racconto e da una serie di reportage giornalistici, che fu a suo tempo oggetto di un’accurata analisi demistificatoria da parte di Roland Barthes. Anche in “Fronte del porto”, l’illegalità veniva descritta come un nemico interno ai lavoratori, una sorta di malattia dello spirito; e, infatti, in “Gomorra”, il sistema camorristico è tratteggiato come un’entità metafisica, priva di precise radici, perciò le sole spiegazioni concrete che vengono suggerite sono quelle razzistiche ed autorazzistiche.
Quando occorre chiarire il motivo della strana impotenza dello Stato di fronte a questi fenomeni criminali, si ricorre a spiegazioni riduttive come corruzioni, complicità e, naturalmente, la spiegazione/madre: l’incompetenza. Coloro che pretendono di chiarire tutto ricorrendo all’argomento dell’incompetenza, dovrebbero essere i primi a dimostrare di parlare con competenza, ma si guardano bene dal farlo.
In uno Stato alcuni comportamenti illegali individuali e slegati possono sempre verificarsi, ma solo lo Stato è materialmente in grado di organizzare un’illegalità di massa. Qui non si tratta di supporre oscure trame, al contrario: la demistificazione è un’arte dell’ovvio. Se si domanda che fine fanno i rifiuti prodotti dalle basi militari, la risposta sarà, ovviamente, che è un segreto militare. Ciò è comprensibile, poiché anche noi, quando depositiamo un sacchetto dell’immondizia, stiamo lasciando a disposizione una specie di autobiografia. Dai nostri rifiuti, si può sapere infatti quasi tutto dei nostri gusti e delle nostre abitudini. Allo stesso modo, dai rifiuti prodotti da una base militare si può risalire ad ogni sua attività.
Se i rifiuti di una base militare costituiscono un segreto militare, allora lo scarico dei rifiuti non può che essere sotto controllo militare, e più sono le basi militari, più questo controllo sarà capillare.
Come nasce, ad esempio, una discarica abusiva?
Vi sono rifiuti di origine militare che, per motivi di particolare segretezza, non possono essere smaltiti nelle discariche legali, allora si reclutano dei criminali comuni per svolgere insieme questo lavoro sporco. Una discarica abusiva è anche un enorme affare, un racket, attraverso il quale, la criminalità può essere finanziata e organizzata per altri lavori sporchi utili alle forze armate. L’intreccio tra militarismo e affarismo è quindi un dato oggettivo, non dovuto a corruzione dei singoli, ma che risulta dalle stesse procedure che si devono applicare.
È difficile stabilire se nasca prima l’uovo o la gallina, se sia il militarismo a determinare l’affarismo o se sia l’affarismo a incentivare il militarismo. Sta di fatto che esiste un complesso militare/affaristico/criminale che è motivato e giustificato dal segreto militare e che genera sempre nuova illegalità.
Nel momento in cui in Italia lo smaltimento dei rifiuti, da segreto militare che era, è addirittura divenuto per legge un segreto di Stato, si può capire quanti nuovi racket sorgeranno attorno ad ogni procedura segreta.
Da parte dei movimenti di opposizione, si tende ancora a suddividere l’intervento in tante fettine: l’antimilitarismo, l’antirazzismo, l’ambientalismo, mentre i vari problemi sono aspetti di un unico problema: il controllo militare/criminale del territorio. Da questa frammentazione dell’intervento di opposizione, nascono poi le soluzioni utopistiche che sembrano fatte apposta per favorire la propaganda ufficiale, per consentirle di dire: “Ragazzo, levati e lasciami lavorare”.
Mentre la drastica riduzione dei rifiuti - attraverso una riorganizzazione della produzione ed una raccolta differenziata porta a porta -, costituisce un obiettivo più che realistico, la parola d’ordine del “rifiuti zero” è una promessa che non sarebbe possibile mantenere, e quindi finisce per fornire alibi e giustificazioni al business militar/criminale dei rifiuti. La militarizzazione del territorio è la matrice della devastazione ambientale e dell’illegalità di massa, mentre il razzismo costituisce il messaggio con cui la guerra psicologica deve coprire tutto questo. Non c’è poi da stupirsi se la guerra psicologica ed il suo messaggio razzistico diventino anch’essi un business, come è dimostrato dagli incassi di “Gomorra”, sia libro che film.
Un film come “Gomorra” non ha solo una finalità di copertura, ma anche di rassicurazione per le popolazioni dell’Italia settentrionale, a cui viene lasciato credere che la questione dello scarico illegale dei rifiuti tossici riguardi solo l’Italia meridionale.
Con centotredici tra basi militari americane e NATO diffuse sul territorio ex-italiano, è del tutto irrealistico e illusorio pensare che il pericolo dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici riguardi solo le regioni meridionali.
29 maggio 2008
 
Di comidad (del 25/09/2008 @ 08:50:24 in Commentario 2008, linkato 2522 volte)
Il Comune di Giugliano, della Provincia di Napoli ed al confine con quella di Caserta, si prepara ad “accogliere” la nuova base NATO, che, ufficialmente risulterebbe essere un semplice “trasferimento” della base che da molti decenni opera a Bagnoli. In realtà questo “trasferimento” si avvia a risolversi nei termini di quanto già avvenuto per la base di Comiso in Sicilia, ufficialmente dismessa, ma, in effetti ancora sotto il saldo controllo statunitense.
La notizia che a Giugliano sarebbe sorta una nuova base NATO - non lontana dalla base americana già concessa parecchio tempo fa al Lago Patria senza alcuna autorizzazione del Parlamento -, è giunta appena agli onori della cronaca locale a causa di una pubblica lettera del sindaco berlusconiano di Giugliano, che ha scritto al Presidente del Consiglio e suo leader di partito, non per rifiutare la base, ma solo per chiedergli di considerare le conseguenze rovinose di questo nuovo insediamento militare in una zona da tempo congestionata, e inoltre priva delle necessarie infrastrutture. A Giugliano dovrebbero essere costruiti duemilacinquecento nuovi alloggi per il personale della NATO, ciò in un’area soggetta da decenni ad un sacco edilizio, e sede di numerose discariche autorizzate ed abusive di rifiuti, con una presenza accertata anche di notevoli quantità di scorie tossiche, in gran parte di origine militare.
Tra Licola, che è una frazione di Giugliano, e Castelvolturno, che è in provincia di Caserta, è presente inoltre la maggiore concentrazione in Campania di immigrati, molti dei quali risiedono in alloggi di fortuna o, addirittura, in bidonville.
Il sindaco di Giugliano, evidentemente, era all’oscuro del fatto che una “ripulitura” del territorio da adibire a sede della base militare era già in atto, infatti a Castelvolturno sei immigrati sono stati uccisi da sicari che i media ufficiali hanno immediatamente individuato come componenti del mitico “Clan dei Casalesi”, che, sempre secondo i media, deterrebbero quell’area sotto il loro controllo criminale.
Nessuna prova è stata portata a sostegno della tesi mediatica secondo cui gli immigrati uccisi sarebbero stati coinvolti in traffici che avrebbero disturbato il dominio delle cosche storiche della zona. A quanto risulta, si trattava di semplici lavoratori, probabilmente scelti a caso per innescare una spirale di terrore e di provocazioni utile ad offrire pretesti per eliminare gli insediamenti degli immigrati, attualmente troppo a ridosso della base NATO in via di edificazione.
L’ondata di razzismo mediatico nei confronti della Campania, si è da tempo complicata attraverso il lancio di accuse di razzismo verso gli stessi Campani, indicati come responsabili prima di aggressioni ai Rom, ed ora ad immigrati di origine africana. Questo tipo di rappresentazione è utile per creare confusione, falsi dibattiti ed altrettanto false alternative circa l’accoglienza o meno da riservare agli immigrati ed ai nomadi; ed è stata utile per il governo per spedire cinquecento militari italiani con il pretesto della tutela dell'ordine pubblico, ma in realtà con la missione di coprire i movimenti delle truppe e dei mezzi NATO e, probabilmente, per avviare anche lo smantellamento delle bidonville degli immigrati.
In tutto questo, rimane sotto assoluto silenzio la presenza incombente di un insediamento militare di proporzioni inaudite, che dovrebbe occupare inizialmente almeno quindici ettari per otto corpi di fabbrica.
Ma queste cifre riguardano soltanto i comandi e la logistica della base, che, nella realtà prevede altre strutture operative, ed anche una cintura di sicurezza. Intanto sono arrivati sul posto i primi quattrocento uomini della NATO, che ovviamente rappresentano solo un’avanguardia.
Le proporzioni dell’insediamento fanno già capire che non si tratta di un semplice trasferimento degli uomini e delle funzioni della base di Bagnoli, ma di una nuova mega-base, che rivela l’ulteriore espansione della presenza militare statunitense in Campania; una espansione per la quale il governo e i media non si sono preoccupati di offrire non solo nessuna spiegazione, ma neppure nessuna informazione, per quanto parziale o distorta potesse essere.
Visto che, secondo la narrazione ufficiale, quell’area è interamente sotto il controllo del Clan dei Casalesi, se i media avessero parlato della base NATO, avrebbero dovuto anche narrarci dell’arrivo a Giugliano dei dirigenti del Pentagono, magari con il cappello in mano, per bussare alla porta del Clan in modo da chiedergli il permesso di collocare in quel territorio la base militare. La narrazione avrebbe comportato però troppi dettagli irrealistici, tali da sfidare anche la fantasia di roberto saviano, perciò il governo e i media hanno preferito semplicemente non dire nulla, senza neppure invocare stavolta il segreto militare o il segreto di Stato. È stata sufficiente la congiura del silenzio.
 
Di comidad (del 06/11/2008 @ 08:45:20 in Commenti Flash, linkato 2807 volte)
Nelle Newscomidad del 21 dicembre 2006 avevamo scritto a proposito dei rapporti tra NATO e traffici illegali:
“Questa non può essere ritenuta una verità nascosta, ma solo una verità emarginata, dato che risulta dalla lettura incrociata degli stessi dati ufficiali. Anche se però questa verità venisse in primo piano, ciò verrebbe subito riassorbito dalla propaganda colonialistica: roberto saviano - o chi per lui - pubblicherebbe un altro best-seller per dimostrare che è stata l'onnipotente Camorra a riuscire ad infiltrare e corrompere persino la base NATO di Bagnoli, e troverebbe un'opinione pubblica disposta a credergli, dato che il pregiudizio razziale non si fa smuovere da nessuna evidenza.” La nostra previsione era stata in parte confermata, poiché su “la Repubblica” del 6 luglio 2007 lo stesso roberto saviano scriveva:
“Il pool dell’antimafia napoletana coordinato da Franco Roberti è riuscito anche a scoprire che la Capone era riuscita ad avvicinare il colonnello dell’aeronautica militare Cesare Giancane, direttore dei lavori al cantiere Nato di Licola. Il clan Zagaria infatti – secondo le accuse – è riuscito persino a lavorare per il Patto Atlantico edificando la centrale radar posta nei pressi del Lago Patria, punto fondamentale per le attività militari NATO nel Mediterraneo.”
Il titolo dell’articolo di Saviano su “La Repubblica” del 6/7/07 non riguardava però lo scoop dei rapporti tra NATO e camorra, ma proclamava : “Il clan dei casalesi conquista il centro di Milano”. Insomma, i casalesi sono stati così bravi da mettere sotto anche la NATO, ma la vera notizia è che hanno preso il centro di Milano. Vuoi mettere.
La strategia seguita è stata dunque quella della minimizzazione o addirittura del silenzio, anche in questi ultimi giorni, quando la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha scoperto che persino le villette per i militari della NATO al Lago Patria - non lontano da dove sorgerà la nuova base NATO di Giugliano - erano state costruite dai casalesi.
I casalesi hanno in pugno la NATO: i media non hanno dedicato spazio a questa emergenza planetaria; ed hanno ragione, perché è molto più realistico pensare che sia la NATO a tenere in pugno la criminalità organizzata in Campania come in Kosovo, e questa non è una notizia da diffondere.
 
Di comidad (del 15/03/2012 @ 04:05:42 in Commentario 2012, linkato 2092 volte)
La Corte di Cassazione ha lanciato un siluro contro la specie di reato nota come concorso esterno in associazione mafiosa. Da alcune reazioni alla sentenza è sembrato che tale specie di reato costituisca un principio irrinunciabile, una trincea del diritto; ed allora da parte di esponenti del Partito Democratico, come Luciano Violante, è arrivato il tipico riflesso condizionato di marca PD, cioè il prevedibile calo di brache, con la immediata disponibilità a rivedere l'articolo del codice che disciplina il concorso esterno in associazione mafiosa. Forse Violante ci tiene a farci sapere che anche lui non ha tabù. Violante deve aver confuso il concorso esterno in associazione mafiosa con l'articolo 18.
In realtà, nel caso Dell'Utri, l'ovvia conseguenza del decadere dell'ipotesi di concorso esterno, non comporterebbe affatto l'estraneità dell'imputato alla mafia, bensì il contrario, cioè un Dell'Utri mafioso a tutti gli effetti, con tanto di appartenenza e di "tessera". Del resto sarebbe l'ipotesi più semplice: Dell'Utri frequentava tanto i mafiosi perché era uno di loro.
Ce lo conferma un'autorità riconosciuta: Nicola Cosentino; anche lui ci tiene a farci sapere che il concorso esterno non esiste. E, infatti, chi mai può essere più interno alla criminalità organizzata di Cosentino?
Eppure Cosentino è stato imputato dalla magistratura proprio di concorso esterno in associazione camorristica, come se fosse un neomelodico qualsiasi. Come è stata possibile una forzatura del genere?
La specie di reato del concorso esterno in associazione mafiosa fu ideata a suo tempo da Giovanni Falcone, il quale delineava in tal modo una sorta di compromesso. Falcone tracciò questo quadro di riferimento: il cosiddetto "Terzo Livello" della Mafia - il livello dentro le Istituzioni - non esiste; esiste invece un'organizzazione criminale nata dal basso, detta "Cosa Nostra"; la mafia quindi è una sorta di repubblica criminale, un Anti-Stato, che si allea, di volta in volta, con esponenti delle istituzioni, oppure entra in trattativa con loro.
Falcone era probabilmente il primo a non credere ad una virgola di questa fiaba, ma, evidentemente, per lui arrivare a riconoscere l'esistenza di Cosa Nostra costituiva l'obiettivo massimo che si poteva realisticamente ottenere. A differenza di uno sprovveduto come Leoluca Orlando, Falcone si rendeva conto che la teoria del Terzo Livello ha delle inevitabili implicazioni rivoluzionarie, cioè non è compatibile con la continuità e la legittimità dello Stato.
In effetti la teoria del Terzo Livello costituisce un'ovvia conseguenza logica della nozione di criminalità organizzata: se c'è organizzazione, allora ci devono essere divisione dei compiti e specializzazione, quindi il livello militare e quello finanziario dei colletti bianchi. Se l'organizzazione criminale sfida i tempi lunghi ed allarga il suo potere, allora vuol dire che c'è anche un altro livello organizzativo, quello istituzionale. Se si collabora stabilmente con qualcun altro, allora si dice che c'è organizzazione, non "concorso esterno".
Il Pubblico Ministero Jacoviello ha fatto ridere i polli quando si è messo a dare fondo al repertorio consueto del vittimismo mafioso, spremendo lacrime sui "diritti violati" del misero Dell'Utri. Se agli imputati di terrorismo si concedesse la centesima parte delle garanzie processuali che sono state offerte a Dell'Utri, allora un Cesare Battisti non solo sarebbe stato assolto con formula piena, ma anche elevato alla gloria degli altari.
I "diciannove anni di persecuzione" nei confronti di Dell'Utri sono stati in realtà un viatico verso l'impunità per prescrizione. In effetti tra le opposte fazioni della magistratura c'è un evidente intesa ad allungare il brodo e dilatare i tempi per far scattare la prescrizione. In questo modo sono tutti contenti, sia i magistrati promafia, sia i magistrati antimafia, che possono acquisire l'alone degli eroi civili e degli emuli di Falcone e Borsellino.
Jacoviello ha avuto invece buon gioco a liquidare l'ipotesi di reato del concorso esterno come un sofisma; ma questo sofisma, ideato da Falcone, aveva una sua dignità di intenti ed una sua nobiltà culturale: un pirandellismo, più ancora che un machiavellismo. Falcone ritenne possibile attaccare - e screditare con il pentitismo - il livello militare della Mafia, senza però investirne frontalmente il livello istituzionale, ma consentendo agli uomini delle istituzioni di ritirarsi in buon ordine. Inizialmente il compromesso sembrò funzionare: il capo di allora del "Terzo Livello", Giulio Andreotti, nel 1987 salvò il maxi-processo di Palermo con una legge retroattiva; Falcone ripagò il favore nel 1989, incriminando per calunnia un pentito che aveva tirato in ballo l'uomo di fiducia di Andreotti in Sicilia, Salvo Lima.
Ma a quel tempo i fatti avevano già dimostrato che l'equazione di Falcone non aveva tenuto conto di tutte le variabili. Il Terzo Livello non ha accettato di ritirarsi in buon ordine e, tantomeno, di lasciare che suoi singoli uomini venissero arrestati caso per caso per concorso esterno.
D'altra parte Falcone ci ha provato, e non si può certo prendersela con un magistrato per non essersi messo a fare la rivoluzione, o per non aver accettato l'idea che l'illegalità organizzata sia irrimediabilmente connaturata allo Stato. Tanto più che Falcone, ed il suo amico-collega Borsellino, questo loro tentativo l'hanno pagato con la vita.
Ad aprire la stagione di caccia a Falcone e Borsellino, fu infatti un organo delle istituzioni: il Consiglio Superiore della Magistratura, che nel 1987 rifiutò di nominare Falcone a capo delle Procura di Palermo, preferendo invece adottare il criterio dell'anzianità, per poter scegliere il giudice Meli, uno che di lì a poco avrebbe smantellato il pool antimafia di Palermo. Falcone interpretò, del tutto correttamente, questa decisione del CSM come una sconfitta personale e come una condanna a morte; perciò nel 1990 accettò l'offerta di un posto di funzionario ministeriale da parte dell'allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli. Purtroppo i suoi nemici non si accontentarono della semplice ritirata.
Con uno dei suoi soliti depistaggi, roberto saviano ha attributo la delegittimazione di Falcone ad una presunta "macchina del fango" messa su da un suo amico, l'avvocato Alfredo Galasso. In effetti il povero Galasso non c'entrò nulla con la delegittimazione di Falcone, semplicemente non aveva capito che la guerra era persa; cosa di cui Falcone, realisticamente, aveva preso atto, comprendendo inoltre di essere stato condannato a morte dal Consiglio Superiore della Magistratura. L'osservazione che però in questi giorni è mancata nei commenti, riguarda la strana circostanza che la riscossa ideologica del "Terzo Livello" sia arrivata proprio quando l'amico del cuore di Dell'Utri è caduto dalla poltrona di Presidente del Consiglio. La mafia non era riuscita a prendersi che dei parziali vantaggi durante la gestione di un governo presieduto da un mafioso come Berlusconi, mentre avvia la sua riscossa adesso che il governo è presieduto da un funzionario del Consiglio Atlantico, come è Monti. Quando alla Difesa c'era il ministro La Russa, rampollo di una famiglia storicamente legata alla mafia, il Terzo Livello non aveva osato tanto. Si è invece ringalluzzito adesso che a capo della Difesa c'è un funzionario della NATO, cioè Di Paola. Qualcosa significherà. Che esista anche un Quarto Livello?
 
Di comidad (del 24/09/2015 @ 03:31:42 in Commentario 2015, linkato 1688 volte)
In Italia uno dei segnali di agonia di un governo è la messinscena di contrasti tra il Presidente del Consiglio ed il suo ministro dell'Economia, in cui il primo lancia segni di aperture su temi scottanti come il fisco e le pensioni, mentre il secondo frena in nome dei mitici "conti pubblici". Renzi e Padoan hanno messo su in questi giorni quella pantomima del "poliziotto buono e poliziotto cattivo" che aveva caratterizzato anche l'ultimo anno di vita del governo del Buffone di Arcore, con il ministro Tremonti nelle vesti di "frenatore". Allo stesso modo, ad un Renzi che parla di "flessibilità in uscita" per le pensioni, corrisponde oggi un Padoan che oppone ostacoli, pur negando ufficialmente ogni contrasto interno al governo.
Mentre nel governo ognuno recita la sua parte in commedia, il Fondo Monetario Internazionale torna alla carica sulla questione previdenziale, facendo però la solita, e voluta, confusione tra spesa previdenziale e spesa pubblica, lasciando credere che il carico pensionistico sia a spese del bilancio dello Stato. Il quotidiano confindustriale "Il Sole-24 ore" corre a dar man forte al FMI con la consueta valanga di slogan e luoghi comuni, lasciando però intendere che il vero obiettivo rimane sempre quello di mettere le mani private su quella gigantesca cassaforte che è l'INPS, la grande idrovora dei contributi previdenziali dei lavoratori. "Mani private" non vorrà dire necessariamente privatizzazione a tappeto della previdenza, ma una previdenza sempre più avara, che renda i pensionati sempre più vulnerabili all'offerta di prestiti da parte di agenzie finanziarie private.
La realtà è che lo Stato è uno storico evasore contributivo, e che l'inglobamento dell'ente previdenziale statale, l'INPDAP, da parte dell'INPS, ha scaricato sullo stesso INPS una serie di crediti inesigibili nei confronti dello Stato. La propaganda però è molto più forte della realtà, perciò i progetti di saccheggio della previdenza pubblica si avvalgono di una copertura ideologica che presenta invariabilmente i poveri come i predatori ed i parassiti delle finanze pubbliche. Il FMI è una lobby bancaria, quindi ha come progetto economico solo quello di impoverire gli Stati e le persone per favorire la finanziarizzazione dei rapporti sociali, una riedizione della schiavitù per debiti. Per chi abbia l'obiettivo di impoverire, il moralismo costituisce un'arma propagandistica incredibilmente efficace. Non c'è quindi da sorprendersi del fatto che il FMI si ponga come una sorta di "Super-io" a livello planetario, una "coscienza morale" particolarmente severa contro coloro che pretenderebbero di vivere "al di sopra dei propri mezzi".
L'opinione pubblica progressista è facilmente manipolabile con il vecchio espediente degli slogan moralistici; perciò ai commentatori-icona della "sinistra", come roberto saviano, su giornali di "sinistra", come "l'Espresso", spetta il compito di perpetuare la fiaba fondomonetaristica, narrando di una vecchia generazione di spreconi che avrebbe lasciato solo debiti ai giovani. Si predica la scomparsa della lotta di classe, e si offre in alternativa l'odio generazionale.
Ma il monopolio ideologico del FMI era indiscusso già alla fine degli anni '70, quando anche riviste dell'estrema sinistra condividevano la tesi secondo cui erano le aspettative crescenti delle masse a pesare sulla finanza pubblica. Anche l'odio generazionale come surrogato della lotta di classe risale alla fine degli anni '70, allorché da settori dell'estrema sinistra fu lanciato il tema dei "non garantiti" in contrapposizione alla classe operaia tradizionale.
Oggi che si parla tanto di "nuovi soggetti della sinistra" (Civati, Landini, ecc.), va rilevato che la questione del monopolio ideologico del FMI rimane del tutto in ombra, e gran parte dell'opinione pubblica di sinistra è tuttora all'oscuro del ruolo di "sorvegliato speciale" dell'Italia da parte del FMI. Questa condizione di "sorveglianza rafforzata" fu l'ultimo lascito del governo del Buffone di Arcore, che si illudeva, con quella scelta di sottomissione, di assicurarsi qualche protezione internazionale che lo lasciasse sopravvivere.
Il FMI monopolizza il dibattito economico, ma, al tempo stesso, il suo nome e la sua posizione di tiranno esterno, sono del tutto fuori discussione. Il FMI non è considerato in Italia neppure una controparte; anzi, molti di quelli che si bevono i suoi slogan non sono nemmeno a conoscenza della sua esistenza, poiché ricevono quegli slogan attraverso la mediazione dei commenti giornalistici e politici. Ed è questo dato a fare la differenza con la sinistra dell'America Latina, dove invece il FMI è riconosciuto dalla pubblica opinione come il grande nemico e oppressore.
C'è un'altra differenza da considerare. In America Latina (come anche in Grecia) il FMI è il grande creditore, mentre l'Italia in questo momento non ha debiti con questa organizzazione sovranazionale. Nel 1976 il governo Andreotti di unità nazionale invece contrasse per un certo tempo un piccolo debito col FMI (quattrocentocinquanta milioni di dollari). Il ministro del Tesoro dell'epoca, Gaetano Stammati, ottenne quel prestito dietro il consueto impegno di osservare il precetto del vangelo fondomonetaristico, cioè i tagli alla spesa pubblica. Tutte queste forche caudine furono accettate non per effettivo bisogno, vista la modestia della cifra del prestito, ma come sottomissione simbolica, nell'ambito di un processo di rassicurazione nei confronti dell'alleato-padrone, cioè gli USA. L'anno prossimo quindi si potrà celebrare il quarantennale dell'inizio della colonizzazione ideologica dell'Italia da parte del FMI.
 
Di comidad (del 30/08/2012 @ 01:51:20 in Commentario 2012, linkato 3951 volte)
Era prevedibile che la caduta del Buffone di Arcore, con la conseguente fine del suo effetto di distrazione, mettesse in rilievo altri conflitti d'interesse rimasti precedentemente privi della dovuta attenzione. In questo senso, non sarebbe corretto dire che Giorgio Napolitano abbia "ereditato" lo scontro con le Procure, dato che egli ne era già ampiamente partecipe in precedenza. Nel luglio dello scorso anno, nel corso di un'udienza al Quirinale ai magistrati in tirocinio, il presidente Napolitano, in una sorta di slancio profetico, emise un suo pubblico anatema contro l'abuso delle intercettazioni giudiziarie. In quell'occasione, molti commentatori affermarono che Napolitano aveva parlato da supremo garante dell'equilibrio dei poteri costituzionali; in realtà i fatti successivi hanno dimostrato che Napolitano già pensava esclusivamente al suo interesse personale di possibile indagato. [1]
Per correre in soccorso di Napolitano, un Eugenio Scalfari scucito e sconnesso, dalle colonne de "La Repubblica", si è gettato in una difesa d'ufficio di quella che è passata agli onori delle cronache come la "trattativa Stato-Mafia", rivelando così a tutti il vero movente di Napolitano, cioè che cosa questi avesse da nascondere. Un Ezio Mauro più contorto ed involuto che mai, ha cercato di correre ai ripari, ma ormai il guaio era fatto.
Grazie anche a Scalfari risulta evidente che non soltanto Nicola Mancino, ma anche altri ministri degli Interni degli anni '90, fra cui Napolitano, hanno svolto un ruolo nella cosiddetta "trattativa Stato-Mafia". Ma quale sarebbe stato l'oggetto di questa trattativa, e perché lo Stato avvertì l'urgente bisogno di scendere a patti? Furono davvero le stragi il motivo del cedimento dello Stato, o si trattò dell'ennesimo sanguinoso depistaggio?
I segreti veri e propri non esistono, tutti sanno ciò che c'è da sapere, solo che fanno finta di non saperlo quando il conformismo lo impone. Infatti, se Ezio Mauro cercasse davvero una risposta a quelle domande, la troverebbe sulle colonne del suo giornale. "La Repubblica" del 18 dicembre del 1993 riportava una notizia sulle rivelazioni del pentito Francesco Marino Mannoia alla magistratura americana. Mannoia raccontò al giudice Fitzgerald che la base NATO di Sigonella alla fine degli anni '70 era in effetti la centrale di un traffico di droga verso gli USA. Lo stesso Mannoia forniva anche i nomi del personale della base NATO coinvolto nel traffico. Per queste preziose rivelazioni Mannoia è rimasto sedici anni in custodia presso l'FBI, cosa che pare gli abbia tolto ogni voglia di aggiungere ulteriori dettagli. Finché Mannoia accusava Andreotti poteva andar bene, ma se tira in ballo la NATO, allora andava rimesso in riga. [2]
Ma questi fattacci di droga sono di più di trenta anni fa, mentre oggi le cose vanno diversamente. Infatti un'inchiesta de "La Repubblica" dello scorso anno rivelava che il super-radar USA attualmente in costruzione a Niscemi, e che dovrebbe essere in funzione dal 2015, viene costruito con la partecipazione di un'impresa già coinvolta in altre inchieste di mafia. [3]
Ormai è persino una banalità ricordare che da settanta anni la USNavy si serve della Mafia per controllare il territorio e per collaborare a tutte le innumerevoli attività illegali di cui le basi USA e NATO sono il crocevia. Se si considera che il Consiglio Atlantico costituisce la principale agenzia di lobbying delle grandi multinazionali finanziarie e commerciali, che lì vengono accolte in qualità di sponsor e consulenti, ecco che si comprende come la NATO rappresenti il punto di raccordo tra la grande criminalità multinazionale e la criminalità sul territorio.
Per averne la documentazione basta pescare negli archivi dei grandi quotidiani; anche se si tratta di notizie isolate, oppure minimizzate all'interno di contesti che danno la priorità ad altri dettagli. In un articolo lunghissimo su "La Repubblica" del 2007, il solito roberto saviano concedeva solo tre righe al fatto che era stato Zagaria, il boss dei Casalesi, a costruire la centrale radar della NATO di Licola in Campania, e tutto il resto era dedicato alla conquista del centro di Milano da parte della camorra del cemento. La strana coincidenza che le centrali radar della NATO vengano invariabilmente costruite da imprese legate alla criminalità locale, dovrebbe essere oggetto di un minimo di attenzione e sottolineatura da parte dell'informazione; ma sarebbe ingenuo aspettarselo. [4]
Quando poi la NATO persegue i suoi obiettivi, come per l'aggressione alla Libia e alla Siria, o come per l'accerchiamento della Russia, allora l'informazione risulta anch'essa completamente irreggimentata e militarizzata; perciò la stessa NATO viene divinizzata senza riserve dai media, mentre il pericolo mafioso viene identificato con Putin.
Non fu quindi una Ragion di Stato a motivare la trattativa dei governi italiani con la Mafia, ma una "Ragion di NATO", ovvero obblighi di alleanza, cioè di servitù coloniale dell'Italia nei confronti degli USA. Appare quindi irrealistico ritenere che la magistratura sia davvero intenzionata ad andare sino in fondo nella vicenda della cosiddetta trattativa Stato-Mafia, assumendosi così il rischio di scoperchiare il verminaio NATO.
La reazione alle iniziative della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo risulta perciò sproporzionata, improntata ad un isterico eccesso di difesa, dovuto non solo alla psicologia da imputato di Napolitano, ma soprattutto allo storico dilettantismo del gruppo dirigente di provenienza PCI. Dirigenti del PD in evidente stato confusionale trattano oggi Ingroia o Grillo come se li avessero scambiati per Trotsky, e ci fosse ancora l'Unione Sovietica da difendere. Ma non hanno abbandonato l'URSS e aderito alla NATO già dagli anni '70?
Del resto anche la magistratura ha ritenuto di inchinarsi alla "Ragion di NATO", visto che lo scorso anno il tribunale di Catania ha mandato assolti i mafiosi che gestivano gli appalti nella base USA di Sigonella. I giudici hanno assolto gli imputati in base alla formula secondo cui "il fatto non sussiste", il che vuol dire che se gli USA hanno ritenuto di attribuire degli appalti a ditte mafiose, non si può certo pensare che siano stati costretti a farlo. Inoltre le basi militari, di fatto o di diritto, hanno acquisito una extraterritorialità, e l'esperienza ha dimostrato che il segreto militare costituisce per la magistratura una soglia ancora più invalicabile del segreto di Stato. [5]

[1] http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/22/Napolitano_chiede_misura_intercettazioni_arresti_co_9_110722031.shtml
[2] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/12/18/dalla-base-nato-di-sigonella-la-mafia.html
[3] http://inchieste.repubblica.it/it/espresso/2011/10/31/news/base_usa_chiama_mafia-24199992/
[4] http://milano.repubblica.it/dettaglio/la-mafia-del-cemento-conquista-milano-gli-affari-del-clan-dei-casalesi/1336226/4
[5] http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/appalti-base-usa-sigonella-tribunale-catania-assolve-i-sette-imputati-22384/
 
Di comidad (del 01/04/2010 @ 01:50:47 in Commentario 2010, linkato 1821 volte)
La trionfale campagna elettorale della Lega Nord è culminata in un grazioso regalo da parte della “Digos informale”, cioè la provvidenziale lettera bomba, di cui ha fatto le spese - fortunatamente lievi - un impiegato delle Poste. Non che la lettera bomba servisse in sé a smuovere voti, ma ha raggiunto l'obiettivo di ribadire l'immagine di una Lega al centro della scena politica. Grazie al favore dei media, la Lega ha potuto esibire la consueta miscela vincente di tracotanza e vittimismo, tanto che sui blog a sostegno ha potuto lamentarsi di inesistenti aggressioni, una delle quali, in quel di Torino, avrebbe avuto come vittima un “leghista di colore”.
Negli anni ’80 i media di tutto il mondo lanciarono, come segno di un passaggio epocale, la “notizia” secondo cui il Ku Klux Klan avrebbe ammesso fra i suoi membri un negro; quindi mistificazioni del genere hanno dei precedenti. I media a suo tempo diedero poco rilievo al fatto che si trattava di un circolo del Klan canadese, perciò senza legami con il Klan originale, dato che le notizie vengono selezionate ignorando fatti eclatanti e conferendo invece un rilievo “emblematico” ad episodi insignificanti o addirittura incerti o falsi.
Adesso, secondo i media, anche gli immigrati voterebbero la Lega - se potessero farlo, poiché non hanno ancora il diritto di voto, dato che la Lega non vuole -, ma sicuramente alla Lega andrebbe massicciamente il voto operaio. La classe operaia era stata data per scomparsa dai media, ma ora è stata fatta riapparire in funzione del suo presunto sostegno alla Lega Nord. I media ci spiegano che gli operai odiano gli immigrati poiché le fabbriche chiudono o rischiano di chiudere a causa delle delocalizzazioni delle produzioni in altri Paesi; quindi gli operai se la prenderebbero con gli stranieri immigrati in odio agli stranieri rimasti a lavorare nel proprio Paese. Il sillogismo fa acqua, ma si sa che gli operai non possiedono la mente superiore di un Lapo Elkan o di un Luca di Montezemolo.
La realtà ovviamente è diversa e concerne il fatto che la piccola-media impresa organizzata è in grado - tramite il ricatto del posto di lavoro - di controllare il voto dei propri dipendenti, perciò quello che i media presentano come consenso entusiastico, è invece un voto estorto e controllato. Anche da parte di commentatori di opposizione ci si ostina a confrontarsi con il fantasma del cosiddetto elettorato, come se ancora questo fosse composto in maggioranza di voto d'opinione, quando ormai è evidente che il voto d'opinione è ora diventato astensione, proprio perché non trova riscontro alle sue opinioni nei partiti in vetrina.
Dall’assassinio di Toni Bisaglia - il massimo controllore di voti democristiani nel Nord-Italia - nel 1984 , si può datare l’inizio delle fortune della Lega, a dimostrazione che questo partito si è sempre giovato di sostegni oscuri (“oscuri”, si fa per dire). L’"insospettabile" - anche qui per modo di dire - Gad Lerner lanciò, all’inizio degli anni ’90, la Lega come fenomeno mediatico attraverso la trasmissione Milano-Italia, che costituiva un vero e proprio “Lega show”. Per far accettare pedissequamente l'autenticità e la spontaneità del fenomeno leghistico, bastò a suo tempo supportarlo propagandisticamente con la solita retorica socio-economicistica, che una certa opinione di sinistra è sempre pronta a ingoiare come se si trattasse di vere analisi.
Che oggi esistano oligarchie che dispongono di mezzi tali da produrre un'immagine della realtà a proprio uso e consumo, costituisce un'ovvietà, perciò dovrebbe essere scontato esprimere una puntuale diffidenza nei confronti degli scenari che ci vengono presentati come realtà tout court.
Mentre alcuni commentatori dell'opposizione ancora si arrovellano in analisi faticose ed arzigogolate per sostenere l'autenticità del terrorismo, per altri osservatori invece la evidente mistificazione-Al Qaeda sta diventando un paradigma per cominciare a rimettere in discussione persino casi precedenti piuttosto sospetti, a partire dalla vicenda peruviana di Sendero Luminoso, la quale, ad onta del nome, risulta irta di troppi punti oscuri, su cui prima si era sorvolato in nome del pregiudizio secondo cui il terrorismo nascerebbe dal basso o da fanatismi ideologici e religiosi. Ma il primo caso documentabile di terrorismo inventato di sana pianta - nome compreso - dalla psico-guerra colonialistica, riguarda i cosiddetti Mau Mau in Kenia (vedi Manuale del Piccolo Colonialista N° 7).
L’asse media-servizi segreti è capace di fabbricare una realtà virtuale che si sostanzia però in fatti reali: esecuzioni (come quella di Bisaglia), finti attentati (come la ultima lettera bomba) e, soprattutto, dossier. Polizie palesi e polizie segrete non sono corpi separati, poiché vi sono settori di confine ed osmosi tra le une e le altre. La Digos e gli Uffici Immigrazione costituiscono aree intermedie tra la Polizia di Stato e i servizi segreti civili, mentre i Ros rappresentano una zona grigia tra i Carabinieri ed i servizi segreti militari. Le pratiche di dossieraggio ed intercettazione sono in grado di creare o distruggere dei personaggi pubblici, o semplicemente di metterli sotto pressione. La Magistratura non dispone della capacità operativa per promuovere proprie indagini, perciò gli scandali sono determinati dalle imbeccate che le Procure e i media ricevono da parte di chi è in grado di produrre e orientare le informazioni.
La recente vicenda di Vittorio Feltri ha messo in evidenza proprio questo dato. Al di là della ripugnanza che ispira un personaggio come Feltri, occorre dire che la sua particolare psicopatologia fa sì che egli riveli molto di più di quanto dovrebbe, così da indurlo involontariamente a fare della vera informazione a proposito del funzionamento del sistema della cosiddetta informazione. Ad esempio: stanco di essere oggetto del pubblico disprezzo, mentre altri giornalisti vantano l’aureola dell’eroe, Feltri se l’è presa con roberto saviano rinfacciandogli l'evidenza, cioè di lavorare per il suo stesso padrone, che è il padrone non solo de "Il Giornale" e di "Libero", ma anche della Mondadori.
Ancora più recentemente l’Ordine dei Giornalisti ha sospeso per sei mesi Vittorio Feltri per le sue intimidazioni nei confronti del direttore del quotidiano “L’Avvenire”. L'entità del provvedimento appare ridicola se si considera la gravità di ciò che Feltri aveva commesso, cioè usare dei dossier - poi rivelatisi manipolati - per minacciare e intimidire l’intera categoria dei giornalisti, così da indurla ad un comportamento ancora più remissivo nei confronti di Berlusconi. Feltri ha ottenuto il risultato colpendo un giornalista in particolare, cioè Boffo, in base al precetto del “colpiscine uno per educarne cento”.
Sei mesi di sospensione a Feltri rappresentano poco più di un buffetto sulla guancia, una sanzione così irrilevante da servire solo a conferire, a poco prezzo, a Feltri la patente della vittima e del martire della libertà di informazione. Quindi l’Ordine dei Giornalisti ha dimostrato di non essere in grado di sottrarsi alla minaccia ed al ricatto agitati da Feltri: i dossier fanno paura a tutti, perciò anche i pochi giornalisti che non fanno materialmente parte dei servizi segreti, alla fine risultano ricattabili dagli stessi servizi segreti.
Non è affatto detto che il sistema dei dossier abbia un’unica centrale, ma è più probabile che funzioni come un complesso di agenzie “informali” all’interno delle Istituzioni di Polizia, agenzie che vendono le loro prestazioni a più committenti. Quando un giornalista de “Il Giornale” ha cercato di conferirsi autonomamente la patente dell’eroe/martire del terrorismo, spedendosi da solo una finta lettera di minaccia delle BR, la Digos lo ha immediatamente sbugiardato, ribadendo in tal modo che queste patenti possono essere rilasciate solo da organi competenti, e in base a precise procedure e tariffe. In queste cose non può esistere il “fai da te”, poiché l'attività dei servizi segreti non è più soltanto in funzione del business, ma costituisce un business essa stessa.
 
Di comidad (del 30/09/2010 @ 01:48:45 in Commentario 2010, linkato 1902 volte)
Il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ha dichiarato che nell'ennesima emergenza-rifiuti a Napoli "qualcosa non torna". In compenso è tornato lui, perciò, in piena emergenza, Napoli ha potuto registrare un successo insperato nel campo del riciclaggio dell'immondizia, infatti Bertolaso si è potuto riciclare alla grande sui media come vendicatore e giudice delle magagne altrui. Sembrano infatti lontanissimi i tempi in cui le cronache erano occupate dalle malefatte del cognato di Bertolaso, dato che oggi sui giornali c'è posto solo per il cognato di Gianfranco Fini.
Bertolaso non è neppure il primo rifiuto riciclato grazie all'emergenza-rifiuti a Napoli, poiché c'è da registrare nel 2008 il precedente dell'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, inviato dal governo Prodi a rifarsi una verginità a Napoli come Commissario Straordinario per l'emergenza-rifiuti, appena dopo aver perso completamente la faccia per i suoi trascorsi criminali al G-8 di Genova. Per pura coincidenza, con l'arrivo di De Gennaro a Napoli, cominciarono strani episodi di guerriglia urbana - del tutto casualmente simili a quelli di Genova/G-8 -, grazie ai quali fu possibile delegittimare e criminalizzare qualsiasi protesta da parte dei cittadini. Le provocazioni poliziesche costituiscono ormai un sistema consolidato e rodato, che preclude alla cittadinanza qualsiasi possibilità di espressione.
Dalla gestione dell'emergenza-rifiuti di Napoli, Gianni De Gennaro è balzato addirittura alla carica di direttore del DIS, il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, cioè il Dipartimento della Presidenza del Consiglio che sovrintende a tutti e due i servizi segreti, quello civile e quello militare. Quindi, grazie all'effetto purificante e rigenerante della monnezza napoletana, Gianni De Gennaro è riuscito a diventare il super-capo dei servizi segreti in Italia, e persino una condanna in Appello per i fatti di Genova gli è potuta scivolare addosso senza conseguenze. Guido Bertolaso ha ragione: qualcosa non torna nell'emergenza-rifiuti a Napoli, se può servire da trampolino per così folgoranti carriere nei servizi segreti.
Visto che i bagni nella monnezza napoletana procurano effetti tanto benefici, e persino Berlusconi ci ha riedificato la sua immagine, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha voluto immergervisi anche lui, ed ha dichiarato che le Forze Armate saranno pronte a fare la loro parte nell'emergenza-rifiuti se fosse necessario. Una dichiarazione superflua, dal momento che le discariche di rifiuti della Campania, in base all'articolo 2 comma 5 della Legge 123/2008, sono già sotto tutela militare e segreto militare, poichè la stessa Legge prevede per le discariche campane l'applicazione dell'articolo 682 del Codice Penale, che punisce l'ingresso arbitrario in luoghi in cui l'accesso sia vietato nell'interesse militare dello Stato. Quindi ASL e associazioni ambientaliste sono avvertite di non intromettersi in questioni che non le riguardano. http://www.camera.it/parlam/leggi/08123l.htm
La stessa Legge 123/2008, all'articolo 11 comma 8, scioglieva d'imperio tutti i bacini della raccolta differenziata delle Province di Napoli e Caserta ed imponeva la costituzione di un unico consorzio a cui tutti i Comuni risultavano obbligati a partecipare, pena lo scioglimento della loro amministrazione. Lo scioglimento veniva deciso anche nel caso del mancato raggiungimento di una quota del 25% di riciclaggio. Dall'inizio dell'anno il ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha colpito vari Comuni amministrati dal centrosinistra con questo decreto. Per la verità Bertolaso aveva indicato al ministro per il provvedimento di scioglimento anche Comuni amministrati dal centrodestra, come Giugliano e Aversa, ma Maroni - che, secondo roberto saviano, sarebbe il miglior ministro degli Interni della storia della Repubblica - si è attenuto a rigidi criteri di selezione politica di parte; cosa che non ha impedito che proseguissero le lodi sperticate verso Maroni, anche da parte di giornali di sedicente opposizione.
Maroni gode sui media di un'immunità dalle critiche davvero invidiabile, e nessuno ritiene di chiedergli mai conto di nulla; neanche gli si è mai contestato lo strano comportamento della scorta di Berlusconi nell'episodio della statuetta del Duomo di Milano, come pure le sue cifre sui sequestri dei beni mafiosi vengono accolte acriticamente e senza riscontri. Le interrogazioni parlamentari che potrebbero incrinare il mito del rigore antimafioso di Maroni, sono poi completamente ignorate dai media.
Di fatto questa ennesima emergenza-rifiuti segna il fallimento degli obiettivi dichiarati della Legge 123/2008, anche se, con tutta probabilità, non devono considerarsi mancati gli obiettivi veri, inconfessati e inconfessabili, di carattere affaristico/criminal/militare. Il bello è che un'altra legge dell'attuale governo, la Legge 26/2010, ha proclamato trionfalmente la fine dell'emergenza-rifiuti in Campania, però contraddittoriamente, all'articolo 5 comma 1, viene riconfermato l'impiego delle Forze Armate e del relativo segreto militare per la tutela dei siti; contestualmente, all'articolo 11 comma 7, si continua ad imporre anche gli altri criteri emergenziali, come la costituzione obbligatoria di società provinciali per la gestione della raccolta e del riciclaggio. Date queste premesse legislative, non può considerarsi un caso se l'emergenza non solo sia continuata, ma si sia anche aggravata. http://www.parlamento.it/parlam/leggi/10026l.htm
Per non aver voluto aderire alla società provinciale, la giunta del Comune di Camigliano, nel Casertano, è stata sciolta a tempo record da Maroni, sebbene lo stesso Comune riciclasse il 70% dei rifiuti e non avesse aumentato la tassa sui rifiuti solidi urbani. Viene ovvio il confronto con il caso del Comune di Fondi, in Provincia di Latina, una vicenda nella quale Maroni ha invece temporeggiato, pur di fronte ad una circostanziata segnalazione per infiltrazione mafiosa da parte del Prefetto, dando modo alla giunta di dimettersi per conto proprio e di ripresentarsi alle elezioni successive. Nell'emergenza-rifiuti in Campania la presenza obliqua di Maroni, sebbene silenziosa e con scarso rilievo mediatico, risulta quindi molto più determinante di quanto non sembri.
 
Di comidad (del 10/06/2010 @ 01:47:24 in Commentario 2010, linkato 2398 volte)
La crisi finanziaria ungherese esplosa nell’ultima settimana ha determinato i soliti prevedibili commenti degli opinionisti ufficiali, i quali hanno attribuito tutta la colpa di ciò che accade agli Ungheresi, responsabili di aver preteso di accedere al capitalismo puro e duro trascinandosi dietro anche i bassi livelli di produttività e le eccessive garanzie sociali del vecchio regime socialista. Anche la ripetizione continua del dogma propagandistico sui presunti bassi livelli di produttività del socialismo reale, serve poi ad accreditare il luogo comune secondo cui il comunismo dell'Est sarebbe crollato per inefficienza economica, invece che per le subdole aspirazioni affaristiche delle sue nomenklature; il messaggio è quindi che non ci siano alternative al sedicente e mitologico "Mercato", spacciato come giustiziere e vendicatore per i "peccati" passati, presenti e futuri. La fiaba moralistica del Paese finito male perché “pretendeva di vivere al di sopra dei suoi mezzi” funziona sempre per i media, poiché, almeno all’inizio, l’opinione pubblica risulta vulnerabile agli slogan colpevolizzanti.
D'altra parte, l’Ungheria non si trova neppure nella “zona euro”, e non perché non sia stata ritenuta degna di entrarci, ma proprio perché i suoi governi non l’hanno mai richiesto, quindi le spiegazioni ufficiali sulla crisi finanziaria ungherese si arrampicano sugli specchi e mettono in evidenza che ci deve essere dell’altro di cui non si può parlare.
Nessun commentatore ufficiale ha infatti notato il nesso esistente tra l’Ungheria e l’altro protagonista delle vicende mediatiche dell’ultima settimana, cioè Israele. Il 17 maggio ultimo scorso Budapest è stata infatti oggetto di un sorvolo illegale a bassa quota da parte di jet militari israeliani. La notizia del sorvolo illegale israeliano su Budapest, e delle conseguenti proteste diplomatiche ungheresi a riguardo, è stata rilanciata a suo tempo dalla agenzia ANSA, ma non risulta che giornali o telegiornali italiani l’abbiano mai diffusa; sebbene un sorvolo illegale non sul solito Libano o sulla solita Siria, bensì su un Paese dell'Europa Orientale, costituisse uno scoop che una "libera informazione" non avrebbe dovuto lasciarsi sfuggire.
I giornali israeliani hanno invece ammesso il fatto, affermando che si trattava di un sorvolo “di routine” su Paesi dell’Est Europa, un sorvolo senza scalo in aeroporti europei. Vista la distanza tra Israele e l’Ungheria, se ne ricava o che i jet militari israeliani possiedono un’autonomia di volo preclusa a qualsiasi altro aeroplano esistente, oppure che la circostanza del volo senza scalo sia una spudorata balla. I giornali israeliani non si sono neppure sentiti in dovere di spiegare il perché di questi voli “di routine” in zone così lontane da Israele.
Qualcuno ha sospettato che in realtà i jet militari israeliani si siano serviti di vari aeroporti militari statunitensi o NATO nell’Europa dell’Est, compreso l’aeroporto militare della città ungherese di Papa, dove una base strategica NATO si è insediata dal 2007. Finché non si trova una spiegazione tecnica alternativa, più che di un sospetto, si tratta dell’unica ipotesi possibile. Quindi Israele in questi ultimi mesi ha effettuato due azioni ostili contro due diversi Paesi appartenenti alla NATO, Ungheria e Turchia; almeno nel caso ungherese, le stesse strutture NATO sono state utilizzate contro un Paese membro della NATO.
Secondo la stampa sionista in Ungheria vi sarebbe un’insorgenza antisemita alimentata dalla psicosi provocata da alcune battute del presidente israeliano Shimon Peres, il quale si complimentava con gli agenti immobiliari israeliani per la quantità di patrimoni immobiliari che erano riusciti ad arraffare a Manhattan, in Polonia, in Romania ed in Ungheria. Il video con queste frasi di Peres circola da anni su YouTube. I sionisti hanno commentato sarcasticamente questa circostanza dicendo che chi manca d’intelligenza non può capire quelle che sono semplici battute di spirito.
Certo, Peres nella sua lunga vita ha sempre molto sofferto per questo suo eccesso di intelligenza, che spesso lo ha consegnato alla triste sorte del genio incompreso. Nel suo famoso incontro con roberto saviano dello scorso anno, egli affidò al giovane scrittore una di queste sue incomparabili perle di saggezza, secondo la quale il segreto per avere coraggio sarebbe quello di non avere paura. Non c’è dubbio che Saviano sia uscito molto edificato da questa lezione morale, ma è invece molto dubbio che le vere preoccupazioni degli Ungheresi derivino davvero dall’aver ascoltato le stupidaggini di Peres. Neppure l'antisemitismo ungherese può essere usato per spiegare tutto.
La realtà è infatti che truppe israeliane sono presenti già da anni sul territorio ungherese per garantire la “sicurezza” dei beni immobiliari acquisiti dalle compagnie israelo-americane, ed è questo macroscopico dettaglio a determinare in Ungheria la “psicosi” di cui parlano i sionisti. Queste truppe israeliane inoltre non potrebbero essersi insediate in Ungheria senza un appoggio logistico della NATO.
È vero anche che l’Ungheria - che tra l'altro è il Paese di Theodore Herzl, il fondatore del sionismo - ha alle spalle una lunga storia di antisemitismo, di cui ci si era “dimenticati” per le esigenze propagandistiche della Guerra Fredda. Nel corso della seconda guerra mondiale l'Ungheria era retta da un regime parafascista alleato della Germania e dell'Italia, e le truppe ungheresi parteciparono in grande stile all'Operazione Barbarossa, cioè l'invasione dell'URSS nel 1941. In posizione spesso conflittuale con questo regime fascistoide, operava in Ungheria anche un partito neonazista paramilitare, detto delle Croci Frecciate, che nel 1935 arrivò ad ottenere il 25% dei voti, e che nel 1944 fu insediato al governo dai Tedeschi. Rispetto alla rivolta d'Ungheria del 1956, perciò non fu realistico ritenere che i nazifascisti non vi svolgessero alcun ruolo; ma la propaganda occidentale preferì, ovviamente, sorvolare sul particolare. Il corrispondente italiano dall’Ungheria più prestigioso, Indro Montanelli, si soffermò soprattutto sulla descrizione dell’opposizione “da sinistra” all’URSS, poiché ciò avrebbe contribuito maggiormente a mettere in crisi le coscienze dei comunisti italiani ed europei.
Dopo il crollo dei regimi del “Socialismo Reale”, improvvisamente la propaganda “occidentale” e sionista si è "ricordata" del nazifascismo ungherese e, a questo scopo, ha dissepolto e strumentalizzato vicende come quelle di Giorgio Perlasca. A questo punto può essere facile per la propaganda occidental-sionista liquidare i malumori ungheresi per la spoliazione del loro territorio come insorgenze antisemite, ed è strano che poche settimane prima delle elezioni politiche in Ungheria gli Israeliani abbiano sentito il bisogno di dare una mano alla propaganda antisemita del partitino neonazista ungherese con quel minaccioso sorvolo illegale su Budapest.
Sta di fatto però che il risultato più clamoroso delle recenti elezioni ungheresi sia stato l’astensionismo della metà circa dell’elettorato, perciò anche il 15% del partito neonazista si riduce alla metà del voto effettivo; ed in quale Paese non c’è un 7-8% di fascisti?
L'antisemitismo scompare e riappare nella propaganda "occidentale" a seconda delle convenienze affaristiche, infatti anche il cattolicesimo ungherese fu santificato durante la Guerra Fredda, ed il cardinale ungherese Mindszenty, imputato nel 1948 in un processo staliniano, divenne un’icona mondiale dell’anticomunismo. Adesso però, guarda caso, la propaganda occidental-sionista si va a ricordare, oltre che della pedofilia dei preti, anche delle compromissioni della Chiesa ungherese con il nazismo e l’antisemitismo; proprio ora che la Chiesa vorrebbe rientrare in possesso dei suoi antichi patrimoni immobiliari (praticamente mezza Ungheria), che erano stati nazionalizzati dal regime comunista. La “crisi finanziaria” offrirà al governo ungherese il pretesto per cedere ai privati altre quote del Demanio dello Stato, e questi privati saranno ancora una volta delle multinazionali americo-sioniste; ma, dato che la NATO funziona come una cordata affaristica, non è da escludere che al business si siano agganciate anche multinazionali tedesche e persino italiane.
La NATO non è quell'alleanza militare che sembra e che dice di essere, ma consiste in una vera multinazionale dei traffici illegali ed in un veicolo di colonizzazione dei Paesi "alleati" degli Stati Uniti. Ciò potrebbe valere anche per il sionismo. Un vecchio documento, reperito dal giornalista de "Il Messaggero" Eric Salerno, dimostra infatti che nel 1948, anno della nascita dello Stato di Israele, nella guerra contro gli Arabi, il sionismo utilizzava mercenari non ebrei. Si tratta di un rapporto dei Carabinieri di stanza presso il Consolato italiano in Palestina, da cui risulta che nel 1948 anche mercenari italiani, di religione cattolica, erano stati reclutati per combattere nel neonato esercito israeliano.
 
Di comidad (del 25/11/2010 @ 01:39:34 in Commentario 2010, linkato 3617 volte)
Il ministro degli Interni Maroni sta avanzando la sua candidatura per succedere a Berlusconi alla Presidenza del Consiglio e sta anche cominciando a raccogliere le prime significative adesioni. All'inizio di novembre Maroni è volato in Israele, nel rituale pellegrinaggio che tutti gli uomini politici italiani devono compiere per ricevere l'avallo sionista alle proprie aspirazioni di leadership. Al suo ritorno Maroni ha affermato di aver riscosso l'apprezzamento del governo israeliano per la sua politica nei confronti dell'immigrazione che, sempre a detta di Maroni, lo stesso governo israeliano vorrebbe imitare; e, una volta tanto, c'è da credergli.
Ma il vero colpo mediatico di Maroni è consistito nello scatenamento di una fittizia polemica con roberto saviano, per alcune presunte dichiarazioni rilasciate da quest'ultimo nella sua trasmissione televisiva "Vieni via con me". Maroni ha accusato Saviano di aver attribuito alla Lega Nord rapporti con la 'Ndrangheta. L'accusa non rispondeva al vero, dato che Saviano aveva soltanto detto che la 'Ndrangheta "cerca" la Lega, e che vi era la documentazione giudiziaria di un colloquio tra membri dell'organizzazione malavitosa ed un esponente politico leghista, che peraltro, sempre secondo Saviano, non risulterebbe neppure indagato. Insomma, si trattava di una di quelle "rivelazioni" innocue e decaffeinate che costituiscono il nerbo del metodo-Saviano.
Sono immediatamente arrivate le superflue precisazioni per rabbonire il ministro degli Interni, di cui Saviano ha riconosciuto la "operatività". Il direttore de "La Repubblica", Ezio Mauro, con il pretesto di difendere Saviano, ha lasciato invece intendere lo scopo vero di tutta l'operazione mediatica, affermando da "Repubblica Radio TV", che Maroni sarebbe un "buon" ministro degli Interni. Era quanto occorreva per rimuovere ogni possibile obiezione dell'opposizione parlamentare ad un'eventuale incarico a Maroni per la formazione di un nuovo governo. La notizia dell'arresto di un boss dei Clan dei Casalesi è servita a coronare, con un apparente dato di fatto, il mito della "operatività" di Maroni sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, e quindi a far dimenticare tutte le losche vicende in cui Maroni risulta implicato: dal finanziamento illecito alla Lega, allo scioglimento di Consigli Comunali troppo solleciti ad attuare la raccolta differenziata dei rifiuti, come quello di Camigliano in provincia di Caserta.
La finta lite fra Maroni e Saviano si è avviata quindi verso un "chiarimento", in cui il pubblico potrà riconoscere che in fondo i due, al di là delle polemiche, stanno dalla stessa parte della barricata. Si tratterebbe di un dato indiscutibile, anche se per motivi diversi, poiché entrambi possono rivendicare ormai delle significative benemerenze nel campo del sionismo. L'ultima sortita di Saviano a riguardo è stata la sua adesione alla manifestazione pro Israele del 7 ottobre a Roma, in cui è stato trasmesso un suo video-messaggio con sperticati elogi ad Israele, presentato come un paradiso di "tolleranza".
http://www.youtube.com/watch?v=MnosImbj0GQ
Il mito di Saviano non è stato messo in crisi solo dalle ultime sortite sioniste dello scrittore, ma ha incontrato perplessità sin dall'inizio. Il fondatore dell'Osservatorio su Camorra e Illegalità, Amato Lamberti, già assessore del centrosinistra al Comune di Napoli e presidente della Provincia di Napoli, così si esprimeva testualmente in un'intervista al giornale "Il Napoli" dell'8 marzo 2007: "I Casalesi sono stati inventati da politici che hanno nomi e cognomi. E nel libro di Saviano quei nomi non ci sono." Nell'epoca della privatizzazione dei servizi pubblici, il presentare le organizzazioni criminali come soggetti autonomi che "cercano" i loro legami con la politica, costituisce una mistificazione utile a far credere che la criminalità organizzata sia una sorta di entità aliena che può invadere certi territori altrimenti sani. In realtà le privatizzazioni costituiscono un fenomeno criminale tout court, che non potrebbe realizzarsi senza una articolata stratificazione di illegalità, che coinvolge sia politica che imprenditoria, senza neppure dimenticare il ruolo della militarizzazione del territorio e del relativo segreto militare, alla cui ombra tutto diventa possibile.
Saviano è fatto spesso oggetto di attacchi squallidi, come il fargli una colpa di essere ancora vivo o di aver fatto i soldi; ma proprio il fragore di questi insulti scomposti consente allo stesso Saviano, ed ai suoi supporter, di far finta di non udire le obiezioni vere. Ad un pubblico abituato al nulla, le mezze informazioni di Saviano sullo smaltimento dei rifiuti tossici provenienti dal Nord in Campania possono apparire degli scoop eccezionali; ma, in effetti, il savianismo non costituisce neppure un "meglio che niente", dato che serve a deviare l'attenzione su falsi bersagli.
La stessa entità del traffico di rifiuti tossici segnalato da Saviano, rende inattendibile l'attribuzione del misfatto unicamente ad una organizzazione criminale come il Clan dei Casalesi, poichè non si può controllare tante discariche abusive senza andare ad invadere le innumerevoli aree soggette alla presenza di basi militari USA e NATO, con le relative servitù militari, che finiscono per coprire più della metà del territorio della Regione. Quindi, o i Casalesi sono più potenti della NATO e degli USA, oppure i Casalesi lavorano per la NATO e per gli USA.
Poi, perché non dirci dove finiscono i rifiuti di tutte queste basi militari? Non ce lo si può dire, perché è segreto militare. Appunto. E allora perché il segreto militare non potrebbe costituire la copertura anche per un business di smaltimento di rifiuti tossici di origine industriale? E perché la Legge 123/2008, all'articolo 2 commi 4 e 5, ha stabilito che tutte le discariche e i termovalorizzatori della Campania debbano essere considerati come "aree di interesse strategico nazionale", poste sotto segreto militare?
http://www.camera.it/parlam/leggi/08123l.htm
Inoltre dal 2005 in Italia non c'è soltanto la presenza militare statunitense, poiché, grazie all'iniziativa illuminata di Gianfranco Fini, ministro degli Esteri tra il 2004 ed il 2006, il governo italiano ha firmato un accordo di collaborazione militare con Israele, sancito dalla Legge 94/2005.
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/05094l.htm
Questa Legge si limita ad approvare un memorandum di intesa tra Italia ed Israele, nel cui testo si fa riferimento a tutti i campi di collaborazione ed alle relative procedure. Tra i campi di collaborazione, previsti all'articolo 2 del memorandum, sono elencati l'esportazione ed il transito di materiali militari e la risoluzione di problemi ambientali e di inquinamento dovuti a strutture militari. Non sembra alludere ad un traffico di rifiuti tossici?
Il testo del protocollo è reperibile all'indirizzo di un sito antimilitarista.
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/palestin/ItIsr.pdf
Il modo in cui invece Saviano prospetta la questione del traffico e smaltimento dei rifiuti tossici, risulta perfetto in termini di psicoguerra coloniale, per innescare una polemica infinita tra Nord e Sud, in cui i Meridionali possono recriminare sulla cattiveria degli industriali del Nord che hanno usato il Sud come discarica, mentre i Settentrionali possono sempre replicare che il traffico in definitiva è gestito da organizzazioni criminali del Sud, che ora minacciano di controllare anche il Nord-Italia.
Per avallare e alimentare il razzismo della Lega in effetti non serviva niente di meglio che presentare il Nord sotto la minaccia dell'invasione di orde di Calabresi criminali che vorrebbero infettare il sacro suolo della Padania. In fondo, prima che Maroni facesse finta di offendersi, Saviano non aveva fatto altro che avvertire i Settentrionali del pericolo calabrese.
 
Di comidad (del 10/08/2017 @ 01:36:50 in Commentario 2017, linkato 4777 volte)
Sebbene i media lo abbiano detto solo incidentalmente, si è immediatamente notato che il nocciolo “hard” del recentissimo Decreto del governo Gentiloni presentato come un provvedimento per il Sud, era costituito in realtà dal via libera alla multinazionale tedesca Flixbus. Il caporalato digitale rappresenta uno dei business multinazionali del futuro e Flixbus ha superato Uber, poiché ha allargato la nozione di caporalato digitale dai semplici autisti addirittura alle aziende di trasporti. Dalla pauperizzazione del lavoro si è passati alla pauperizzazione del ceto medio.
La retorica meridionalista è servita quindi ad una pura operazione di lobbying a favore di una multinazionale. Per quanto riguarda la parte del Decreto che incentiva la formazione di nuove aziende al Meridione, il trucco sottostante è sempre lo stesso: si prevedono certi incentivi ma questi possono essere prontamente ritirati se i progetti non partono in tempo. In base ai dati, mai smentiti, di un’agenzia ufficiale come lo Svimez, i tagli di spesa pubblica sono stati storicamente più intensi al Meridione e gli ultimi governi hanno confermato la tendenza. Storicamente la pauperizzazione del Sud ha quindi svolto la funzione di strumento deflattivo a vantaggio della finanza. La deflazione preserva il valore dei crediti e rende impagabili i debiti, incentivando la spirale dell’indebitamento.
Ci sarebbero gli estremi per parlare di colonialismo, ma la vigente parodia del politicamente corretto non lo consente poiché il denunciare la colonizzazione rende sospetti di “nazionalismo”. Il “politicamente corretto” era nato negli anni ’80 come tentativo di bon ton comunicativo in chiave soprattutto antirazzistica, in modo da evitare tutti i giudizi e gli epiteti a carattere liquidatorio che non riconoscessero i punti di vista diversi. La metamorfosi del “politicamente corretto” data agli anni ‘90, che si sono conclusi con la prima guerra “politicamente corretta”: l’aggressione della NATO alla Serbia per il Kosovo. Da anni il “politicamente corretto” è diventato tutt’altro rispetto alle origini, cioè si è trasformato in una rappresentazione del mondo caricaturale, nella quale da una parte ci sono la democrazia, i diritti umani e la cooperazione internazionale, dall’altra ci sono il fanatismo religioso, il nazionalismo e le dittature. In questo quadro non sono contemplati il colonialismo e l’imperialismo, anzi il citarli fa rischiare non solo di essere annoverati come nazionalisti, ma anche come “complottisti”.

È avvenuto così che la parodia del politicamente corretto sia diventata l’ideologia mistificatoria a supporto del colonialismo della finanza globale. In questa ideologia c’è anche spazio per i razzismi politicamente corretti, come quello antimeridionale e quello antirusso. Sono razzismi necessari per mascherare la pauperizzazione di certi popoli; una pauperizzazione attuata all’interno con taciti tagli di spesa ed all’esterno con plateali sanzioni economiche. roberto saviano è un propagandista-icona sia dell’autorazzismo meridionale che del razzismo antirusso, ossessionato com’è sia dalla camorra che dalla mafia russa. La pauperizzazione richiede una criminalizzazione, ovviamente a turno, dei popoli.
Da più parti si è sottolineato che l’inasprimento delle sanzioni economiche contro la Russia è stato deciso dalle camere USA in base ad un’ipotesi di “hackeraggio” che non ha trovato sinora alcun riscontro di prova. Il problema è che, seppure queste prove fossero esistite, la decisione del Congresso e del senato USA sarebbe stata comunque illegittima ed eversiva. Nei rapporti internazionali tra gli Stati vi sarebbero infatti delle procedure da rispettare allorché uno Stato pensi che un altro Stato lo abbia danneggiato: si convoca l’ambasciatore per chiedere chiarimenti e, se questi non sono ritenuti sufficienti, si procede prima per sanzioni diplomatiche. C’era quindi un ruolo del governo che doveva poi relazionare alle camere per eventuali altre decisioni. In questa circostanza invece l’ambasciatore russo è stato considerato una sorta di paria la cui frequentazione da parte del presidente e del suo entourage andava evitata ad ogni costo, come se si rischiasse una specie di contaminazione razziale. In più la decisione quasi unanime del Congresso e del senato USA ha posto le sanzioni anti-russe sotto una specie di clausola di protezione contro il proprio stesso capo dell’esecutivo. Si è trattato di un atto eversivo sia verso l’interno che verso l’esterno, a cui la stragrande maggioranza dei parlamentari si è adeguata nel timore di diventare sospettabile di atteggiamenti filorussi. Stato e governo sono concetti distinti, ma un parlamento che delegittima preventivamente un governo, delegittima lo Stato nel suo complesso.

Probabilmente almeno una parte della cordata che aveva spinto CialTrump alla presidenza si era illusa di poter recuperare un margine di manovra dello Stato per la trattativa diretta con altri Stati, in particolare la Russia. Ma già l’affidarsi ad uno come CialTrump doveva indicare che il tentativo era disperato. Quando si è andati a cercare lo Stato, si è scoperto che non c’era. Il concetto di “deep State” è una suggestione consolatoria per non ammettere che le lobby finanziare detengono poteri di veto.
Secondo alcuni lo Stato costituirebbe una formalizzazione dei rapporti di forza sociali. Si tratta di una di quelle affermazioni che possono apparire come critiche, ma che in effetti si risolvono in mere cortine di fumo in quanto non dicono nulla. Lo Stato non va considerato una veste giuridica dei rapporti sociali, bensì come una mera astrazione giuridica, che può assumere, di volta in volta, valenze mitologiche o superstiziose. In questo senso lo Stato non è affatto una formalizzazione del rapporto di forza, bensì una componente del rapporto di forza in funzione di espediente illusionistico di distrazione, inganno e manipolazione. Sottrarsi a questa suggestione ingannevole comporterebbe quindi un piccolo riequilibrio del rapporto di forza a proprio favore.
Un formalismo infatti non potrebbe essere abbandonato a piacimento, poiché ciò avrebbe appunto delle conseguenze sul piano formale. Quando il governo Gentiloni rifiuta di riconoscere la validità delle ultime elezioni venezuelane, dovrebbe motivare la sua decisione in base a procedure precise, previste da trattati sottoscritti sia da Italia che Venezuela. Senza questo “formalismo” nulla impedirebbe a Maduro di considerare a sua volta Gentiloni come un abusivo di passaggio (cosa, peraltro, non molto lontana dal vero) .

Nel 2012 il Presidente francese Hollande attribuì un riconoscimento diplomatico alle “opposizioni moderate e democratiche” al regime siriano di Hassad. Ma uno Stato che ne delegittima un altro, delegittima anche se stesso. Se non avesse avuto in quel periodo impegni più urgenti, Hassad avrebbe potuto benissimo rivendicare gli stessi titoli per offrire il proprio riconoscimento diplomatico ad un qualsiasi oppositore di Hollande. Il punto è che i rapporti tra gli Stati rappresentano l’apparenza e invece sono i movimenti di capitale a dare il via alle destabilizzazioni ed alle macchine belliche, e i governi e i parlamenti si adeguano.
Lo Stato quindi non è una formalizzazione o un formalismo, bensì una pantomima e, come tale, può essere messa da parte a piacimento, a seconda delle convenienze dei movimenti di capitali. I primi a non dar troppo credito a questa pantomima sono coloro che la mettono in scena e che escono troppo spesso dalla parte.
 
Di comidad (del 03/05/2012 @ 01:36:29 in Commentario 2012, linkato 2691 volte)
Era scontato che il grillismo conquistasse il centro dell'arena mediatica proprio nel momento in cui esso è diventato marginale rispetto alla questione dei veri equilibri del potere coloniale che domina sull'Italia. Venti anni fa Beppe Grillo nei suoi spettacoli parlava dello strapotere e degli abusi delle multinazionali; poi, mangiato vivo dalle cause civili per danni di immagine intentategli dalle stesse multinazionali, Grillo ha progressivamente spostato la sua polemica sui partiti, cioè sul nulla. In democrazia la libertà di parola è strettamente condizionata alla sua ininfluenza; quando invece si parla in televisione, allora nominare una multinazionale può mandarti sul lastrico.
Strano poi che l'emergenza dell'antipolitica venga associata alla figura di Grillo, quando alla Presidenza del Consiglio vi è un ex advisor di Goldman Sachs e del Consiglio Atlantico della NATO. Mario Monti rappresenta infatti la personificazione di quell'intreccio tra militarismo e finanza che è alla base del colonialismo.
In un'intervista al "Corriere della Sera", Claudio Costamagna, un ex di Goldman Sachs, ha gridato al complottismo per l'allarme che hanno causato i precedenti di Monti. Secondo Costamagna, quella di Monti era una semplice funzione di consulente, ed il meschino non aveva neppure un ufficio a Goldman Sachs, magari si sedeva pure per terra; è la linea di Goldman Sachs quella di assicurarsi la consulenza dei più competenti, e questi danno il loro contributo disinteressatamente, per la pura soddisfazione morale di condurre Goldman Sachs per i retti sentieri. [1]
Insomma, anche Monti sarebbe una vittima del pregiudizio e dell'invidia sociale, quasi a confermare che il governo Monti si pone, anche sul piano del vittimismo, in continuità con Berlusconi. Nella sua conferenza del 30 aprile, Monti ha rivendicato una sorta di rottura con il berlusconismo, di fatto da lui appoggiato negli anni scorsi, in veste di opinionista dalle colonne del "Corriere della Sera". Ma non basta questa polemica strumentale dell'ultim'ora per poter negare che il governo Monti non sia altro che la prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi.
Berlusconi è stato un'icona grottesca del vittimismo padronale, del "se mi lasciaste fare, allora vedreste". Ma, a ben vedere, anche il liberismo, di cui Monti è ideologo ed alfiere, non è affatto una dottrina economica, bensì la retorica vittimistica del ricco incompreso, sempre avviluppato nei lacci e lacciuoli dell'invidia sociale, soffocato dal parassitismo dei poveri che gli impedirebbero di muoversi. Sul piano ideologico il liberismo è il lamento del ricco che si sente perseguitato, mentre sul piano pratico il liberismo non significa concorrenza e libero mercato (che non esistono), ma soccorso ai ricchi contro la "minaccia" costituita dai poveri.
Il liberismo non è un vero antistatalismo, ma un alibi propagandistico per riconvertire la spesa pubblica e previdenziale in assistenzialismo per ricchi. Del tutto normale perciò che Elsa Cuornero si riveli la ministra del Welfare per Banchieri. Che i pensionati siano obbligati ad aprire un conto corrente e che i precari vengano vincolati ad una carta di credito, sono fatti che rientrano nella regola aurea del capitalismo, secondo la quale sono i poveri a dover dare l'elemosina ai ricchi.
Il fenomeno Monti ha le stesse motivazioni del fenomeno Berlusconi: la marginalizzazione della mediazione politica e della funzione di governo, che, con le privatizzazioni, sono state private della possibilità materiale di contare qualcosa, riducendosi a lobbismo, o ad agenzia di guerra psicologica contro i poveri. Non solo le provocazioni antioperaie della Cuornero sono risultate in totale continuità con quelle del suo predecessore Sacconi, ma c'è di simile anche quella compiaciuta esibizione di cialtroneria che ha lo scopo di avvilire maggiormente gli animi. Non ci si aspettava certo che i ministri tecnici possedessero davvero anche solo una minima parte delle competenze che sono state loro attribuite, eppure l'inconsistenza di questi personaggi ha qualcosa di surreale.
Nel ricevimento al Quirinale del Primo Maggio, la ministra Cuornero ha elencato i dati appena sfornati dall'ISTAT, per rivelarci che la disoccupazione giovanile è in aumento e che le donne sono le più penalizzate dalla mancanza di occupazione; e, infine, non poteva mancare nella rassegna l'alibi eterno e onnicomprensivo del sottosviluppo meridionale, con la terribile notizia che la crisi colpisce più al Sud che al Nord. Tutta questa fiera della banalità presentata come se fosse l'Oracolo di Delfi; se non ci fosse il fuoco di sbarramento della stampa calabrache, si dovrebbe ammettere che persino il Trota farebbe la sua brillante figura in un simile consesso.
Anche quaranta anni fa i ministri esibivano il proprio squallore e rimediavano le loro brave figuracce, ma questo non sembrava essere il loro unico mestiere. Ancora venti anni fa il ministero del Tesoro poteva incidere sull'economia poiché, ad esempio, possedeva una sua banca - piuttosto consistente - la Banca Nazionale del Lavoro, la cui privatizzazione fu avviata addirittura dal governo Ciampi. Dopo varie vicissitudini, la BNL è stata acquisita nel 2006 dalla multinazionale francese BNP Paribas. Sul sito dell'attuale BNL si plaude euforicamente alla scomparsa definitiva dello "Stato Banchiere". [2]
La privatizzazione della BNL non ha risposto a nessuna logica economica, poiché lo Stato non vi ha guadagnato nulla; anzi, invece di rendere, le privatizzazioni si dimostrano costose per l'erario, dato che alla fine, per poter cedere una sua proprietà, lo Stato deve sempre assistere finanziariamente il privato che l'acquisisce. Eppure la privatizzazione della BNL è stata un grosso affare sia per chi l'ha acquisita, sia per i lobbisti interni alle Istituzioni che l'hanno favorita.
Affari ed economia sono cose ben distinte e spesso separate: più un affare è antieconomico, più risulta lucroso per gli affaristi, come nel caso del tunnel TAV, ma anche nel caso della politica depressiva dei tagli di bilancio. Numerosi economisti hanno rilevato la evidente antieconomicità di questi provvedimenti di austerità finanziaria; ma, mentre l'economia è un gioco di equilibri, al contrario il business può alimentarsi e giovarsi degli squilibri sociali.
Ciò che Naomi Klein chiama "Shock Economy" non è altro che il caro vecchio business della povertà, già teorizzato da Mandeville agli inizi del XVIII secolo. I poveri sono la principale materia prima degli affari. Basti pensare al nesso tra finanziarizzazione e migrazione: il migrante è sempre dipendente dal sistema finanziario, sia nel momento in cui contrae il debito che dovrà ripagare per anni andando a lavorare all'estero, sia quando dovrà passare per i circuiti finanziari per spedire soldi a casa.
Come teorico del capitalismo, Mandeville aveva il torto di essere troppo chiaro ed esplicito, perciò venne relegato nel dimenticatoio, lasciando spazio alle arti retoriche e fumogene di un Adam Smith, capace di mescolare abilmente verità e mitologie in modo da confondere le acque. Gli schemi retorici di Adam Smith non sono affatto archeologia della propaganda: Smith denunciava i crimini delle compagnie commerciali, ma, al tempo stesso, raccomandava proprio i provvedimenti che avrebbero fatto più comodo alle compagnie commerciali. Pare esattamente ciò che avviene oggi con le banche, condannate in astratto, ma poi difese punto per punto nelle scelte concrete; a cominciare dalla proposta del denaro elettronico, i cui vantaggi per il fisco sono del tutto ipotetici e astratti, mentre risultano evidenti e concreti i benefici per le banche.
La politica ha smarrito il suo ruolo di mediazione sociale non perché gestisca troppo denaro, ma perché ormai, a causa delle privatizzazioni, ne gestisce troppo poco. Non sono la stessa cosa il fatto che in passato il governo controllasse delle banche, oppure il fatto che oggi i partiti stiano nei consigli di amministrazione delle banche: nel primo caso i partiti andavano a gestire un potere diretto, mentre nel secondo caso i politici assumono un ruolo di lobbisti delle banche. La politica povera è la politica che non conta nulla, cioè una semplice area di reclutamento del lobbying.
Carisma, organizzazione, consenso sono spesso solo pseudonimi del denaro. Strano che persino la Chiesa Cattolica sia d'accordo a riguardo. Nel medioevo la Chiesa Cattolica condannava per eresia non chi praticava la povertà (come Francesco d'Assisi), bensì coloro che invocavano una Chiesa povera. A questi eretici la gerarchia ecclesiastica replicava che una Chiesa povera avrebbe potuto lanciare precetti morali, ma non avrebbe avuto alcun potere reale.
Per non rimanere in una visione astratta della politica, occorre contestualizzare questo progressivo arretramento dello Stato banchiere ed imprenditore. Il processo non è cominciato venti anni fa con il famoso convegno del panfilo Britannia, ma molto prima. La sconfitta dell'Unione Sovietica nella guerra fredda va infatti retrodatata di almeno di sette o otto anni.
Nel 1981 ci veniva raccontato che in Afghanistan gli eroici mujaheddin contrastavano l'invasione sovietica volontaristicamente, con cariche di cavalleria e vecchi fucili. Nell'epoca di internet sono bastate poche settimane perché almeno una minoranza venisse a conoscenza del fatto che la "rivoluzione libica" è stata tutta una mistificazione della NATO. Negli anni '80 invece non si avevano elementi per dubitare della fiaba ufficiale, che presentava l'Afghanistan schiacciato dallo strapotente tallone sovietico.
In realtà l'Armata Rossa si trovava di fronte un'enorme esercito mercenario con base in Pakistan, reclutato dalla CIA in tutto il Medio Oriente, e provvisto delle armi più sofisticate, dai missili antiaerei a quelli anticarro. Niente di paragonabile all'attuale impasse della NATO in Afghanistan, poiché negli anni '80 l'Armata Rossa dovette subire una vera e propria distruzione del suo apparato bellico convenzionale.
La potenza sovietica quindi era già all'angolo otto anni prima della caduta del Muro di Berlino, e con quella data coincide l'inizio della finanziarizzazione a tappeto e dello smantellamento dell'imprenditoria di Stato in Europa. Non si è mai calcolato a sufficienza quali siano state le conseguenze della dismissione della siderurgia pubblica negli anni '80, che segnò il ritiro dello Stato da un settore allora etichettato come "arretrato", ma che in realtà è rimasto strategico per gli equilibri economici mondiali.
Il compromesso socialdemocratico che aveva retto l'Europa per trenta anni, ed anche il welfare e le garanzie del lavoro, erano solo l'effetto della prudenza dettata dalla minaccia del capitalismo di Stato sovietico. Il ruolo assunto dalla mediazione politica e sociale sino agli anni '70, era esclusivamente la conseguenza dell'equilibrio di potenza, e non di intrinseche qualità del sistema dei partiti di allora. Non appena l'equilibrio di potenza è venuto a mancare, l'illusione del professionismo politico si è sfaldata, ed il gruppo dirigente comunista è stato quello che ha dimostrato la maggiore inconsistenza; tanto che il passaggio degli ex PCI al nuovo acronimo DS ha finito per rispecchiare più adeguatamente il loro contenuto: Dilettanti allo Sbaraglio. Forse è persino possibile che il ceto politico degli anni '80 e '90 si sia adagiato davvero nel mito-alibi dell'Europa, perdendo di vista il fatto che l'Unione Europea era nata come propaggine della NATO - quindi dell'imperialismo USA -, e come diretta applicazione dell'articolo 2 del Trattato Nord-Atlantico del 1949.
La nozione di imperialismo americano non si deve intendere come dominio tout court degli Stati Uniti, ma come la guerra mondiale dei ricchi contro i poveri, nella quale gli USA costituiscono il riferimento ed il supporto ideologico-militare per gli affaristi e i reazionari di tutto il pianeta. Il procedere delle privatizzazioni e dei tagli di bilancio, fa intendere che l'aggressività imperial-coloniale non trova oggi dei veri contrappesi economico-militari che possano indurla alla prudenza; perciò i piagnistei sul "declino americano", sulla potenza emergente dei BRICS, sulla crescente minaccia ideologica/militare/economica costituita da Putin ecc., potrebbero essere soltanto una tattica vittimistica dei soliti filoamericani. Il fatto che ad alimentare il mito del pericolo-Putin siano dei filoamericani di sicura fede come Flores d'Arcais, Paolo Guzzanti e roberto saviano, rafforza questi sospetti.

[1] http://archiviostorico.corriere.it/2011/novembre/14/nostro_Paese_ammalato_complotti__co_8_111114020.shtml
[2] http://www.bnl.it/wps/portal/scopribnl/CHI-SIAMO/BNL-nel-gruppo/Storia/1971-ad-oggi
 
Di comidad (del 28/05/2009 @ 01:33:00 in Commentario 2009, linkato 1971 volte)
Il 15 maggio si è compiuto un ulteriore passo avanti dell’accordo tra ENI e Gazprom per il gasdotto che dovrà aggirare da sud l’attuale monopolio ucraino del trasporto di gas dalla Russia. Stampa e telegiornali hanno presentato l’accordo come un altro storico risultato dell’amicizia personale fra Berlusconi e Putin.
Un giornale della corte di Berlusconi -“Libero”- ha addirittura proposto un paragone fra l’attuale Presidente del Consiglio ed il fondatore dell’ENI Mattei, presentandoli entrambi come invisi agli interessi degli americani e quindi entrambi vittime delle loro trame. Le attuali difficoltà giudiziarie e familiari di Berlusconi sarebbero quindi da attribuire alla firma di questo accordo che ha pestato i piedi alle multinazionali anglo-americane del petrolio e del gas.
Insomma, sembra la propaganda elettorale di Berlusconi nel 2001, quando questi si presentava come il presidente tuttofare; oggi rivendica a sé persino il ruolo dell’antiamericano e, purtroppo, c’è anche chi è disposto a dare credito a questo nuovo mito. È tipico della destra questa tecnica propagandistica che consiste nel pretendere di recitare tutte le parti in commedia, in modo da occupare ogni spazio comunicativo possibile. Berlusconi come Enrico Mattei, Berlusconi come Adriano Olivetti: insomma non c’è limite alla faccia tosta degli adulatori di Berlusconi, così egli può svolgere al meglio la sua funzione di fumogeno.
In realtà questo accordo del 15 maggio 2009 rappresenta la terza fase di un processo già cominciato con una prima firma tra ENI e Gazprom nel novembre 2006, poi sancita con un altro contratto esattamente un anno dopo, il 23 novembre del 2007. Come già nel 2006, anche l’anno dopo il Presidente del Consiglio era ancora Romano Prodi, e all’epoca fu Prodi a volare a Mosca per scambiare la rituale stretta di mano con Putin; anche se i media allora non dimostrarono l’attuale attenzione, dato che gli austeri costumi di Prodi non diedero spazio al gossip.
Ciò non vuol dire affatto che il vero patrocinatore dell’accordo “South Stream” sia stato Prodi, ma soltanto che ENI e Gazprom avrebbero trovato il modo di fare i loro affari chiunque vi fosse stato alla Presidenza del Consiglio in Italia. Inoltre l’ENI ha firmato l’accordo alle condizioni volute dal monopolio russo dell’energia, la Gazprom, che diventa monopolista a tutti gli effetti proprio tramite quest’ultima fase della contrattazione, che ha comportato il passaggio alla stessa Gazprom della maggioranza azionaria delle aziende petrolifere siberiane finora controllate da ENI ed Enel.
È scontato che un accordo del genere abbia comportato un giro di tangenti da capogiro; ed è altrettanto scontato che tangenti di tale entità non si siano fatte fermare da logiche di schieramento, poiché in questioni del genere non esistono filo-americani e filo-russi, perciò anche i vertici della NATO hanno ricevuto sicuramente la loro parte per non porre ostacoli. Bernard Henry-Levy ci infliggerà sicuramente qualche altro articolo sulla minaccia costituita dal neo-zarismo di Putin, mentre roberto saviano farà qualche altra sortita sul pericolo rappresentato dalla mafia russa, ma, propaganda a parte, la NATO pretenderà un diritto di pedaggio sull’affare della distribuzione del gas.
Ciò vuol dire che chi pensa che l’ENI possa costituire una sorta di baluardo contro il colonialismo statunitense, si illude. Gli affari non hanno mai liberato nessuno.
Per anni da più parti si è sperato che il rapporto privilegiato della russa Gazprom con l’italiana ENI e, in subordine, con la francese Total, comportasse un ridisegno delle alleanze e dei rapporti di forza in Europa.
Il risultato è stato però che il presidente Sarkozy ha ricondotto la Francia a tutti gli effetti nella NATO, mentre l’occupazione del territorio ex-italiano da parte della stessa NATO non conosce pause o rallentamenti; come dimostra anche l’ultima vicenda dell’hub di Malpensa, sacrificato alle esigenze dell’espansione della vicina base NATO di Solbiate Olona, e della sua dependance pseudo-italiana, cioè la base aeronautica di Cameri.
La stessa entità dell’accordo contratto dall’ENI e la relativa esposizione finanziaria che ne è conseguita, oggi la pongono di fatto in una condizione di dipendenza dalla Gazprom che configura una sorta di subordinazione coloniale, dato che è venuto a cessare anche il potere contrattuale che derivava dal controllo dei giacimenti siberiani da parte della stessa ENI e dell’ Enel.
Quindi non si è avvertito sinora nessun arretramento del colonialismo USA sull’Italia, ma soltanto il ritaglio di una fetta a vantaggio del colonialismo russo, il quale, comunque dovrà versare, direttamente o tramite l’ENI, la sua tangente agli occupanti statunitensi. Che questo attuale colonialismo russo sia, per ora, decisamente redditizio per le oligarchie italiane dell’energia, non costituisce di per sé un motivo di consolazione, poiché non si intravede nessuna avvisaglia del fatto che ciò possa comportare delle ricadute positive sui prezzi dell’energia in Italia; a conferma che gli affari fanno bene solo a chi li fa.
 
Di comidad (del 22/04/2010 @ 01:30:10 in Commentario 2010, linkato 3309 volte)
Nel pieno dello scontro con Gianfranco Fini, Berlusconi ha lanciato un apparente diversivo mediatico, mettendosi in polemica con roberto saviano, lo scrittore/giornalista lanciato come fenomeno editoriale mondiale proprio dalla casa editrice di proprietà dello stesso Berlusconi.
È significativo che tutti gli indignati commentatori siano stati rigidamente al gioco delle parti, non rilevando l’incongruenza di un Presidente del Consiglio/editore che si lamenta per qualcosa che egli stesso ha contribuito in modo determinante a creare, e su cui ha lucrato ampiamente. I cinque o sei milioni di copie vendute, i diritti di traduzione e i diritti cinematografici del best-seller “Gomorra” sono andati infatti interamente a profitto di Berlusconi, dato che, per quel che se ne sa, Saviano ha avuto dalla Mondadori un contrattino standard per scrittori esordienti, senza percentuali sulle vendite.
Alla fine l’unico che è sembrato accorgersi della contraddizione, è stato lo stesso Saviano, che ha annunciato di voler ripensare il suo rapporto con una casa editrice il cui proprietario improvvisamente avrebbe scoperto che un libro da lui pubblicato anni fa costituisce un danno per l’immagine dell’Italia. Al contrario, i libri e i film di denuncia delle mafie sono serviti spesso a dare all’estero un’immagine positiva dell’Italia, in quanto Paese sì provato da gravissimi problemi interni, ma anche dotato di coraggio e di voglia di riscatto. Tutto il contrario dell’immagine frivola e cialtrona dell'Italia che invece tende a prevalere, e di cui Berlusconi costituisce oggi l’icona più disprezzata e derisa a livello internazionale.
Può darsi però che entrambe le immagini non solo siano fittizie, ma anche effetto della colonizzazione ideologica e territoriale di cui è stata fatta oggetto l’Italia. È avvenuto infatti che l’antimafia sia diventata il tema dominante per la sinistra, allo stesso modo in cui l’antiterrorismo lo è per la destra. Ma il torvo fantasma del terrorismo per la destra non costituisce altro che una controfigura per evocare il vero nemico, cioè i poveri. Il problema è che però anche la sinistra ha eletto a suoi nemici i poveri, rappresentati caricaturalmente nella forma dell’aberrazione costituita dalla criminalità organizzata.
Per sedare le coscienze della ex sinistra, orfana del nemico di classe, Saviano ha inventato il mito della “camorra imprenditrice”, un surrogato fiabesco della vecchia borghesia sfruttatrice. In realtà la imprenditoria legata alla camorra è pur sempre dipendente dai potentati finanziari per il riciclaggio del suo denaro, perciò presentarla come un soggetto economico autonomo costituisce appunto una forzatura propagandistica alquanto sospetta. Il metodo-Saviano consiste in molte mezze verità ed in alcune oculate omissioni che, tutte insieme, producono una menzogna gigantesca, tale da affascinare solo una “sinistra” molto, ma molto, addomesticata.
Infatti, dopo la pubblicazione di “Gomorra”, per circa un anno il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, fece coppia fissa insieme con Saviano in una serie di manifestazioni pubbliche, girando in lungo e in largo la Campania, senza però dare mai segno di notare la presenza di quindici basi militari straniere; e senza, perciò, mai domandarsi se questa occupazione militare del territorio campano possa avere qualcosa a che fare con il potere della criminalità organizzata. Oggi la principale base militare statunitense in Campania è proprio il porto di Napoli, praticamente monopolizzato dalla U.S.Navy e sottoposto a rigoroso segreto militare. A completare il quadro, la Legge 123/2008, all’articolo 2 comma 4, ha posto sotto segreto militare anche le discariche civili di rifiuti. Possibile che tutta questa occupazione militare, e il relativo segreto, non abbiano proprio nulla a che vedere con la criminalità organizzata in Campania?
Un luogo comune politico e giornalistico ormai consolidato è che il sottosviluppo meridionale sia dovuto alla criminalità organizzata, ma costituisce un dato ufficiale il fatto che le principali strutture portuali del Meridione, da Napoli a Taranto, siano state in gran parte sottratte al traffico commerciale legale e consegnate al traffico militare statunitense, quindi ai traffici illegali coperti dal segreto militare. Di questi dati ufficiali non c'è traccia sulla stampa, e tantomeno negli scritti di Saviano.
Lo strabismo filo-statunitense di Saviano ha avuto modo di esercitarsi anche nei suoi tour all’estero, quando ha accusato delle organizzazioni di guerriglia come l’ETA basca e le FARC colombiane di essere colpevoli di traffico di cocaina. Nel caso dell’ETA, Saviano ha avuto l’onore di essere prontamente e categoricamente smentito dallo stesso governo spagnolo, mentre, per le accuse alle FARC, il governo filo-statunitense della Colombia ha incassato favorevolmente questo avallo alla propria propaganda da parte di uno scrittore famoso, che passa per essere di sinistra.
In Colombia però non ci sono soltanto le FARC, ma anche numerose basi militari USA, che si apprestano a diventare ancora di più (vedi Manuale del Piccolo Colonialista n°15). Secondo le agenzie specializzate dell'ONU, la cocaina parte dalla Colombia (guarda caso, occupata dagli USA) ed arriva al porto di Napoli (casualmente controllato dagli USA). Allo stesso modo, l’oppio parte dall’Afghanistan, occupato dagli USA, e transita per il Kosovo, occupato dagli USA con una delle più grandi basi militari del mondo, Bondsteel (vedi Manuale del Piccolo Colonialista n°8). Da Bondsteel l'oppio raffinato approda poi a Napoli, che è la colonia militare statunitense per eccellenza dal 1943.
Ovviamente sono soltanto coincidenze del tutto casuali, tanto è vero che i rapporti ONU si guardano bene dal rilevare questa strana onnipresenza statunitense sui luoghi del delitto di narcotraffico. Quando si tratta degli Stati Uniti anche il più concreto e ricorrente degli indizi diventa irrilevante, mentre ad Obama basta annunciare che di qui a poco Al Qaeda potrebbe avere l'atomica, e tutti gli credono sulla parola, senza chiedere la benché minima pezza d'appoggio all'affermazione.
In un solo caso un esponente della sinistra istituzionale asserì l’esistenza di una relazione diretta tra la mafia e l’occupazione militare statunitense del territorio. Questa persona fu il siciliano Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista, all’interno del quale militava nell’ala più destrorsa: i “riformisti” capeggiati da Amendola e Napolitano. La Torre lanciò anche una manifestazione in cui la lotta alla mafia si collegava all’opposizione contro la base missilistica NATO a Comiso.
Un quarto di secolo dopo, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ci spiegò candidamente che era stata la mafia ad incaricarsi di costringere i proprietari a cedere a prezzi stracciati i terreni su cui sarebbe sorta la base militare di Comiso; lo stesso Cossiga aggiunse di aver usato quella circostanza come strumento di ricatto per far cessare negli USA una campagna giornalistica contro di lui. Quindi il collegamento tra militarizzazione e criminalità organizzata individuato da La Torre non era astratto, ma si stava manifestando sotto gli occhi dei Siciliani.
Nel 1982 Pio La Torre fu assassinato insieme con il suo autista Rosario Di Salvo. Nell’aereo che lo portava a Palermo per assistere ai funerali del segretario regionale assassinato, il segretario generale del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, rilasciò un’intervista televisiva in cui non riuscì a dissimulare la sua evidente indifferenza per la sorte di La Torre. Era chiaro che La Torre aveva creato un enorme imbarazzo al partito, riportando al centro dell’attenzione la lotta alla NATO, non più in nome di un antimperialismo generico, ma sulla base della denuncia di un’evidente colonizzazione militare/criminale del territorio siciliano. Per un PCI che aveva ormai accettato la NATO, costituiva una contraddizione intollerabile vedersi riproporre, da un esponente in vista del partito, la lotta alla NATO in termini così concreti; perciò la morte di La Torre costituì una comoda soluzione al problema. Successivamente all’uccisione di La Torre, il PCI siciliano infatti si guardò bene dal ricollegare la questione della mafia a quella della NATO, e per la prima metà degli anni ’80 continuò una svogliata opposizione ai missili sulla base del solito generico pacifismo.
Negli anni ’70 e ’80 il crescendo della propaganda antimafia doveva servire appunto a dissimulare la crescente occupazione militare statunitense del territorio italiano, e quindi era da considerare off limits per giornalisti e politici qualsiasi collegamento tra i due fatti. Nel 1986, nel corso del maxiprocesso a Cosa Nostra, il boss Michele Greco lanciò un’ironica battuta nei confronti del pentito Tommaso Buscetta, dicendo che se questi avesse visto il film “I Dieci Comandamenti”, invece de “Il Padrino”, non avrebbe fatto certe affermazioni. La battuta era sin troppo facile da decodificare, dato che il film “Il Padrino” rappresentava la nuova linea della psico-guerra coloniale statunitense nei confronti dell’Italia; una linea tendente ad enfatizzare il pericolo mafioso, in modo da rappresentare un’Italia occupata da un nemico interno, piuttosto che esterno. “I Dieci Comandamenti” a cui si riferiva Greco, riguardavano invece l'antico comandamento del segreto mafioso, che imponeva di dichiarare l’inesistenza di Cosa Nostra. Ma il segreto mafioso, nell'estendersi dell'occupazione coloniale USA, doveva lasciare il passo al segreto militare.
È quindi possibile che la sortita anti-Saviano operata da Berlusconi non fosse un diversivo rispetto al contrasto con Fini, ma un avvertimento alla Cossiga - forse suggerito dallo stesso Cossiga - nei confronti dei protettori di Fini, da individuare negli Stati Uniti. Agli inizi dell’ultimo febbraio Gianfranco Fini aveva fatto un viaggio negli USA, dove era stato ricevuto dal vicepresidente Biden e salutato da commenti celebrativi della stampa americana. Nel frattempo Berlusconi si trovava in Israele, dove lanciò la sua contromossa nei confronti dell’avversario, mettendo allo scoperto i veri motivi per cui era stato accolto così favorevolmente a Washington. Berlusconi attaccò l’Iran, annunciando che l’ENI avrebbe presto abbandonato tutti i suoi investimenti in quel Paese. Il messaggio di Berlusconi non poteva essere più chiaro: non avete bisogno di Fini per disciplinare e privatizzare l’ENI, è un lavoro che posso benissimo fare io.
Di fatto Berlusconi, in obbedienza alle direttive del Fondo Monetario Internazionale, ha privatizzato in Italia quasi tutto ciò che si poteva privatizzare: l’acqua, i patrimoni immobiliari delle Università e del Demanio dello Stato, i beni culturali; ora si prepara persino la privatizzazione degli scavi di Pompei, dapprima commissariati con il pretesto di infiltrazioni camorristiche, ed ora in via di affidamento ad una fondazione privata, cioè alle multinazionali. Berlusconi però non è ancora riuscito a privatizzare la ricca cassaforte dell’ENI, che pur essendo una SPA, rimane a capitale pubblico. Oltre che una cassaforte finanziaria, l'ENI costituisce anche una cassaforte tecnologica, poiché è all'avanguardia nelle tecniche di costruzione dei gasdotti. Niente di strano che le multinazionali anglo-americane vogliano non solo neutralizzarla come concorrente, ma anche inglobarla.
Gli USA non dubitano della sottomissione di Berlusconi alle direttive del FMI, e certo non credono alle scemenze di Paolo Guzzanti sul presunto asse con Putin, ma sono scettici sul fatto che il labile equilibrio psicofisico dell’Uomo di Arcore consenta di affrontare un avversario ostico come l’ENI, dotato di solidi e storici agganci affaristici nelle Forze armate e nei servizi segreti, sia civili che militari. Ora che teme di essere scaricato, Berlusconi lancia avvertimenti ai suoi padroni minacciando di far trapelare qualcosa sui legami tra NATO e criminalità organizzata. Ma Berlusconi ha più la dimensione del fantoccio che la grinta dei servitori degli USA di vecchia generazione, come Cossiga, e quindi la sua minaccia potrebbe rivelarsi velleitaria.
 
Di comidad (del 19/11/2009 @ 01:13:11 in Commenti Flash, linkato 1379 volte)
Alla trasmissione di Fazio, roberto saviano ha gestito una intera serata da candidato dell'occidentalismo; così tutti i regimi più invisi all'Occidente hanno avuto il fatto loro:
-la Russia comunista che tormentò il povero Chalimov;
-la Russia di Putin che ha fatto fuori la Politkovskaya;
-l'Iran di di Ahmadinejad che ha ucciso la manifestante in piazza;
-non poteva mancare un accenno a Napoli sotto il dominio camorristico, paragonato a questi regimi.
Solo l'Occidente si è salvato dalle denunce dell'implacabile Saviano. Intanto in Italia un ragazzo viene massacrato di botte in carcere dai poliziotti e naturalmente pare che nessuno abbia visto niente: curiosamente in questo caso nessuno parla di "omertà", di "non collaborazione", di "spirito del branco"; termini da usare solo quando si intervistano i cittadini dopo un crimine o gli adolescenti accusati di bullismo.
Nel frattempo, il mai troppo lodato Obama ha vietato la pubblicazione completa delle foto sulle torture ad Abu Ghraib, proprio come i francesi vietarono la pubblicazione delle foto sulle torture in Algeria.
 
Di comidad (del 27/05/2010 @ 01:05:36 in Commentario 2010, linkato 1913 volte)
Non a tutti è sfuggito il fatto che negli stessi giorni in cui tuonava e minacciava referendum contro la legge che elimina le intercettazioni giudiziarie e la libertà di stampa e di internet, Antonio Di Pietro correva in soccorso del governo Berlusconi votando in parlamento a favore del cosiddetto “Federalismo Demaniale”, cioè della legge che privatizza i beni del Demanio dello Stato tramite la mediazione degli enti locali. Di Pietro non è nuovo a questi atteggiamenti di sostegno al sistema degli affari, poiché già all’epoca dell’ultimo governo Prodi i suoi voti risultarono determinanti per salvare dallo scioglimento la Società per il Ponte sullo Stretto di Messina, una società creata per consentire alla multinazionale edilizia Impregilo di appropriarsi dei patrimoni immobiliari pubblici delle province di Reggio Calabria e di Messina.
Per quella scelta di quasi quattro anni fa, Di Pietro chiese pubblicamente scusa, ma oggi ci ricasca, ed ancora una volta il principale beneficiato è, manco a dirlo, la multinazionale Impregilo, che si aspetta dal cosiddetto “Federalismo Demaniale” di poter mettere le mani gratuitamente su altri beni del Demanio dello Stato. Pochi giorni dopo la prima approvazione a gennaio da parte del Consiglio dei Ministri di quel provvedimento - che porta il nome di Calderoli, ma che è stato voluto dal ministro dell’Economia Tremonti in prima persona -, numerosi immigrati, con regolare permesso di soggiorno, furono sloggiati di forza da alcuni terreni demaniali. Il provvedimento fu preso da Maroni - il miglior ministro degli Interni della Storia, secondo roberto saviano -, con il pretesto di un’emergenza di ordine pubblico, cioè una presunta “rivolta di immigrati” a Rosarno; vicenda dai contorni ancora oscuri, ma dai risultati molto chiari: quei terreni demaniali, su cui gli immigrati avevano acquisito dei diritti d’uso, sono tornati disponibili per il “Federalismo Demaniale”, cioè per la Impregilo.
Per l’approvazione del “Federalismo Demaniale” i voti di Di Pietro non sono risultati determinanti come nel caso del mancato scioglimento della Società per il Ponte sullo Stretto di Messina, ma è risultato ugualmente prezioso per il governo l’appoggio propagandistico fornito dall’ex magistrato nell’accreditare le menzogne governative, che presentano questo passaggio di patrimoni immobiliari come un modo per valorizzare beni abbandonati o “sfregiati”. In realtà affermare che questi beni abbiano bisogno di essere valorizzati, è solo un trucco per far credere che oggi essi non abbiano nessun valore, e che quindi possono essere “affidati” dalle Regioni ai privati senza che questi debbano sentirsi obbligati a sborsare un soldo. Non a caso l'attuale "manovra" finanziaria del governo non contempla alcuna entrata per le tante privatizzazioni in via di realizzazione; ciò in quanto le privatizzazioni non sono vendite e neppure svendite, ma furti che vanno sempre a pesare sulla spesa pubblica, poiché sono di solito accompagnate da sgravi fiscali, incentivi e tangenti. Quindi per pagare le nuove privatizzazioni occorrerà spremere ancora di più il contribuente già povero.
Di Pietro è risultato ancora più pateticamente bugiardo quando ha sostenuto che non c’è il pericolo di un ulteriore sacco edilizio, poiché i Comuni potranno adottare le opportune normative, come se le amministrazioni comunali non fossero complici da sempre delle speculazioni immobiliari private. La malafede di Di Pietro non potrebbe essere più evidente, poiché appare sfacciatamente contraddittorio agitare una questione di legalità violata ed, al tempo stesso, favorire delle privatizzazioni che potranno esercitarsi nella più totale illegalità/impunità grazie non solo all’impossibilità di indagare, ma soprattutto perché la depenalizzazione del falso in bilancio trasforma le SPA in associazioni a delinquere autorizzate. Se Di Pietro fosse davvero preoccupato per il dilagare della criminalità degli affari, la sua conseguente priorità sarebbe quella di opporsi a tutte le privatizzazioni, ed anche alla dispersione dell’amministrazione dei Beni del Demanio dello Stato tra una miriade di enti locali.
Di Pietro il “giustizialista” si è rivelato perciò un complice dell’affarismo, per di più recidivo, e con un mandante ben individuabile, la solita Impregilo. Che l’antiberlusconismo di Di Pietro sia finto, non implica che egli sia d’accordo con Berlusconi e che le loro liti siano una recita; significa solo che sono liti fra servi che obbediscono al medesimo padrone, cioè il Fondo Monetario Internazionale, l’ente assistenziale per le multinazionali che presiede alle privatizzazioni su scala planetaria. I media hanno costruito un mito sul "Di Pietro giustizialista" che probabilmente riuscirà a sopravvivere anche a quest’ultima clamorosa smentita; allo stesso modo in cui, ad esempio, il mito di roberto saviano è uscito indenne dalle sue apologie di Israele e dalle sue calunnie contro l’ETA basca.
La propaganda ufficiale crea un mondo fittizio da cui è difficile prescindere, poiché, come spiegava Goebbels, se una cosa viene detta e ridetta in continuazione, conta poco che sia palesemente falsa: diventa la “verità”, cioè un’ideologia che finisce per sostituire totalmente l’esperienza reale. Per il senso comune può essere facile supporre che la propaganda ufficiale dica anche il falso, o che pretenda di presentare come diritti divini e verità eterne quelli che sono soltanto rapporti di forza del momento; ma risulta ostico per il senso comune accettare che questa propaganda eserciti un puro e semplice rovesciamento dei fatti, per cui ogni cosa viene presentata come il suo opposto.
Eppure è proprio col rovesciamento totale dei fatti che la propaganda può esercitare quella violenza psicologica che i militari chiamano "psywar". In tal modo la propaganda va oltre la semplice giustificazione dei rapporti di dominio esistenti, diventando un'arma di distruzione di massa che va direttamente a colpire le facoltà mentali del bersaglio. Come le armi batteriologiche e virologiche, allo stesso modo anche le armi psicologiche vogliono provocare artificialmente delle malattie, e specificamente la schizofrenia. Ci si parla così di “liberismo”, di “libero mercato”, di “libera concorrenza” per coprire una realtà esattamente opposta, quella dell’assistenzialismo per ricchi a colpi di denaro estorto al contribuente. Analogamente, il furto costituito dalle privatizzazioni ci viene spacciato come il salvataggio di un bene pubblico in dissesto.
Spesso la propaganda ufficiale assume le sembianze della critica sociale. Alla fine degli anni ‘70 il Fondo Monetario Internazionale riusciva ad assumere il ruolo di unico centro direttivo dell’economia mondiale, venendo a determinare una situazione di totalitarismo affaristico del tutto inedita nella Storia; ma, a fronte di questa semplificazione effettiva nella mappa del potere, nello stesso periodo il sociologo Edgar Morin partoriva la dottrina della “complessità” sollevando una nube di fumo sui rapporti di dominio.
Proprio nello stesso periodo in cui i ricchi iniziavano lo smantellamento sistematico dello Stato sociale, il sociologo Ralf Dahrendorf ci ammoniva che la democrazia è minacciata dalle “aspettative crescenti” delle masse che pretendono sempre più garanzie e protezioni; così gli aggrediti potevano essere fatti passare come gli aggressori.
All’inizio degli anni ’80 veniva scatenata la più feroce guerra dei ricchi contro i poveri degli ultimi due secoli, ma contemporaneamente da “sinistra” si levarono i teorici della "fine della lotta di classe". Mentre la spesa pubblica finanziava i padroni per attuare i licenziamenti e le delocalizzazioni delle grandi fabbriche, i teorici della sinistra se la prendevano con il “tramonto della fabbrica fordista”, senza notare che in Cina ed in Indonesia nascevano fabbriche che, nonostante l’automazione, conservavano le modalità fordiste di divisione del lavoro.
Oggi il territorio risulta sempre più militarizzato, e il segreto militare e le servitù militari irreggimentano anche le attività civili, comprese le discariche di rifiuti; ma arriva il sociologo Zygmunt Bauman a parlarci di “modernità liquida”, con tutti i suoi addentellati della “società liquida”e del “potere liquido”, ecc.; in modo che riferirsi a cose solide come le sempre più numerose basi militari USA e NATO appaia come una volgarità da persone maleducate.
Di fronte a mistificatori così illustri, il povero mistificatore Di Pietro rischia di apparire rozzo e primitivo, ma ciò non vuol dire che sia meno insidioso.
 
Di comidad (del 11/11/2010 @ 01:01:12 in Commentario 2010, linkato 2047 volte)
Le "fibrillazioni politico-istituzionali" di cui parlava il presidente Napolitano avevano sortito i loro effetti già qualche giorno prima che Gianfranco Fini invitasse Berlusconi a dimettersi. Ai primi di novembre, infatti, il ministro degli Interni Roberto Maroni volava in Israele con il pretesto dell'antiterrorismo, ma in realtà in cerca di investiture internazionali. Il viaggio in Israele sembra rappresentare ormai una sorta di rito di iniziazione obbligato per chi voglia gestire il governo in Italia.
Proprio con i suoi viaggi in Israele, Fini aveva maturato il riconoscimento internazionale del ruolo di successore di Berlusconi; perciò lo stesso Berlusconi, nell'ultimo gennaio, era volato a sua volta in Israele a tuonare contro l'Iran e contro l'ENI, per cercare di accattivarsi nuovamente i favori del sionismo, che è una macchina politica del Fondo Monetario Internazionale e delle principali multinazionali. Ma nello stesso gennaio, Fini stava già compiendo il passo ulteriore per l'investitura, infatti si trovava ospite a Washington, dove si trova appunto la sede centrale del FMI.
L'agonia del governo Berlusconi è durata però più di quanto fosse logico prevedere, e ci sono molti segnali che indicano che gli eventi siano in parte usciti dal copione. Ciò certamente non a causa della vitalità di Berlusconi, che ha fatto invece di tutto per dimostrare ulteriormente non solo la sua assoluta nullità umana e politica, ma anche il suo ormai instabile equilibrio mentale.
La propaganda ufficiale ha cercato di spacciare la questione della salute mentale di Berlusconi per uno scandalo sessuale. In realtà, se Berlusconi fosse stato sano di mente, allora noi non sapremmo assolutamente nulla delle sue abitudini sessuali. Per stanare il governatore Piero Marrazzo c'era infatti voluto addirittura un complotto dei carabinieri, con lo strascico dei poveri trans assassinati, in modo da cancellare le prove. Quindi neppure il caso Marrazzo era inquadrabile come scandalo sessuale, ma come episodio di vera e propria criminalità poliziesca, del tipo della Uno Bianca.
Con la sua solita puerile faccia tosta, Berlusconi ha gridato ad un complotto della mafia contro di lui, mentre, al contrario, in questa ultima vicenda è stato, in pratica, proprio lui a confessare tutto spontaneamente alla polizia. Un uomo che racconta a dei poliziotti la balla - del tutto superflua - della "nipote di Mubarak", e presume che questi se la bevano, dimostra di aver già toccato il fondo della demenza. I poliziotti sono abituati da sempre ad obbedire ed eseguire senza ricevere spiegazioni, e si sono invece trovati di fronte ad un presidente del Consiglio che li intratteneva al telefono, rivelando loro nientemeno che dettagli di politica internazionale; di conseguenza si sono convinti di avere a che fare con un pazzo che poteva metterli nei guai, ed hanno rivelato tutto in esposto.
Dopo un episodio del genere, sarebbe ovvio chiedersi come abbia fatto un tale sprovveduto a sopravvivere nella jungla della lotta politica. E le domande successive sarebbero: chi lo manovra? di chi è il fantoccio?
Come tutti i fantocci, Berlusconi potrebbe essere rimosso in ogni momento, ma anche lasciato lì in eterno, proprio perché un inetto come lui non rischia di riservare sorprese ai suoi padroni. L'ultimo governo "Berlusconi" (in effetti un governo Tremonti mascherato), ha realizzato un record di privatizzazioni, ma né Tremonti, né tantomeno Berlusconi, possiedono la grinta per affrontare la privatizzazione di un osso duro come l'ENI. Se Fini non è ancora succeduto al Berlusconi/Tremonti nel ruolo di castigamatti dell'ENI, è perché lo stesso Fini ha cominciato a suscitare perplessità in coloro che lo avevano eletto a loro sicario.
Forse perché paralizzato dall'affare del cognato, Fini ha dovuto lasciare ai suoi colonnelli, Italo Bocchino e Fabio Granata, uno spazio nell'organizzazione del nuovo partito che ha finito per sovvertire completamente i piani secondo cui doveva nascere una formazione di tipologia "destra europea". In effetti il nuovo partito di Fini presenta simboli e linguaggi esplicitamente fascisti.
I "finiani" parlano ipocritamente nelle interviste di "destra europea", ma intanto si fanno chiamare "futuristi", con chiaro riferimento al movimento artistico-letterario che fu determinante nella genesi del movimento fascista; e addirittura la sigla del partito, FLI, richiama sfacciatamente il "fascio littorio". Come già l'IDV, anche il FLI pare abbia trovato una "base sociale" nei quadri medio-bassi della polizia e dei carabinieri, di cui stanno veicolando il malcontento nei confronti del governo. In Italia si sono quindi affacciati sulla scena politica due formazioni sbirresco/fasciste che cominciano a costituire un'incognita per l'establishment, dato che non è affatto scontato che gli attuali leader, Di Pietro e Fini, si dimostrino in grado di controllarne gli sviluppi e gli agganci.
Il FMI non è certo mosso da scrupoli antifascisti, ma teme i feeling tra la nuova destra e Putin, e paventa probabilmente che si possa ripetere in Italia ciò che è successo ad agosto in Ungheria, dove anche il primo ministro Orban, dopo aver anch'egli parlato di "destra europea" ed aver recitato la parte dell'anti-russo tutto d'un pezzo, poi invece si è fatto forte dell'appoggio di Putin per dare un'impronta nazionalista al suo governo, e congedare in malo modo lo stesso FMI dall'Ungheria.
Ciò che il FMI considera come una rischiosa eventualità, riguarda un'insorgenza statalista/nazionalista che metta in crisi il vangelo delle privatizzazioni. Ci sono segnali che si stia formando anche in Italia un'opposizione da destra alla sedicente "globalizzazione", cioè al colonialismo anglosassone delle privatizzazioni; e ciò proprio mentre invece la FIOM ha dovuto incassare una sconfitta per ciò che riguarda la nomina del segretario generale della CGIL, affidata all'inaffidabile Camusso. La forsennata persecuzione di Marchionne aveva aperto alla FIOM uno spazio di iniziativa politica che sembra però essersi, per ora, esaurito con la manifestazione di Roma. Una vera opposizione da sinistra ancora non c'è, e si apre di conseguenza uno spazio per spinte nazionaliste o pseudo-tali.
La storia dei fascismi ha dimostrato che la loro opposizione al colonialismo anglosassone sull'Europa non è mai stata in grado di esprimersi in un autentico anticolonialismo - che può basarsi solo sull'idea di una pari dignità di tutti i popoli -, bensì solo su altre politiche di colonialismo, in competizione con quelle anglosassoni per ferocia e avidità.
Anche il leader della speranza di sinistra, Nichi Vendola, risulta latitante in fatto di antimperialismo/anticolonialismo, perché è evidente che pronunciarsi in questo senso lo taglierebbe fuori dal gioco elettorale. Vendola propone analisi interessanti sullo squagliamento dei ceti medi, ed ha anche trovato uno veramente bravo a scrivergli i discorsi (Stefano Benni?), ma poi alla fine si dimentica delle centoquindici basi militari USA e NATO disseminate per l'Italia, e se la va a prendere con il "berlusconismo culturale", come se Berlusconi fosse davvero salito al potere per volontà della maggioranza degli Italiani. Nel Paese che viene presentato come la patria dell'illegalità, l'unica cosa pulita sarebbero i risultati elettorali, perciò i "consensi" andati a Berlusconi sono un dato di fatto indiscutibile, magari confortato da interviste televisive fasulle a poveri vecchietti arruolati per l'occasione.
Il salottino di Fabio Fazio è diventato intanto una fucina in cui si elabora il progetto di una nuova sinistra tremendamente simile alla destra fascista, con roberto saviano a fare da ideologo dell'operazione. FMI e NATO non si nominano nemmeno, di internazionalismo manco a parlarne, dato che Castro e Chavez vengono considerati due mascalzoni, in nome del principio secondo cui gli errori dei poveri sono sempre crimini, mentre i crimini dei ricchi sono al massimo "contraddizioni". Per l'Italia il salottino-Fazio prospetta invece una sorta di sbirrocrazia dal volto umano, con Falcone e Borsellino come icone, e le mafie ed i corrotti a fare da spauracchio. Se la sinistra diventa una brutta copia della destra, sarà l'originale, come al solito, a prevalere.
 
Di comidad (del 07/01/2010 @ 01:01:00 in Commentario 2010, linkato 4549 volte)
Nel corso dell’ultimo anno in molti si sono chiesti quale potesse essere il motivo della santificazione mediatica operata nei confronti di Guido Bertolaso, attuale boss della Protezione Civile. La risposta è arrivata dalla riunione del Consiglio dei Ministri del 17 dicembre ultimo scorso, quando il governo ha istituito una società per azioni per la gestione dei servizi della Protezione Civile, attuando quindi una vera e propria privatizzazione del settore. È da notare il fatto che negli stessi giorni in cui la privatizzazione veniva introdotta, Bertolaso intratteneva, e distraeva, l’opinione pubblica discettando con toni moralistici sull’opportunità o meno di darsi da fare per il salvataggio degli escursionisti più spericolati.
Sarà un caso, ma manco a farlo apposta, anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, qualche giorno dopo, rilasciava ai media analoghi commenti sulla sconsideratezza degli italiani fattisi rapire in Mauritania; e questo proprio mentre il ministero della Difesa veniva sottoposto anch’esso ad una privatizzazione, col solito trucco della SPA, in base all’articolo 2 comma 23 della Legge Finanziaria. In tal modo La Russa, da ministro della Difesa, è divenuto il padrone della Difesa.
Santificazioni e moralismo a vuoto sono serviti a distrarre la pubblica opinione dal vero scopo di queste SPA, che è quello di alienare a favore di società private, anche se a capitale pubblico, gli enormi patrimoni immobiliari della Protezione Civile e della Difesa. Ciò vuol dire che i proventi delle tasse spremute ai cittadini andranno a finanziare il furto di proprietà pubbliche, quindi un furto per finanziarne un altro.
Il trucco è sempre lo stesso: visto che non si può privatizzare un ministero, allora se ne privatizza la “gestione”, quindi i soldi sono pubblici, ma i profitti sono privati. Ma tutto ciò non costituisce un artificio legale, bensì una vera e propria illegalità, e per questo motivo era importante mettere tutti davanti al fatto compiuto il più velocemente possibile, in modo da creare un blocco di interessi e complicità che renda vani i tentativi di tornare alla legalità.
“Nelle correnti corrotte di questo mondo la mano dorata del delitto può scansare dalla giustizia, e spesso si vede il ricavato stesso del crimine servire a comprare la legge.” (Amleto, atto III, scena III).
È significativo che questa frase di Shakespeare sia stata scritta tra il 1600 ed il 1602, cioè nel periodo in cui nascevano in Inghilterra le prime Compagnie Commerciali, come la Compagnia delle Indie Orientali, antenata delle attuali multinazionali, istituita formalmente il 31 dicembre del 1600. Nel teatro inglese dell'inizio del '600 - definito con tipico falso storiografico come "elisabettiano", quando invece la regina Elisabetta non ebbe assolutamente nulla a che vederci -, era frequente lanciare denunce sociali camuffandole con gli espedienti dell'arte retorica barocca. L’espressione poetica “correnti corrotte” ("corrupted currents" nell'originale di Shakespeare) sembra infatti alludere proprio ai percorsi delle navi della Compagnia delle Indie.
Le Compagnie Commerciali erano organizzazioni criminali specializzate in traffico di merci ottenute attraverso la pirateria, organizzazioni talmente redditizie da potersi permettere di comprare a posteriori la loro legalizzazione, anzi, tutta una serie di privilegi legali. Le Compagnie Commerciali non solo ottennero il privilegio di esercitare i loro commerci in regime di monopolio, ma anche quelli dell'esenzione da qualsiasi imposta, beneficiando in più di regolari sussidi statali, in modo da potersi permettere di fare concorrenza da posizioni di vantaggio anche nei confronti dei produttori locali inglesi. Insomma, nulla di diverso dal repertorio delle attuali multinazionali.
Per giustificare i privilegi delle Compagnie Commerciali, nacque nel corso del ‘700 e dell’800 anche una “scienza economica”, che chiamò tutto questo “libertà di commercio” o “libero scambio”. La sedicente “scienza” economica si incaricava perciò di sovvertire le evidenze della realtà, avvolgendole nel fumo del mito. Il cosiddetto “capitalismo” - in realtà affarismo criminale assistito dallo Stato - consiste infatti nella fusione della delinquenza comune legalizzata con la tecnica pubblicitaria, per cui, ad esempio, il rubare viene oggi presentato con lo slogan: “introdurre criteri di efficienza e meritocrazia”.
A questo punto non c’è più bisogno neanche di complotti, basta il conformismo, per il quale chi voglia far carriera nel mondo della comunicazione sa istintivamente ciò che deve raccontare al popolo. In una recente intervista rilasciata a "Repubblica Radio-TV", roberto saviano ha avuto la faccia tosta di affermare che, per salvare la Campania dal potere delle organizzazioni criminali, è necessario un intervento della “parte sana dell’imprenditoria”, cioè la Confindustria. Come a dire che per combattere delle organizzazioni criminali occorre affidarsi ad un’altra organizzazione criminale, quella stessa organizzazione criminale - Confindustria, appunto - che ha ottenuto la legalizzazione e santificazione dell’asservimento più avvilente del lavoro attraverso la Legge 30; asservimento ribattezzato dai pubblicitari dell’affarismo criminale come “flessibilità”. Ed è la stessa Confindustria che pretende e ottiene quotidianamente dal governo “soldi veri” per finanziare appalti e privatizzazioni.
Il filo di continuità di queste carriere giornalistiche che cominciano in testate come " Il manifesto", proseguono a "La Repubblica", e finiscono alla Mondadori, sta appunto in questa mitizzazione del cosiddetto capitalismo, celebrato dapprima sotto le parvenze di una finta critica, e poi glorificato spudoratamente come salvezza del mondo.
 
Di comidad (del 08/05/2014 @ 00:57:40 in Commentario 2014, linkato 1517 volte)
Un recente rapporto dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) scopre l'acqua calda, e cioè che l'unica "crescita" che non conosce pause da trenta anni a questa parte è il divario tra ricchi e poveri, con un 1% della popolazione che assorbe sempre più risorse dal restante 99%. In effetti è già dal 2011 che l'OCSE pubblica rapporti di questo genere, non cessando di ammonire che ciò avrà "ripercussioni negative sull'economia", e raccomandando di adottare politiche fiscali che consentano un prelievo "più equo" sui redditi più alti. L'OCSE non va confusa con l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), oggi molto attiva nella provocazione anti-russa in Ucraina; sebbene le due organizzazioni abbiano in comune la filiazione dai due grandi centri di potere del Sacro Occidente, cioè la NATO ed il Fondo Monetario Internazionale. Alcuni commentatori, come quello de "il Manifesto", si stupiscono del fatto che sia proprio un'organizzazione internazionale come l'OCSE, da sempre portatrice del punto di vista dei ricchi, a spremere una lagrimuccia sui poveri che diventano sempre più poveri, ed a lanciare una "denuncia" a riguardo.
A proposito di scoperte dell'acqua calda, può essere utile riportare all'attenzione alcune ovvietà in grado di spiegare stranezze del genere. Tutti i poteri hanno una vocazione all'assolutismo, perciò è del tutto normale che essi tendano ad occupare ogni "nicchia" a disposizione, cercando di interpretare tutte le parti in commedia. Anche una magistratura del tutto addomesticata può essere considerata un ingombro, e vediamo governi come quello statunitense che si arrogano poteri giudiziari, anzi, il trattamento completo: accusa, giudice, giuria e boia. Sono stati i governi degli USA, e non le loro magistrature, a fornire le versioni ufficiali sull'uccisione di Kennedy e sull'11 settembre; ma anche le molte contestazioni di queste versioni si sono appuntate sul merito delle ricostruzioni dei fatti, e non sulla legittimità della pretesa di un governo di espropriare il potere giudiziario. L'assolutismo si esercita anche sul piano ideologico, perciò, mentre il potere si consolida in un establishment reazionario, nel frattempo esso pretende anche di rappresentare il progresso. Sin dai primi anni dell'800 la propaganda ufficiale ha sempre presentato il capitalismo come una liberazione dalle tenebre e dai vincoli del medioevo, etichettando come "resistenza corporativa", come rifiuto del progresso, ogni lotta operaia. Non deve stupire nemmeno che un establishment riesca ad impadronirsi anche dell'opposizione, sottoponendola ad un processo di integrazione e colonizzazione. L'attuale illusorietà della contrapposizione tra destra e "sinistra" costituisce un riscontro di questo semplice assunto.
Risulta del tutto ovvio quindi che l'establishment si arroghi spesso anche il ruolo della denuncia e dell'utopia, e magari persino della "rivoluzione", ovviamente depistandone il senso. Persino un massoncino arrivista al servizio delle lobby finanziarie, come Matteo Renzi, è stato accreditato per anni dai media come un outsider e come un avversario dell'establishment. Per non parlare di uno dei maggiori esponenti del professionismo della denuncia, quel roberto saviano che nel 2006 fu investito dall'allora Ministro degli Interni, Giuliano Amato, del massimo status symbol conferito dall'establishment, cioè la scorta. Se lo stesso Saviano non avesse personalmente confessato le sue predilezioni per ideologi di destra, egli probabilmente sarebbe ancora un punto di riferimento per i comunisti elettoralisti; e forse, indirettamente, lo è ancora, visto che Rifondazione ed i Comunisti Italiani non osano più presentarsi alle elezioni come tali, ma candidano dei giudici come capilista, adottando la bandiera della "legalità" invece che quella della lotta di classe.
Se un potere riesce a monopolizzare anche la "denuncia" dei propri stessi misfatti, ottiene il risultato di distorcere la visione della realtà di quel tanto che basta a fuorviare l'attenzione dai veri problemi. Non a caso la "denuncia" dell'OCSE ripropone sempre la stessa soluzione utopica dell'equità fiscale come panacea del divario tra ricchezza e povertà, guardandosi bene dal richiamare i veri fattori dell'impoverimento di massa e dell'arricchimento di pochi. Questi fattori l'OCSE deve conoscerli bene, poiché questa organizzazione è perennemente sulla breccia per raccomandarli - anzi, imporli - ai governi. Si sta parlando, ovviamente, della "flessibilità" del lavoro e delle privatizzazioni dei pubblici servizi, i due temi che costituiscono il pallino dell'OCSE, ed anche della sua organizzazione-madre, il FMI. Questi moniti dell'OCSE ai governi vengono rilanciati sempre con molto entusiasmo dal quotidiano confindustriale, "Il Sole-24 ore".
All'OCSE non serve negare che cresca l'abisso tra ricchezza e povertà, poiché le basta continuare ad imporre la menzogna sociale secondo cui la disoccupazione sarebbe dovuta alle eccessive garanzie e "rigidità" del lavoro, per cui basterebbe la piena licenza di licenziare per far piovere posti di lavoro: una pretesa che i fatti hanno già pienamente smentito. All'OCSE non occorre neppure negare che le tasse sulla ricchezza siano irrisorie, poiché le basta nascondere il fatto che le privatizzazioni non solo non restituiscono i servizi pubblici ad un'inesistente mercato e ad una chimerica concorrenza, ma addirittura costituiscono esse stesse una tassa versata a favore dei ricchi, un regalo da parte dello Stato.
Ma il depistaggio ottiene il massimo dell'effetto quando riesce a coinvolgere la "creatività" delle sue vittime. L'OCSE ci vuole infatti far credere di essere preoccupata per le sorti di un'economia sempre più bloccata dal divario eccessivo tra ricchezza e povertà, che determina un calo dei consumi e della produzione. L'esca lanciata dall'OCSE può accalappiare più di un oppositore, disposto magari a lanciarsi in approfondite analisi sul rischio-povertà per le sorti del capitalismo, credendo davvero che i capitalisti siano "preoccupati", se non per umana sensibilità, almeno per senso degli interessi in prospettiva.
Ma la cosiddetta "economia" è solo un'astrazione, mentre la concretezza è il business; e la povertà costituisce il più grosso dei business, poiché aumenta la ricattabilità dei poveri e la loro dipendenza da "servizi" finanziari poco rischiosi per chi li eroga, ma molto remunerativi. Un clamoroso prelievo ai danni dei poveri è stato quello di imporre a tutti i pensionati indistintamente - anche ai più poveri - di aprire un conto corrente per riscuotere la pensione. Il vantaggio non è stato solo per le banche, poiché immediatamente è stata elevata la tassazione sui conti correnti. Tutti! Così si è prelevato pochi euro in più per ogni pensionato, ma il poco, moltiplicato per molti, diventa un affare.
Inoltre, già nel 2005 uno studio effettuato in Gran Bretagna, rilanciato dal quotidiano "The Guardian", rilevava che i giovani senzatetto costituivano per le banche uno dei più importanti target per l'offerta di carte di credito. I giovani così allettati vengono fatti cadere in una spirale di indebitamento che ripropone l'antico schiavismo per debiti.
 
Di comidad (del 02/06/2016 @ 00:53:25 in Commentario 2016, linkato 2429 volte)
Molti giornali hanno riportato la notizia secondo cui la settimana scorsa lo scrittore roberto saviano avrebbe tenuto un discorso sulla corruzione della City londinese al parlamento britannico, su invito di un deputato laburista. La notizia ha un suono un po’ irrealistico, dato che, conoscendo il razzismo degli Inglesi, risulta improbabile che ad un italiano, per di più meridionale, sia stato consentito arringare il parlamento britannico manco fosse la regina Elisabetta. Magari il discorso è stato tenuto in qualche scantinato o garage del parlamento alla presenza di qualche passante. Circa il contenuto del discorso, in Italia alcuni commentatori hanno osservato che si trattava di scoperte dell’acqua calda, visto che da anni esiste una ricca documentazione sul ruolo delle grandi piazze finanziarie e immobiliari nel riciclaggio del denaro delle narco-mafie. Già qualche anno fa l’economista Giorgio Ruffolo diede un grosso contributo scientifico a riguardo. Negli anni '80 inoltre molti critici del thatcherismo osservarono che le riforme in atto stavano trasformando la Gran Bretagna da Paese industriale a lavanderia finanziaria del denaro illecito.
Ma l’aspetto interessante del discorso di Saviano riguarda la sua indiretta ingerenza nel dibattito referendario in corso nel Regno Unito sulla cosiddetta “Brexit”. Saviano ha affermato infatti che sarebbe illusorio per qualsiasi Paese fare scelte isolazioniste ed affrontare certe emergenze criminal-finanziarie senza una stabile cooperazione internazionale.

La dichiarazione di Saviano ha un carattere decisamente paradossale se si considera che l’attuale presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ha già accumulato migliaia di anni di potenziali condanne per reati finanziari commessi nella sua veste di ministro delle finanze. Non a caso egli è stato posto al riparo da quelle condanne grazie all’immunità giudiziaria riservata agli eurocrati. A Juncker non se ne può fare neppure una colpa, poiché il meschino ha subìto un grave condizionamento ambientale, essendo nato in un piccolo Paese, il Lussemburgo, che è stato inventato solo in funzione dell’evasione fiscale e del riciclaggio. Gli Svizzeri, mentre riciclano il denaro del narco-traffico, possono almeno narcotizzarsi con la loro leggenda storiografica di popolo fiero e bellicoso che sarebbe riuscito a preservare gelosamente la propria indipendenza; i Lussemburghesi invece non hanno a disposizione neppure di queste fiabe per giustificare altrimenti la propria esistenza.
Con uno come Juncker a capo della Unione Europea, i narcotrafficanti ed i loro riciclatori non hanno neppure bisogno di darsi troppo da fare per trovare rifugio e protezione nelle regole europee; gli basta il normale lobbismo. I discorsi come quelli di Saviano fanno quindi riferimento ad una “cooperazione” idealizzata, mentre nella realtà le organizzazioni sovranazionali esistono appunto per eliminare ogni ostacolo alla circolazione dei capitali, compresi quelli illegali (ammesso che ne esistano di legali e non semplicemente di legalizzati).

Esiste un diffuso luogo comune secondo cui oggi il potere della finanza sarebbe del tutto de-territorializzato, un potere fatto di puri segni elettronici che condiziona popoli e governi con una dominazione puramente immateriale. C’è anche del vero in questo luogo comune, ma l’imperialismo non può essere mai soltanto finanziario; esso è invece la risultante di un intreccio tra militarismo e finanza. In altre parole il territorio conta, eccome. Non c’è potere senza controllo materiale del territorio, altrimenti non esisterebbero centinaia di basi militari statunitensi sparse per il mondo. Il Kosovo è un narco-Stato fantoccio che si regge per la presenza della base USA di Camp Bondsteel, il più grande “hub” militar-criminale dell’Europa orientale. L’attuale presidente del Kosovo, Hashim Thaci, è persino indagato per traffico di organi umani, cosa che non ha impedito all’Unione Europea di espletare prontamente le pratiche per ammettere a pieno titolo lo stesso Kosovo nell’Unione. La NATO lo impone e l’UE si adegua. C’è quindi da immaginarsi quanto i narcotrafficanti temano la “cooperazione internazionale”.

Probabilmente nel Regno Unito degli ammonimenti di Saviano non si è accorto nessuno ma si tratta comunque di un segnale del tipo di terrorismo psicologico a cui va incontro oggi l’euroscetticismo britannico, sottoposto alle stesse minacce catastrofistiche che caratterizzano da sempre il linguaggio politico in colonie come l’Italia. Qualche settimana fa il primo ministro inglese, David Cameron, non ha esitato ad evocare lo spettro di una guerra nel caso in cui il Regno Unito dovesse uscire dalla UE. Un primo ministro inglese oggi non esita ad affermare che, senza una tutela sovranazionale, la Gran Bretagna si smarrirebbe nei meandri di un mondo troppo complicato per le sue forze. Sembra di ascoltare un politico italiano. Per una nemesi storica anche la Gran Bretagna viene attualmente sottoposta alle stesse spinte autorazzistiche che hanno condizionato l’Europa meridionale, ormai convinta di necessitare assolutamente di una tutela sovranazionale.
 
Di comidad (del 04/02/2010 @ 00:45:13 in Commentario 2010, linkato 2326 volte)
Dalla fiera della vanità del vertice economico di Davos, è pervenuta una notizia concreta: il Fondo Monetario Internazionale sta allestendo un fondo di cento miliardi di dollari per “assistere” i Paesi nel contrasto ai cambiamenti climatici. Per chi conosce l’effettivo funzionamento delle tecniche di credito del FMI, la notizia è inquietante.
Il recente vertice mondiale di Copenaghen sul clima era stato soltanto una trappola propagandistica tesa dagli Stati Uniti alla Cina, in modo che Sant’Obama potesse presentare i perfidi e irresponsabili Cinesi come indifferenti alle sorti del pianeta minacciato dal riscaldamento globale. Grazie al vertice di Copenaghen, gli Stati Uniti hanno potuto dotarsi dell’aureola di Paese investito della sacra missione di salvare il pianeta dalle velleità di industrializzazione accelerata di Paesi irresponsabili. Il lancio dell’emergenza-riscaldamento globale trova così il suo sbocco “naturale”, cioè giustificare l’ingerenza dell’affarismo privato negli affari interni dei vari Paesi, ciò nel supremo interesse della salvezza della Terra.
Il FMI comincia infatti ad agire come se da Copenaghen fosse uscito un accordo, e non semplicemente una volontà statunitense, poiché la super-banca condizionerà i suoi prestiti ai vari Paesi anche ad una serie di clausole ambientali. Il FMI opera soprattutto con fondi pubblici, ma, a dispetto del suo inquadramento giuridico in ambito ONU, esso costituisce un ente privato a tutti gli effetti, infatti è una propaggine della Federal Reserve statunitense, controllata dai soliti Rothschild e Goldman Sachs.
Il giovane barone David de Rothschild, in una intervista di circa un anno fa alla vigilia di un suo viaggio ecologico su una imbarcazione di bottiglie di plastica, respinse con decisione i sospetti che l’emergenza riscaldamento globale fosse un complotto della sua famiglia per gestire il relativo business che si prospetta. Il giovane barone magari avrebbe rischiato anche di essere creduto, se non avesse pubblicato la versione italiana della sua bibbia ecologica per salvare il pianeta presso la casa editrice Mondadori, la stessa di roberto saviano; ciò a dimostrazione del fatto che coloro che ordiscono i complotti poi si fanno smascherare perché non curano i dettagli. Dall’annuncio del suo viaggio, non risultano altre notizie del giovane Rothschild, che potrebbe essere quindi annegato nel tentare la nobile impresa. Per fortuna ci rimane il suo testamento spirituale, cioè la bibbia ecologica depositata presso i titoli della Mondadori.
In interviste reperibili su Youtube, il generale in pensione Fabio Mini ha affermato che esistono sicuramente sperimentazioni in fase avanzata di armi ambientali, cioè in grado di influenzare sia i fenomeni atmosferici che i movimenti tettonici. Il recente terremoto di Haiti ha rilanciato queste ipotesi.
In realtà, il fatto che il terremoto di Haiti sia stato preso a pretesto dagli USA per una invasione militare, in sé non dimostra che il terremoto sia stato provocato a bella posta, dato che gli Stati Uniti hanno sempre avuto una inesauribile fantasia nel trovare pretesti per effettuare invasioni. Sarebbe bastato ad Obama invocare una qualsiasi emergenza di ordine pubblico, ed in effetti così è stato, poiché la massiccia presenza militare è stata giustificata con la necessità di far fronte ad un presunto banditismo. Il sisma ha raggiunto le dimensioni di tragedia proprio perché i militari USA hanno impedito ogni possibile soccorso, compreso quello volontaristico da parte degli abitanti. Ciò è risultato chiaramente dalle parole di Guido Bertolaso, il quale, abituato da sempre a farsi bello attribuendosi il merito del lavoro altrui, stavolta ha dovuto invece constatare che sono stati i militari USA a bloccare ogni soccorso.
Ora, non vi è dubbio che sia in atto una ricerca e sperimentazione di armi ambientali, come pure è certo che se tali armi fossero operative sarebbero immancabilmente usate; d’altra parte di questa operatività non si ha, per il momento, alcuna prova sicura.
Al contrario, del modo di agire del FMI si hanno sin troppe prove ed esperienze. Il FMI, sin dalla sua fondazione nel 1946, costituisce un collaudato collettore di denaro pubblico nelle tasche di compagnie multinazionali, che vengono finanziate per investire nei Paesi da “aiutare”, i quali vengono posti nella alternativa di entrare nel circuito economico mondiale a determinate condizioni-capestro, o di essere sottoposti a sanzioni, sia economiche che diplomatiche, diventando bersaglio delle Organizzazioni Non Governative per la difesa dei diritti umani (i diritti umani delle multinazionali, ovviamente). Qualunque governo non accetti quelle condizioni viene perciò criminalizzato, e qualificato dai media mondiali come “dittatura”, così come è capitato di recente ai governi di Mugabe, Ahmadinejad e Aristide. Le multinazionali ora hanno a disposizione cento miliardi di dollari per allestire programmi di “difesa del clima”. I Paesi “beneficiari” di questi programmi di “tutela ambientale” dovranno farsi carico del finanziamento, indebitandosi con il FMI che ha anticipato i soldi. Quindi, a proprie spese, molti Paesi saranno costretti ad ipotecare il proprio futuro ed a cedere il loro territorio a compagnie straniere, affidando a queste compagnie anche la gestione del clima.
Dovunque il FMI sia riuscito ad imporre le proprie regole, tutto è stato privatizzato: materie prime, industrie, terreni, patrimoni immobiliari, beni culturali, acqua. Ora, in nome dell'emergenza-riscaldamento globale, tocca al clima, cioè all’aria.
Già negli Stati Uniti si prospetta una politica tariffaria per far pagare l'uso dell’aria ai cittadini, tassando le loro emissioni inquinanti. Si sa che lo Stato non può e non sa occuparsi di tutto, perciò la scelta più saggia sarà, come sempre, quella di seguire i consigli del FMI, appaltando il tutto a delle SPA, che potranno generosamente incaricarsi di monitare tutte le emissioni sospette e di riscuotere quanto dovuto dai cittadini, che notoriamente hanno il vizio di inquinare con la loro sola presenza, non importa quanto siano poveri; anzi più sono poveri, meglio è, dato che è molto più facile derubare i poveri che i ricchi.
Di qui a poco potrebbe accadere anche in Italia, e magari il Partito Democratico, come ha già fatto per la privatizzazione dell'acqua, ci rassicurerà dicendo di dormire sonni tranquilli, perchè l'aria in sé rimarrebbe di proprietà pubblica, e solo la sua gestione verrebbe privatizzata.
 
Di comidad (del 30/07/2020 @ 00:40:54 in Commentario 2020, linkato 5817 volte)
Da qualche giorno anche i media mainstream hanno scoperto che il Recovery Fund comporta condizionalità molto più dure e stringenti di quelle del MES. Questa scoperta dell’acqua calda è stata subito utilizzata per riciclare l’ipotesi di un accesso dell’Italia ai fondi del MES, che avrebbero come condizione “soltanto” di essere indirizzati a spese, direttamente o indirettamente, di tipo sanitario.
I timori nei confronti del MES sarebbero dettati dall’irrazionale, dal ricordo della sorte della Grecia, mentre adesso le cose starebbero diversamente. Persino l’argomento di Giulio Tremonti, secondo il quale se l’Italia accedesse al MES si beccherebbe le stimmate del Paese ridotto alla canna del gas, sarebbe superato, in quanto gli “investitori” sanno che i fondi del MES sono privi di vere condizionalità, perciò non ci sarebbe alcun motivo per far salire lo spread sui titoli del debito pubblico italiano.
Questo contro-argomento presuppone una visione idealizzata del cosiddetto “investitore”, in effetti uno speculatore. E se invece gli “investitori” si rivelassero anch’essi irrazionali? Se anche in loro l’immagine del MES risvegliasse fantasmi del tragico passato greco? E se gli “investitori” addirittura fingessero soltanto di essere “irrazionali” pur di spillare interessi più alti? In fondo è il loro mestiere.
In realtà il Recovery Fund è ancora tutto nel mondo dell’immaginazione e potrebbe anche non farsene nulla. Il fatidico e proverbiale “stellone” dell’Italia potrebbe ancora giungere a salvare il nostro Paese dall’irresponsabilità criminale delle sue classi dirigenti. Il MES invece sta veramente lì, è una cosa concreta e, una volta che ci sei incappato, non basterebbe un po’ di fortuna per sfuggire dalla rete.
Il punto però è che la questione delle “condizionalità” è un falso problema, poiché sposta tutte le preoccupazioni soltanto verso l’esterno. Il vero problema è invece che, se anche le condizionalità non ci fossero, le nostre classi dirigenti se le inventerebbero comunque. Ogni vincolo europeo, autentico o fasullo che sia, è infatti un modo per ricattare e umiliare le proprie classi subalterne, annunciando loro che il bengodi (?) è finito e che da ora occorre fare sul serio. Come era prevedibile, Confindustria non si è fatta sfuggire l’occasione del Recovery Fund per invocare le “riforme strutturali”, come se in questi ultimi venticinque anni non se ne fossero già messe in campo parecchie. Dal “Pacchetto Treu” alla Legge 30/2003, alle leggi e leggine di Sacconi, al “Jobs Act”: le riforme del lavoro in Italia si sono sprecate e l’agognata “flessibilità” non è mai arrivata ad essere abbastanza flessibile; ed era logico che così fosse, poiché non è la flessibilità il vero obbiettivo.

Nel mondo ideale dipinto dai media mainstrean non esistono conflitti di interessi e tutti i potenti sono razionali e benintenzionati, perciò il ruolo del cattivo è riservato ai “sovranisti”, i babau che potrebbero farci ripiombare nella barbarie. Le accuse politicorrette al sovranismo di rappresentare un nuovo fascismo, sanno molto del bue che dice cornuto all’asino. Ci si accorge poi che il sovranismo come soggetto politico non esiste, e non esistono neppure veri partiti sovranisti ma solo giochi di ruolo. I vari Salvini, Meloni e Le Pen alternano gradassate e cali di brache; ma soprattutto si incaricano di alimentare l’equivoco di interpretare come scontro tra nazioni quella che invece è una questione di scontro di classe.
Il cosiddetto “sovranismo” ha finito quindi per consolidare il mito dei “vincoli europei”, come se questi davvero provenissero dalla severissima e avara Germania e dalla sua corte di staterelli canaglia. Negli anni ’70 fu invece un italiano, Ugo La Malfa, a lanciare lo slogan dell’Italia come Paese che vivrebbe al di sopra dei suoi mezzi; ed allora il “fardello” del debito pubblico non c’era ancora, e quindi la storiella dei governi italiani che viziano i propri cittadini gonfiando la spesa pubblica, non trovava nessuna pezza d’appoggio. Non bisogna sopravvalutare la fantasia dei Tedeschi, che non sono tutti dei Goethe. Per imporre la fiaba del Paese che vive al di sopra dei suoi mezzi, ci voleva il genio italico di Ugo La Malfa, un uomo di Mediobanca; e fu proprio lui a convincere di quella nuova fiaba i partner europei, che sino ad allora ci avevano considerato soltanto degli straccioni. Ciò che determina l’influenza di un politico non è la sua dote di voti ma il suo rapporto coi media. Grazie al suo rapporto privilegiato coi media, e interpretando la parte del messaggero di verità scomode ma necessarie, Ugo La Malfa è riuscito a orientare la politica pur con solo il 2% dei voti. I media non fanno i voti, ma fanno la “realtà”, quella rappresentazione fittizia del mondo in cui i voti vanno ad impantanarsi.
A metà degli anni ’70 fu il politologo Giorgio Galli a notare per primo il ruolo svolto da Ugo La Malfa nel deteriorare l’immagine dell’Italia in Europa. La formula del Paese che vive al di sopra dei suoi mezzi, in effetti non fu un’invenzione originale di Ugo La Malfa, poiché era stata lanciata dal Fondo Monetario Internazionale già dal 1946 ed applicata indifferentemente a tutti i Paesi. Ad Ugo La Malfa spetta però il ”merito storico” di aver appiccicato quell’etichetta all’Italia e di averla resa indiscutibile nel dibattito pubblico.
Il “vincolo esterno” è in realtà un vincolo interno. Abbiamo una classe dominante che svaluta un Paese pur di svalutarne le classi subalterne ed il loro lavoro. Si chiama: aggiotaggio sociale. L’aggiotaggio è il reato che consiste nel diffondere false informazioni per determinare la caduta del valore di titoli o merci. In questo caso l’oggetto della svalutazione è il lavoro.
La “sinistra morale” non è mai riuscita a comprendere questo gioco, poiché l’aggiotaggio sociale, cioè la svalutazione del lavoro, ha scelto una via indiretta: non attaccare direttamente la classe operaia ma il contesto che le sta intorno. Se un intero Paese è arretrato, corrotto e corporativo, allora lo sarà anche il suo lavoro. Ci pensano poi i media mainstream a salvare gli “imprenditori” dalla comune condanna. Non è stato proprio un leader d’opinione della “sinistra morale”, roberto saviano, a presentarci Confindustria come l’argine contro l’infezione mafiosa?
 
Il predecessore di Matteo Salvini al Ministero degli Interni, Marco Minniti ha dichiarato che sarebbe stato in grado di risolvere il caso Sea Watch in cinque minuti. Lo stesso Minniti non ha però chiarito bene il “come” l’avrebbe risolto. Per farsene un’idea occorre andare a quanto accaduto quasi due anni fa, nel novembre del 2017, quando la stessa Sea Watch ebbe una sorta di scontro con la Guardia Costiera libica, il cui risultato fu la perdita in mare di circa quaranta migranti. In quell’occasione il solito roberto saviano accusò in un tweet l’allora ministro degli Interni Minniti di avere le mani sporche di sangue per aver sostenuto, finanziato e addestrato la Guardia Costiera libica.
Più sbirro che politicante, Minniti aveva fatto la scelta di allontanare il controllo delle frontiere dalle coste italiane, mentre Salvini ha imbroccato decisamente la strada della spettacolarità per gasare i suoi elettori. Il controllo dei confini è sempre brutale, lo era anche col precedente governo a guida del PD, ma Salvini potrebbe invocare a sua discolpa il fatto che la linea più spettacolare non sempre è la più cruenta.
Il problema è che Salvini, interpretando la parte del macho e del fascista, favorisce la presentazione mediatica del proprio Paese come uno Stato canaglia, esponendolo a rischi sicuramente più gravi di quelli che, secondo lui, sarebbero rappresentati dal passaggio di qualche migrante. Le questioni di immagine sono spesso considerate secondarie, come se si trattasse di un mero timore del giudizio altrui. Va invece considerato che c’è il precedente del Buffone di Arcore nel 2011. Anche allora l’immagine internazionale di un Presidente del Consiglio pagliaccio gaudente venne usata come pretesto per attuare un colpo di Stato ed una spremitura finanziaria dell’Italia. Anche allora l’aggressione esterna trovò una sponda in una parte dell’opinione pubblica, che salutò quell’aggressione come una liberazione, senza neppure accorgersi che il vero bersaglio del colpo di Stato non era il Buffone, bensì la soluzione costituzionale delle elezioni anticipate.
L’Italia è da otto anni oggetto di un mobbing; e a livello internazionale le modalità di un mobbing non sono diverse da quelle che si verificano in un posto di lavoro. Reazioni sbagliate ad un mobbing sono sia la sottomissione, stile Buffone di Arcore, sia la voce grossa alla Salvini, poiché entrambe agevolano la prosecuzione e l’inasprimento del mobbing stesso. Il fatto che la proposta di procedura d’infrazione per debito eccessivo sia stata ritirata dalla Commissione Europea, cambia poco il quadro; anzi conferma il rischio che i pretesti di aggressione si spostino dal piano economico a quello umanitario, dove si può fare maggiormente leva sull’emotività e l’indignazione.

La concezione gerarchica secondo cui esistono intoccabili Stati di serie A e poi reietti Stati di serie B e di serie C, con cui si può far quel che si vuole, è entrata ormai nel senso comune. Dispiace che anche uno scrittore/giornalista con un passato di battaglie civili come Andrea Purgatori, si sia fatto portatore di una concezione analoga. Secondo Purgatori la Libia non sarebbe affidabile per tutelare la vita dei migranti poiché li tiene in campi di concentramento ed anche perché la Guardia Costiera libica è tra le più corrotte. Bisognerebbe capire perché brutalità e corruzione nella gestione dei confini siano uno scandalo squalificante se riguardano la Libia e non se riguardino la Spagna, la Francia o gli USA. Il fatto che uno Stato sia troppo forte per essere accusato di qualcosa, diviene sinonimo di superiorità morale.
In base ad un discredito dello stesso tipo, nel 2011 la Libia è stata oggetto di un’aggressione militare che l’ha gettata nel caos. Oggi questo caos viene strumentalizzato per impedire all’attuale governo libico di rientrare nei rapporti internazionali. Si crea così una sorta di circuito chiuso per cui un’emergenza umanitaria, vera o presunta, autorizza la destabilizzazione di un Paese, poi, dato che quella stessa destabilizzazione crea altre emergenze umanitarie, allora quel Paese non può più essere considerato un interlocutore.
L’imperialismo dei diritti umani si legittima attraverso le emergenze umanitarie e non solo non le risolve, ma pone le condizioni per altre emergenze croniche che legittimano altro imperialismo dei diritti umani. La questione se le ONG siano propaggini dei servizi segreti, è persino secondaria rispetto al ruolo di simbolo della superiorità morale dell’Occidente che le stesse ONG svolgono.

Salvare vite diventa infatti un ottimo pretesto per ammazzare gente e farci pure sopra degli affari. L’ideale umano non si realizza mai, bensì ha il solo effetto di creare un contrario, un nemico-simbolo: il mostro inumano, contro il quale tutto diventa lecito. Oggi anche l’Italia ha il suo bravo “mostro” sempre in prima pagina. Non è da escludere che questo possa diventare per le lobby commerciali e finanziarie un pretesto per ogni genere di aggressione all’insegna dei diritti umani.
Il problema è che il “mostro” della xenofobia è stato generato dalla stessa propaganda dell’imperialismo umanitario. Il fantasma della sostituzione di popolazione infatti non è stato creato dai naziskin o da CasaPound. Quando Romano Prodi afferma che nei prossimi anni l’Europa avrà bisogno, a causa della denatalità, di cinquanta milioni di immigrati, le sue parole inevitabilmente sono percepite da gran parte dell’opinione pubblica come una minaccia di sostituzione di popolazione. Per la propaganda xenofoba non c’è neppure lo sforzo di inventare niente, ma basta usare le dichiarazioni di Prodi, della Bonino o della Boldrini.
Prodi passa per persona preparata ma, a quanto pare, è un credulone passivo nei confronti delle boutade dei centri studi della Trilateral. Come si può pensare di spostare cinquanta milioni di persone senza destabilizzare i loro Paesi di provenienza? A quel punto andrebbe in secondo piano la questione migratoria, visto che bisognerebbe gestire una guerra mondiale. Il fantasma della sostituzione di popolazione è però utile a creare il mostro della xenofobia e quindi a mettere dalla parte del torto i Paesi che si vogliono colpire.
 
Di comidad (del 20/02/2020 @ 00:37:04 in Commentario 2020, linkato 5946 volte)
Qualche settimana fa il Fondo Monetario Internazionale per voce del suo direttore generale, la bulgara Kristalina Georgieva, ci ha annunciato una nuova grande depressione economica, causata (senti, senti) dalle disuguaglianze. Dopo la liquidazione di Dominique Strauss-Kahn, la direzione del FMI è stata affidata a teste di legno, ma i messaggi affidati alle figure fantoccio, come Christine Lagarde o la Georgieva, sono quelli che descrivono la visione del mondo delle grandi lobby finanziarie, che in questo caso possono permettersi di dire la verità. La concentrazione del reddito e l’arricchimento di una ristretta fascia a scapito del resto della popolazione, determinano le condizioni per una cronica carenza della domanda, quindi recessione e deflazione.
Prima che qualcuno festeggi la “redenzione” del FMI è però il caso di considerare quanto lo stesso FMI ha dichiarato contro il reddito di cittadinanza. I media, pressoché compatti, hanno plaudito alla “bocciatura” da parte del FMI del reddito di cittadinanza, colpevole soprattutto di essere troppo alto e quindi di disincentivare il lavoro.
Da un lato quindi il FMI spreme la lacrimuccia sulle disuguaglianze e sui poveri che diventano sempre più poveri, dall’altro lato continua a criminalizzare i poveri, pronti a diventare fannulloni. L’effetto positivo del reddito di cittadinanza non consiste tanto in quel po’ di redistribuzione del reddito che riesce a operare, quanto proprio nel risultato non calcolato di “disincentivare il lavoro”, cioè di rendere il lavoratore un po’ meno ricattabile, perciò meno disponibile ad accettare lavoro a salari troppo bassi. Per il FMI è giusto e lecito piangere sulle disuguaglianze ma va comunque condannata qualunque misura concreta che contrasti la disuguaglianza. Insomma, la disuguaglianza ci vuole, non se ne può fare a meno e guai a chi la tocca.
Attualmente siamo già in recessione ma le Borse volano grazie agli incentivi monetari delle Banche Centrali, perciò la depressione in sé non è un male per le oligarchie finanziarie, semmai il contrario poiché sposta tutte le risorse verso la finanza. Il sistema bancario tradizionale dei Paesi deboli, messo in sofferenza dai tassi zero o negativi, può essere comodamente cannibalizzato dai grandi fondi di investimento o, in prospettiva, da nuovi attori finanziari come Google e Amazon che, comunque, hanno come principali azionisti sempre i soliti fondi di investimento, Blackrock e Vanguard Group.
Questa concentrazione di capitali non rappresenta un pericolo, dato che i ricchi sanno quello che fanno e il loro bene, in definitiva, è il bene di tutta la società. L’egoismo dei poveri invece è una minaccia: se rendi i poveri meno poveri, smettono immediatamente di lavorare, si trasformano in “furbetti”. I media e gli intellettuali sono investiti della missione di convincere i poveri di questa “verità” e, in effetti, ci riescono, eccome.

La potenza ideologica del capitalismo riesce a dissimulare la sua natura intrinsecamente criminale. Il capitalismo viene quindi inquadrato come fenomeno “economico”, mentre semmai è un fenomeno “anche” economico. Non esisterebbe il capitalismo senza la circolarità e complementarietà tra l’aspetto legale e quello illegale. È nel circuito legale-illegale che si determina quello squilibrio di forze da cui può generarsi il grande business, il grande arricchimento.
Anche chi condivide questa nozione critica di capitalismo, finisce spesso per interpretarla in modo riduttivo, nel senso che ai ricchi andrebbe l’esclusiva della grande criminalità finanziaria, mentre ai poveri resterebbero gli aspetti più marginali, come il narcotraffico. Al contrario, non vi è attività criminale che sfugga al controllo del grande capitale e non ne sia diretta espressione. Qui non è questione di semplice disinformazione ma, si potrebbe dire, di de-informazione, nel senso che le informazioni che potrebbero sovvertire il quadro magari passano, senza che però riescano a fermarsi costruendo un quadro alternativo. In rari casi infatti qualche singolo prodotto mediatico va in controtendenza. Nel 2009 vi fu addirittura una serie televisiva di genere poliziesco su Rai1, “Il Bene e il Male”, nella quale l’organizzazione criminale non era una delle solite mafie care ai vari roberto saviano ed alle fiction televisive che vanno per la maggiore. Non la ‘Ndrangheta e nemmeno la solita mafia russa, bensì la mafia olandese, quella specializzata in droghe sintetiche e che ha reso l’Olanda il Narco-Stato per eccellenza, molto di più della tanto vituperata Colombia.

Da uno Stato di ricchi, biondi e carini, con un’amministrazione efficiente e moderna, non ti aspetteresti che sia anche un Narco-Stato. Eppure la droga più diffusa al mondo, l’ecstasy, è una droga sintetica prodotta principalmente in Olanda, che ne è anche la massima esportatrice. Tra gli Olandesi c’è chi non è per niente soddisfatto ed anzi denuncia con dovizia di documentazione il fenomeno.
È uno di quei casi in cui non vi è nulla di segreto, i dati sono pienamente disponibili, ciononostante il pregiudizio rimuove presto dalla memoria e dall’attenzione ciò che non rientra nelle solite coordinate. Non a caso per “Il Bene e il Male” non si è prodotta una seconda serie. Il “Corriere della Sera” magari ti fa un’intervista inquietante ad un inquirente olandese sul mega-business dell’Ecstasy nel suo Paese, ma è per quella volta. Che i ricchi siano più pericolosi dei poveri è una di quelle notizie che disturbano il sonno dogmatico e quindi vengono prontamente dimenticate. Non è neppure necessario alcun complotto, basta il conformismo.
Spesso il quadro rassicurante viene ristabilito attraverso depistaggi mediatici raffinati, nei quali non mancano le mezze verità, sparse però in modo da portare fuori strada. Film e fiction di qualità e di grande successo, come quelli tratti dal best-seller “Romanzo Criminale”, non nascondono i rapporti intercorsi tra i servizi segreti e la Banda della Magliana, facendo credere però che quei rapporti siano intercorsi quando la Banda aveva già in gran parte stabilito il proprio potere sulla Capitale. In realtà un’organizzazione criminale può raggiungere un controllo del territorio solo se i suoi legami con gli apparati dello Stato sono intrinseci, sono cioè alla base stessa della sua genesi. Nel fatto poi che dei settori dello Stato siano organici alla criminalità ed altri settori a volte gli facciano la guerra, non c’è nulla di strano, dato che lo “Stato” è una finzione giuridica e, materialmente, esistono solo pezzi dello Stato che prendono un indirizzo preciso solo in base alla pressione di una lobby.
 
Di comidad (del 11/07/2019 @ 00:36:44 in Commentario 2019, linkato 8476 volte)
Mesi fa il quotidiano ”Il Foglio” ha annunciato l’arrivo di un definitivo regolamento di conti tra l’attuale governo ed i Centri Sociali. Dopo il caso Alex, i tempi sembrano maturi. Per trovare argomenti contro i Centri Sociali e la “sinistra radicale” in genere, Salvini potrebbe attingere ad un articolo di roberto saviano su “l’Espresso” di cinque anni fa.
Saviano non lesinava le rampogne nei confronti dei Centri Sociali napoletani, da lui accusati di vecchiume ideologico, di invidia sociale e persino di connivenza con la camorra. Il motivo di tanta severità era che i Centri Sociali si erano permessi di manifestare contro la Banca Centrale Europea, in quei giorni in consesso a Napoli. Il messaggio di Saviano alla “sinistra radicale” era abbastanza chiaro: scherzate con i fanti (la questione migratoria), ma lasciate in pace i santi (i banchieri eurocrati).
Eppure la “sinistra radicale”, in particolare Rifondazione Comunista, detiene un primato cronologico ed ideologico nella contestazione nei confronti del sistema eurocratico. Il 28 ed il 29 ottobre del 1992, in una Camera spopolata ed afflitta dai timori delle incursioni dei giudici di Mani Pulite, si tenne il dibattito parlamentare per la ratifica del Trattato di Maastricht. Ad onta delle condizioni precarie del mondo politico di allora, il dibattito fu estremamente puntuale, ciò per merito dei due esponenti di Rifondazione che presero la parola.
Il 28 ottobre il deputato Severino Galante demolì tutti gli assunti su cui era basato il Trattato di Maastricht, dimostrando l’assoluta incompatibilità dell’obbiettivo della stabilità dei prezzi con il mantenimento dei livelli occupazionali e salariali; ed anche l’impossibilità di attuare qualsiasi politica sociale (ma persino qualsiasi politica) in un regime che imponeva la libera circolazione dei capitali. L’esperienza successiva ha confermato che se i capitali sono liberi, i lavoratori sono schiavi: qualsiasi produzione può essere delocalizzata verso Paesi in cui i salari sono più bassi e ci sono meno diritti del lavoro. Galante notava che l’entusiasmo di Confindustria per i vincoli imposti dal Trattato era chiaramente motivato dal fatto di poterli usare come ricatto e guinzaglio nei confronti dei lavoratori.
Il 29 ottobre, nella dichiarazione di voto contrario, il deputato Lucio Magri rincarava la dose, osservando il carattere patetico della posizione di chi considerava Maastricht un passo avanti nell’integrazione europea, infatti il regime di libera circolazione dei capitali, incentivato dalla moneta unica, avrebbe indotto gli Stati a farsi concorrenza fiscale tra loro per attirare capitali ed impedirne la fuga, il tutto all’ombra dell’ideologia deflazionistica della Bundesbank, con buona pace di tutti quelli che si illudevano di contenere la Germania attraverso la moneta unica.

In quell’occasione solo Rifondazione ed il MSI votarono contro il Trattato (a quell’epoca, evidentemente, Rifondazione non subiva ancora il timore di poter essere accomunata ai fascisti), ma che il Trattato fosse una schifezza indigeribile fu riconosciuto anche dai più-europeisti Pannella e Bonino, che proposero inutilmente di far slittare la ratifica a dopo il vertice europeo di Edimburgo, nella speranza che l’opposizione danese facesse saltare tutto. In effetti la Danimarca fu poi tacitata offrendole la possibilità di non aderire alla moneta unica.
Un resoconto pubblicato dal quotidiano “la Repubblica” dava scarne notizie sul dibattito parlamentare, dato che le prime pagine erano occupate dalle vicissitudini giudiziarie del ministro della Sanità De Lorenzo, un caso che avrebbe costituito per qualche anno il bersaglio di un’opinione pubblica da tenere all’oscuro dei veri guai che si preparavano. L’articolista però si lasciava sfuggire una piccola verità, osservando che la rassegnazione di molti parlamentari era dovuta al fatto di sapere che la decisione era già stata presa altrove.
Come aveva ricordato Magri nel suo intervento, proprio in quei giorni il Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, aveva dichiarato che l’Italia poteva già considerarsi un Paese a sovranità limitata, una realtà che quindi Maastricht sanciva ma non creava. In quei giorni infatti stava saltando il Sistema Monetario Europeo, a causa della decisione della Bundesbank di aumentare i tassi di interesse per attirare capitali da usare per comprarsi la Germania Est; perciò l’Italia era in piena tempesta finanziaria, dato che Soros ed altri speculatori avevano sfruttato l’occasione per mettere sotto la lira e la sterlina.

Il deputato Ugo Intini, vicesegretario del PSI, ricordò quella circostanza, notando che, a differenza dei media esteri, i soli media italiani non avevano dato conto delle responsabilità tedesche, scaricando come al solito tutte le colpe sui nostri vizi nazionali. Se la Germania aveva già mancato ai vecchi patti, perché avrebbe dovuto rispettare i nuovi? Ma ciò non impedì ad Intini di dichiararsi a favore della ratifica del nuovo Trattato, dimenticando che, come nella favola di Esopo del patto leonino, le regole sarebbero state fatte valere nei confronti dei deboli ma non dei forti. In realtà non era una dimenticanza, dato che bisognava obbedire e basta, condendo la sottomissione coloniale con la consueta retorica fideistica sull’Europa.
Oggi Rifondazione rivendica ancora quella sua scelta del 1992, fa autocritica sulla successiva adesione al progetto euro, ma poi si arrampica sugli specchi, affermando che l’uscita dall’euro non è un suo obbiettivo. La stessa Rifondazione riconosce però che occorre un controllo dei movimenti di capitale, cadendo quindi in un palese nonsenso. Se l’euro è uno strumento per favorire la libera circolazione dei capitali, allora è evidente che una moneta nazionale potrebbe essere un utile strumento per controllare i movimenti di capitale.

Certo, si può avere a disposizione questo strumento di controllo dei movimenti di capitale e non usarlo. Ad esempio, la Lega si prepara al dopo-euro affidandosi alla flessibilità del cambio ed alla diminuzione delle tasse per disincentivare la fuga di capitali. Con una moneta svalutata questo implicherebbe però il rischio di consegnare l’Italia a prezzi di svendita ai capitali esteri. Sarebbe la caduta nel modello coloniale ungherese, a cui Salvini apertamente si ispira.
Non sarà facile per RC uscire dalle sue contraddizioni. Venticinque anni di politicorretto hanno lasciato il segno, non solo nel gruppo dirigente, ma persino nell’elettorato superstite e nella stessa base del partito.
 
Di comidad (del 01/10/2015 @ 00:35:49 in Commentario 2015, linkato 1722 volte)
Un intervento diretto della Russia in Siria a sostegno del regime di Assad sarebbe uno di quei fatti in grado di cambiare sostanzialmente lo scenario mondiale. Per il momento però non è dato di conoscere l'effettiva entità del coinvolgimento russo, ed anche le dichiarazioni lanciate lunedì da Putin all'Assemblea dell'ONU non hanno sciolto i dubbi a riguardo. Dato che Putin non è lo "zar" che dipingono i media occidentali, ma solo un mediatore tra la multinazionale Gazprom e le forze armate, resta l'incognita di quanto le forze armate russe riescano ad imporre il proprio punto di vista. Rimane comunque il risultato diplomatico di aver costretto Obama a scoprirsi davanti all'Assemblea dell'ONU e ad ammettere che il suo vero obiettivo in Siria rimane l'abbattimento del "tiranno" Assad.
In attesa di capire qualcosa di più sull'attuale grado di resistenza russa all'imperialismo USA, occorre nel frattempo accontentarsi di osservare come continua a procedere il meccanismo imperialistico. Il caso della Volkswagen, "scoperta" a frodare sulle emissioni inquinanti dalle autorità statunitensi, è stato oggetto di molti commenti riduttivi, gli uni centrati sul vezzo germanico di predicare bene e razzolare male, gli altri tendenti a sospettare una volontà statunitense di umiliare la Germania, la quale, secondo alcuni, sarebbe troppo arrogante e riottosa ad uniformarsi ai diktat di Washington.
In realtà l'imperialismo non ha una mente unica ed una strategia centralizzata, ma è un meccanismo che procede in base agli interessi delle lobby multinazionali. Se si considerano i commenti giornalistici sino allo scorso anno, nulla faceva supporre che la Volkswagen fosse nel mirino dell'imperialismo USA. Nel 2014 un quotidiano del tutto allineato agli interessi della finanza internazionale, come "La Repubblica", celebrava in modo sperticato i record di bilancio dell'azienda tedesca plaudendo al suo modello industriale.
Nulla di strano se si considera che le grandi aziende automobilistiche tedesche hanno imposto al consumo di massa i modelli di lusso, favorendo il meccanismo del finanziamento ai consumi. Puoi comprare un bel macchinone tedesco, ma ti devi indebitare; e questo indebitamento crescente dei consumatori verso l'estero va anche a pesare sulle bilance dei pagamenti dei Paesi più poveri dell'Unione Europea. La finanza multinazionale, attraverso il Fondo Monetario Internazionale, ti rimprovera di "vivere al di sopra dei tuoi mezzi", ma poi ti spinge a fare proprio questo, cioè ad indebitarti per potere accedere ai consumi.
Il meccanismo si complica perché non c'è solo il colonialismo delle lobby finanziarie, ma anche di quelle commerciali. Il successo del modello industrial-finanziario dell'industria tedesca ha creato troppi problemi alle aziende statunitensi, ed ecco che si scatena una misura protezionistica mascherata da ambientalismo e da provvedimento moralizzatore. Questa è la "schizofrenia" dell'imperialismo. Una lobby ti tira su, ma un'altra ti spinge giù. I servi vanno bene quando fanno il tuo interesse in determinate aree, ma non quando sconfinano.
Soltanto la meticolosa complicità dei media nei confronti del pretestuoso moralismo statunitense fa sì che la gran parte dell'opinione pubblica non si renda conto dell'assurdità di circoscrivere lo scandalo delle emissioni inquinanti camuffate esclusivamente alla Volkswagen. Se persino l'industria automobilistica tecnologicamente più avanzata del mondo deve ricorrere a certi trucchetti, è l'intero sistema che ne risulta delegittimato; perciò i vari modelli "Euro 4", "Euro 5", "Euro 6", ecc., si rivelano dei truffaldini espedienti per costringerti a cambiare automobile.
Qualcosa di analogo è accaduto a roberto saviano. Anche lui è stato utilissimo per creare il mito di un crimine organizzato come mera espressione di degenerazione sociale nei Paesi sudditi, quindi senza responsabilità della NATO e delle multinazionali. Saviano andava benissimo quando scagionava gli USA da ogni sospetto di compromissione col traffico di stupefacenti, ed accusava, senza alcuna prova, l'ETA basca e le FARC colombiane di fare traffico di cocaina in combutta con la mafia.
Saviano andava altrettanto bene quando "depotenziava" tutte le notizie in grado di smentire il carattere localistico di faide come quella di Scampia del 2004. In un articolo su "il Manifesto" Saviano ammetteva tranquillamente che la forza di fuoco della faida era composta da killer kosovari; ma poi non ricordava che il Kosovo è una colonia della NATO, e risolveva il tutto ricorrendo alla mitizzazione delle capacità del boss Di Lauro di crearsi relazioni internazionali.
Saviano però non va più bene quando sconfina con i suoi best-seller internazionali, e va a pestare i piedi alla lobby editoriale statunitense, ed ecco che allora gli si fa la morale con le accuse di plagio; un tipo di accusa in base alla quale si potrebbe inchiodare non solo una mezza calza come Saviano, ma anche un genio come Shakespeare, il quale riprese pari pari il "Romeo e Giulietta" da una novella di Matteo Bandello. Persino Bandello aveva ripreso a sua volta la storia di Romeo e Giulietta da un'altra novella di Luigi da Porto, il quale, tanto per cambiare, aveva rielaborato una novella ancora più antica, di Masuccio Salernitano.
Una lobby ti può creare, ma un'altra lobby ti può distruggere o, quantomeno, ridimensionare; ma ciò che fa il potere di una lobby è il suo retroterra imperialistico. Il protezionismo mascherato infatti è un privilegio esclusivo dei Paesi al vertice della gerarchia imperialistica. Ancora nel 2007 l'Unione Europea osava alzare qualche timida vocina di protesta contro il protezionismo commerciale degli USA che si dissimulava dietro le esigenze di sicurezza. Con i controlli sui container infatti è possibile tenere le merci bloccate per mesi e danneggiare irrimediabilmente gli interessi degli importatori indesiderati. Il bello è che i container sono un'invenzione proprio degli USA, che hanno tratto vantaggio dalla difficoltà di controllarli per fare contrabbando ai danni dei Paesi colonizzati. Chi impone le regole, le può anche piegare a proprio uso e consumo.
 
Di comidad (del 06/02/2020 @ 00:30:41 in Commentario 2020, linkato 6330 volte)
Il nesso causale tra la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna e la sua vittoria in Calabria era sfuggito ai tifosi di Matteo Salvini, che avevano addirittura svillaneggiato chi aveva cercato di farglielo notare. A farglielo invece rilevare è arrivato nientemeno che il padre nobile della Lega, Umberto Bossi, il quale ha rilasciato un’intervista in cui accusa Salvini di aver rischiato di compromettere l’obbiettivo dell’autonomia delle Regioni del Nord. La tesi di Bossi è che mentre il candidato del PD in Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha puntato senza mezzi termini sull’autonomia, al contrario Salvini avrebbe creato confusione facendo passare la Lega come partito nazionale. Secondo Bossi la commistione della Lega con le clientele meridionali avrebbe creato diffidenza al Nord, con una conseguente apertura di credito nei confronti del PD. Bossi conclude che per realizzare l’autonomia non si può fare a meno di un’interlocuzione-collaborazione col PD.
La ricostruzione dei fatti da parte di Bossi può essere precisata su qualche dettaglio. L’establishment del Nord aveva sicuramente compreso che la Lega “partito nazionale” era una finzione; ciononostante ha avvertito il pericolo che la sceneggiata potesse diventare in parte realtà, proiettando i baroni del voto meridionale verso il potere nel partito di Salvini. Bossi sorvola sul fatto che clientelismo e baronie del voto organizzato non sono appannaggio del Meridione ma riguardano anche il Nord; ricorre però anche ad un argomento solido, come quello demografico. La stragrande maggioranza degli Italiani è al Nord ed è lì che stanno i voti, mentre il Sud demograficamente è poca cosa. L’argomento demografico demolisce però anche la gran parte della mitologia leghista. Il “Mezzogiorno” raggiunge i venti milioni di abitanti (meno di un terzo della popolazione italiana) solo piazzandoci una Regione come la Sardegna, che col Meridione non ha niente a che fare, né geograficamente, né storicamente. La pochezza demografica del Meridione smentisce di fatto il mito del Sud idrovora delle risorse nazionali e toglie alle velleità autonomiste del Nord Italia ogni sostanza che non sia quella di aspirare a diventare una colonia della Baviera, cioè a fare i Meridionali della Germania.
Bossi conclude ammonendo i suoi a non fossilizzarsi sulla dicotomia tra destra e “sinistra”, ma di puntare tutto sul partito trasversale dell’autonomia differenziata. Il siluro del padre nobile non è solo contro Salvini ma anche nei confronti della minoranza antieuropeista della Lega, che, dopo aver gestito al meglio il momento di gloria della denuncia della resa del governo alla riforma del MES, aveva pensato di adattarsi allo schema destra-“sinistra”, assumendo persino il titolo di “conservatori” ad imitazione dell’eroe della Brexit, Boris Johnson.
In questa circostanza il machiavellismo degli antieuropeisti della Lega appare ingenuo e infondato. La Brexit non è stata un’operazione di Boris Johnson ma dell’oligarchia britannica e del suo establishment. In quanto laburista, Jeremy Corbyn non avrebbe mai potuto impugnare la bandiera della Brexit e non per motivi ideologici. Una Brexit da sinistra avrebbe comportato automaticamente la conseguenza di rimettere in discussione i vincoli salariali che l’adesione alla UE garantiva. Per l’oligarchia e per l’establishment britannici la Brexit non può e non deve comportare effetti del genere. Non c’è bisogno di pensare a complotti: Corbyn è un leader di “sinistra” e quindi sa di cavalcare una materia incandescente come la distribuzione del reddito, perciò si è guardato bene dallo sfidare i rapporti di potere vigenti guidando una Brexit che sarebbe stata interpretata dalle masse come una possibile riapertura dei conflitti salariali.

L’establishment controlla la “sinistra” con un guinzaglio molto più corto di quello della destra; ma ciò non vuol dire che la destra non abbia anch’essa il suo guinzaglio al collo e un guinzaglio bello solido. Destra e “sinistra” non sono alternative in alcun modo, sono entità complementari e spesso è proprio il “politicorretto” della “sinistra” a porre le condizioni degli sbracamenti della destra. Alla destra sono concesse trasgressioni e parolacce inibite alla “sinistra”, ma dietro a tutto ciò non c’è nulla di sostanzioso. Per quanto risulti sgradevole il personaggio di Salvini, egli comunque non è un “alieno” o un corpo estraneo rispetto al dibattito “democratico” in auge, tanto che ha aderito persino allo slogan della “governabilità” che ci affligge da quasi mezzo secolo. Salvini oggi è impacciato e confuso ma, da bravo leader di destra, può mascherare la propria goffaggine con le trasgressioni.
Si è voluto spacciare la pagliacciata della citofonata di Salvini come un “attacco alla democrazia” ma, in termini più realistici, occorrerebbe convenire che altri avevano già fatto trenta e Salvini si è limitato a fare trentuno. Chi è che ha accreditato l’idea delle Regioni meridionali in mano al crimine organizzato? Chi è che ha reso “politicorretto” il razzismo antimeridionale? Chi è che ha trasformato in senso comune quell’autorazzismo meridionale che ha veicolato indirettamente anche l’autorazzismo italiano?
A fare tutto ciò è stata la “sinistra”, compreso quel roberto saviano che oggi si scandalizza per le buffonate di Salvini. Ma l’acqua torbida in cui ora sguazza il pesce Salvini, l’aveva scaricata anche Saviano.

Salvini può permettersi di essere esteriormente spregiudicato sino all’insolenza. Di fronte ad un Fondo Monetario Internazionale che addita l’Italia come “minaccia” per l’economia mondiale, Salvini ritorce l’accusa contro lo stesso FMI. Per gli affamati di “sovranismo” queste esternazioni risultano irresistibili, perciò non ci si rende conto di quanto la polemica di Salvini sia superficiale poiché omette dettagli decisivi. Non è che il FMI dia ricette sbagliate, al contrario sono ricette pertinenti e funzionali all’obbiettivo che si propongono.
Il FMI è un’agenzia di lobbying finanziario e tutta la dottrina liberista di cui il FMI è custode, rappresenta solo una mistificazione che serve a dissimulare le pratiche di finanziarizzazione forzata. Le ricette economiche del FMI creano stagnazione, ma la stagnazione economica serve ad azzerare il potere contrattuale del lavoro e ad impedire le rivendicazioni salariali. La povertà rende gli Stati e gli individui sempre più dipendenti dal credito per poter sopravvivere. Capire che la povertà non è un “problema” ma un business è uno di quei passaggi logici che la destra non può permettersi di fare, poiché metterebbe in discussione l’intero sistema delle gerarchie sociali.

Il microcredito ai poveri è un affare attorno al quale si è costruito un interesse dell’establishment. In Asia, Africa e America Latina il business del microcredito è promosso dalle ONG connesse con multinazionali finanziarie. In Italia il business coinvolge non solo banche come Intesa-San Paolo, ma anche la Conferenza Episcopale e la Caritas per un grande “Prestito della Speranza” che solleciti i poveri alla “libera iniziativa”, cioè a mettersi nei guai. Speranze a vuoto per i poveri e profitti certi per chi gli presta i soldi. Mentre Fausto Bertinotti va in brodo di giuggiole per papa Bergoglio, la Chiesa Cattolica santifica il liberismo, cioè l’indebitamento dei poveri.
Ci sono anche agenzie di volontariato come la Vobis, composta da ex bancari che si attivano per immettere i poveri nel circuito finanziario e bisogna dire che fanno un buon lavoro (dipende dai punti di vista). L’indebitamento dei poveri viene ovviamente spacciato come un soccorso caritatevole nei loro confronti. Prove tecniche di finanziarizzazione di massa o, se si preferisce, di debitocrazia.
Il fatto che la “sinistra” sia sempre timida e autodisciplinata, mentre la destra appare spregiudicata sino allo sbracamento, non implica affatto che la destra sia in grado di forzare i voleri dell’establishment, quindi il salvinismo che ha contagiato una parte dell’area degli aspiranti alla “Sovranità” si basa su illusioni. Dal punto di vista politico il sovranismo non è mai nato, ma puntando su Salvini finisce prima ancora di essere cominciato.

Ringraziamo Cassandre e GiorgioGiorgio per la collaborazione e le utili segnalazioni.
 
Di comidad (del 17/06/2010 @ 00:09:47 in Commentario 2010, linkato 1507 volte)
L'ultima settimana ci ha regalato lo spettacolo di Giulio Tremonti in un'altra delle sue tante personalità multiple, stavolta presentandocelo in versione iperglobal e ultraliberista, tanto da considerare la Costituzione come "zavorra" di cui liberarsi in epoca di globalizzazione; in particolare sarebbe necessario disfarsi dell'articolo 41, reo - a suo dire - di mortificare la libertà individuale dell'imprenditore. I commenti alla sortita di Tremonti hanno avuto facile gioco nell'osservare che in effetti l'articolo 41 non limita un bel nulla, semmai limita se stesso a lanciare dei richiami astratti e puramente di principio alla responsabilità sociale dell'iniziativa privata, rimandando il tutto alla legislazione applicativa. Il segretario del Partito Democratico, Bersani, che di "deregolamentazioni" se ne intende, ha detto che l'articolo 41 consente praticamente tutto in fatto di legislazione sull'impresa.
Non si tratta però, come è stato ipotizzato da alcune parti, di un semplice diversivo propagandistico. L'obiettivo del governo, ancora una volta, non è di riformare la Costituzione, ma semplicemente di delegittimare totalmente quella in vigore, in modo da determinare ciò che, in termini tecnici, si definisce "colpo di Stato strisciante". L'uguaglianza davanti alla legge, la responsabilità sociale dell'impresa non devono essere solo degli ideali astratti, ma addirittura considerati bestemmie.
L'ennesima uscita di Tremonti aveva l'evidente scopo di venire in soccorso di un'analoga dichiarazione di Berlusconi di qualche giorno prima, che tentava di tirare la Confindustria nelle sue pratiche di affossamento dell'attuale ordinamento costituzionale; anzi, si può dire che sia stato Berlusconi a sposare in tutto e per tutto il repertorio eversivo della associazione padronale. Anche la Confindustria può rivendicare infatti una sua antica e gloriosa tradizione di golpismo strisciante, ed alcuni ricordano ancora le dichiarazioni della buonanima di Felice Mortillaro, presidente di Federmeccanica e ideologo dell'impresa privata negli anni '80, un nemico giurato dell'uguaglianza, che propugnava la linea secondo cui in fabbrica la Costituzione non può valere. Poco prima di morire nel 1995, Mortillaro ebbe però l'onore di essere nominato manager pubblico dell'azienda di trasporti di Roma dall'allora sindaco Rutelli, a dimostrazione che il golpismo strisciante della Confindustria ha sempre avuto dei seguaci trasversali. Distratti dalle dichiarazioni di Tremonti, i commentatori non hanno però fatto caso a dove siano state pronunciate, cioè nel corso di una festa nazionale del sindacato CISL. I cronisti avevano infatti riferito anche dell'entusiasmo della platea sindacale, che si è spellata le mani dagli applausi di fronte alle tesi golpiste del ministro dell'Economia, a ulteriore conferma del dato che ormai il golpismo strisciante è divenuto una sorta di senso comune trasversale.
Nei giorni successivi Tremonti ha rincarato la dose, attribuendo al ricatto dell'Amministratore Delegato della FIAT, Marchionne, sullo stabilimento di Pomigliano d'Arco il valore di un "nuovo modello di relazioni industriali", in cui l'imprenditore si pone come gestore unico della relazione, esattamente come avviene nelle rapine: o la borsa o la vita. Stranamente, proprio dopo questa ulteriore dichiarazione golpista da parte di colui che oggi è di fatto il massimo esponente del governo, la CGIL ha aderito all'ipotesi-Marchionne isolando definitivamente la FIOM. La contraddizione della posizione del segretario della CGIL Epifani appare evidente, poiché è inutile dire che è prioritario l'obiettivo dell'occupazione quando il governo ha appena riconosciuto all'azienda un potere assoluto, che finisce di fatto per comprendere anche la possibilità di non rispettare più l'accordo con un pretesto qualsiasi.
Il ricatto è infatti un "contratto" criminale, che vincola solo uno dei due contraenti, quello che è sotto ricatto; perciò nel momento in cui si accetta che degli operai siano tenuti in ostaggio dall'azienda, si va di conseguenza ad accettare l'eventualità che vengano uccisi anche dopo il pagamento del riscatto. Dato che il governo ha abbandonato ogni residua ipocrisia di neutralità in materia di vertenze di lavoro, Marchionne ha automaticamente il via libera per ritirarsi non appena gli faccia comodo. Marchionne è diventato così un criminale autorizzato, e potrà inventarsi qualsiasi scusa, visto che ha acquisito il privilegio esclusivo di essere creduto sulla parola. Non a caso i media hanno ripreso i dati aziendali sui presunti livelli record di assenteismo allo stabilimento di Pomigliano senza preoccuparsi di verificarli nemmeno un po': basta la parola, se è quella di Marchionne. Inoltre si tratta di operai napoletani, quindi per calunniarli non sarebbe necessario comunque l'onere della prova.
In una situazione del genere, Epifani avrebbe potuto tranquillamente dire: è un ricatto, siamo in condizione di debolezza, e quindi siamo costretti a calarci le brache. Invece Epifani ha voluto continuare a fingere di fare il sindacalista anche in epoca di ricatto assoluto e di golpe istituzionalizzato, con ciò credendo forse di rabbonire il padronato, ma invece facendo solo capire che ha così tanta paura da aver persino paura di ammetterlo. E cos'altro ci vuole per eccitare ancora di più dei criminali?
Nel caso in cui il risultato di un referendum fra gli operai di Pomigliano accettasse di subire il ricatto, si può essere certi che non mancherebbero le solite retoriche reprimende antioperaie sulla incapacità di ribellarsi da parte degli oppressi, che così diventerebbero complici della loro oppressione. Oggi il mestiere dei dirigenti e degli intellettuali di sinistra si riduce ad escogitare il modo di dare sempre la colpa ai poveri. Uno come Nichi Vendola si sta costruendo un prestigio personale grazie a discorsi astratti e fumosi sulla necessità di inventare un nuovo linguaggio per la sinistra. In effetti non ci sarebbe bisogno di inventare nulla, ma basterebbe smetterla di fare propaganda a favore del padronato.
Quando il segretario della FIOM, Cremaschi, ha avuto l'occasione di parlare a Repubblica Radio-TV, non ha trovato di meglio che prendersela con la Cina; in realtà non ce l'hanno imposto la Cina o la Russia o l'Iran di abolire le garanzie dei lavoratori e il diritto di sciopero, ma fa parte delle direttive che il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato nei suoi documenti ufficiali. Nel momento in cui Berlusconi e Tremonti adottano in tutto e per tutto la propaganda eversiva e golpista della Confindustria, il segretario del PD Bersani ha rivolto un appello alle altre forze politiche per difendersi dal pericolo di una "deriva populista"; come se la colpa di Berlusconi fosse quella di andare troppo incontro al popolo.
Il prete guerrafondaio Gianni Baget Bozzo - anche lui buonanima - sosteneva che Berlusconi rappresentava il vendicatore dei "poveri di spirito", una rivalsa degli ignoranti contro i "ricchi di cultura". In soccorso degli slogan di Baget Bozzo, è arrivato il professor Tullio De Mauro pubblicando delle ricerche da cui risulterebbe che oggi i due terzi degli Italiani sarebbero analfabeti o analfabeti di ritorno. Ecco spiegato il regime berlusconiano: la colpa sarebbe degli analfabeti che si istupidiscono davanti al video.
In realtà la cultura non deve essere servita molto a Tullio De Mauro, dato che quando fu ministro della Pubblica Istruzione umiliava gli insegnanti avanzando proposte demenziali come quella di istituire una lotteria in modo da reperire i fondi per aumentarne stipendi. In effetti i "ricchi di cultura", cioè gli insegnanti, risultano davvero essere in grande maggioranza antiberlusconiani, ed oggi si ritrovano gli stipendi bloccati dal governo. Il fatto che sia gli insegnanti, sia l'istruzione pubblica, si trovino pesantemente sotto tiro, non significa però che la Scuola abbia perso la sua funzione istituzionale di riproduzione dell'ideologia dominante.
Gli insegnanti sono stati da tempo privati di fatto del diritto di sciopero, perciò potrebbero ripiegare almeno sullo sciopero rispetto alla loro funzione di propagandisti, rifiutandosi di diffondere gratuitamente l'anticomunismo ed il culto dei privilegi dei ricchi. Per un anno gli insegnanti di Inglese potrebbero evitare di far studiare la "Fattoria degli Animali" di Orwell; oppure gli insegnanti di Storia, per un anno, invece di parlare del Gulag sovietico, potrebbero dedicare il programma al gulag statunitense, che negli anni '30 già c'era, ma anche oggi è più vivo che mai. Si potrebbero sospendere anche i progetti di "Educazione alla Legalità", quindi per un anno niente articoli e conferenze di roberto saviano che ci narra la fiaba di come la Confindustria rappresenti la parte sana della nazione e la punta di diamante della lotta al crimine organizzato.
A sostegno degli operai di Pomigliano, ostaggi del ricatto padronale, ognuno potrebbe fare, se non proprio uno sciopero, almeno questo piccolo fioretto: astenersi per un po' dal diffondere propaganda filo-padronale.
 
Di comidad (del 05/04/2009 @ 00:09:43 in Documenti, linkato 1767 volte)
Tratto da Umanità Nova, n.13 del 5 aprile 2009, anno 89 - www.ecn.org/uenne/

Per coloro che hanno sempre sostenuto che roberto saviano è un razzista, un agente provocatore o, quanto meno, un fantoccio della CIA, della NATO e delle multinazionali, è giunto finalmente il tempo della vergogna e - si spera - del rimorso. La prova inconfutabile che Roberto sia in realtà per le plebi meridionali un profeta ed un benefattore, ci è pervenuta dal suo incontro della fine del febbraio scorso con il presidente israeliano Shimon Peres, svoltosi per tre quarti d’ora nello studio del vecchio combattente.
Le parole del leader israeliano hanno finalmente svelato allo stesso Saviano il senso ultimo del suo “Gomorra”. Peres ha infatti confidato al giovane scrittore che anche gli Israeliani devono vedersela con la loro camorra, che è rappresentata dagli integralisti islamici di Hamas. Unendo la saggezza dello statista all’acume del sottile pensatore, Peres ha aggiunto che non si tratta di uno scontro di civiltà, ma di uno scontro tra civiltà ed inciviltà. Peres ha anche rivelato di aver trasmesso questo suo pensiero al papa, il che ci fa supporre che le già proverbiali capacità intellettuali di Ratzinger ne saranno uscite ulteriormente ravvivate.
Il vecchio combattente ha poi concluso invitando Saviano a stabilirsi in Israele e infine, di fronte alla domanda di come si viva sotto scorta, ha comunicato il suo incomparabile messaggio morale: il segreto consiste nel non aver paura. Chi altri avrebbe mai potuto esprimere un pensiero così profondo, se non un personaggio di così elevata statura morale?
Certo Peres, quando ha ricordato l’episodio dell’assassinio di Rabin a cui dovette assistere, si è dimenticato di precisare che il sicario era un israeliano e non un palestinese, ma solo un fazioso antisionista si soffermerebbe più di tanto su un dettaglio così trascurabile.
E Saviano che ha detto? Quasi nulla. Ha farfugliato, a titolo di cortesia, solo qualcosa sul pericolo costituito dalla mafia russa, dato che oggi Putin è il bersaglio preferito dei commentatori sionisti.
E che altro avrebbe dovuto dire Roberto? Pare che la scorta che lo tiene sotto sequestro - pardon, protezione - lo abbia prelevato durante il sonno, per farlo poi risvegliare il mattino dopo in Israele, già pronto ad udire le nobili parole del vecchio leader israeliano, che Roberto è riuscito disciplinatamente ad ascoltare senza sbadigliare neppure una volta.
Ma nel viaggio di ritorno in aereo, mentre gli uomini della sua scorta finalmente si rilassavano, Roberto poteva meditare, fra sé e sé, sulle illuminanti parole del vecchio leader.
Se Hamas è come la camorra, allora - per simmetria - anche la camorra è come Hamas. Roberto si è chiesto come mai questo evidente nesso tra camorra ed integralismo islamico potesse essergli sfuggito prima. Non aveva scritto proprio lui che Zagaria, il boss del Clan dei Casalesi, aveva come soprannome “Bin Laden”? E qual è la cura che Peres e gli altri dirigenti israeliani prescrivono per guarire la piaga del terrorismo islamico? I bombardamenti.
“Gomorra” è il nome della città che nella Bibbia - nel libro della Genesi -, insieme con Sodoma, viene distrutta da Dio con un bombardamento ante litteram. Il fatto che Roberto avesse scelto quel titolo per il suo libro, era un inequivocabile segno del destino.
Inevitabilmente il bombardamento di Gomorra comporterà, come effetto collaterale, qualche milione di morti, ma si sa che anche la camorra, come Hamas, si serve di scudi umani.
E poi, per ripopolare la Campania, sembra che Peres abbia generosamente promesso di fornire qualche decina di migliaia di coloni israeliani. Non è ancora una promessa ufficiale, ma ci sono buone speranze che si avveri.
Comidad
 
Di comidad (del 12/04/2018 @ 00:05:19 in Commentario 2018, linkato 3756 volte)
Il potenziale mistificatorio dell’elettoralismo non rimane mai inutilizzato ed infatti nelle cronache delle consultazioni per la formazione del governo si continua a parlare di “vincitori” delle elezioni. In realtà nelle ultime elezioni vi sono dei sicuri sconfitti ma non dei veri vincitori; anzi, la portata di questa mancata vittoria è resa più grave proprio dalla rotta degli avversari.
Per queste elezioni la Corte Costituzionale aveva allestito un broglio elettorale preventivo, violando l’aritmetica con l’abbassamento del 10% della soglia per raggiungere la maggioranza. L’unico concorrente diretto dei 5 Stelle per spartirsi le spoglie del PD avrebbe dovuto essere LeU, che però si è messo preventivamente fuori gioco adottando le icone di Grasso e della Boldrini, cioè di due colonne portanti prima del regime monarchico di Napolitano e poi del regime renziano. Pur in queste condizioni ottimali, la soglia del 40% per Di Maio è rimasta un miraggio.
Ma il vero disastro elettorale riguarda il cosiddetto centrodestra, che era l’unica vera coalizione in campo e quindi non avrebbe dovuto incontrare eccessive difficoltà a varcare una soglia così bassa. Il punto è che la destra non ha affascinato l’opinione pubblica proprio con quello che appariva come il cavallo vincente a tutti e tre i partiti della coalizione, cioè la questione migratoria. I terribili fatti di Macerata sono stati strumentalizzati senza alcun pudore. Lo psichiatra forense Alessandro Meluzzi si è messo a denunciare la minaccia della “mafia nigeriana”, cercando di accreditarsi come il roberto saviano della destra (ammesso e non concesso che Saviano sia di sinistra). Si è arrivati alla cialtroneria più smaccata chiedendo anche per Meluzzi una scorta, in previsione di eventuali minacce da parte della mafia nigeriana. Nell’operazione propagandistica è rimasto coinvolto anche l’esponente di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, che di solito passa per una persona seria.
Ancora una volta si è dimostrato che il vero antidoto al delirio xenofobo non è l’animabellismo degli “accoglienti” ma la prudenza di chi teme le avventure: con la barbarie delle cacce al migrante clandestino, con il velleitarismo dei respingimenti e dei rimpatri forzati si sa come si comincia e si sa benissimo dove si va a finire. Tanto più che rendere il clandestino sempre più clandestino, ottiene il sicuro effetto di renderlo sempre più ricattabile, quindi più appetibile per un mercato del lavoro al ribasso.

E ancora una volta la vituperata “Gggente che non capisce” ha dimostrato che sarebbe stata disponibile ad un messaggio meno superficiale. La fiaba dei migranti che scappano dalla miseria e intanto spendono cifre per traversare il Sahara ed il Mediterraneo non regge più. Anche il mantra “aiutiamoli a casa loro” si scontra con l’evidenza della macchina mostruosa delle ONG e del “non profit” che ha invaso e destabilizzato l’Africa.
Se il messaggio sulla questione migratoria si fosse concentrato sul ruolo subdolo delle ONG nel sistema mondiale della finanziarizzazione, invece che sui rituali macabri della mafia nigeriana, forse la “Gggente” si sarebbe sentita meno presa in giro. Il massacro economico e sociale determinato in Nigeria dalla pratica del microcredito non è più un’informazione ristretta agli ambiti scientifici, ma ha raggiunto anche un quotidiano come “The Guardian”. Ormai è evidente che il microcredito non aggiunge imprese all’economia di un Paese, ma crea imprese specializzate nella concorrenza al ribasso che mettono fuori mercato le imprese che c’erano prima. Alla fine le nuove imprese soccombono ed il risultato è da un lato la desertificazione industriale e dall’altro lato l’indebitamento di massa.

Esistono mega-multinazionali “non profit” del microcredito come l’americana Kiva che ancora cercano di spacciare la loro attività di forzata inclusione finanziaria delle masse povere per un soccorso umanitario. Dopo tanti anni dovrebbero essersi accorti che si ottiene l’effetto contrario. In realtà lo si sa benissimo: il microcredito è il business del millennio, poiché, a fronte di un rischio basso e costi bassissimi, consente di sfruttare finanziariamente la immensa platea dei poveri del mondo, da irretire nel circuito bancario con le esche avvelenate dei microprestiti.
Il risvolto più inquietante dell’indebitamento di massa in Nigeria è il recupero crediti, un business che coinvolge illegalmente anche i poliziotti e che costituisce una nuova fonte di occasioni per il crimine organizzato. Il terrore del recupero crediti costituisce per molti la spinta concreta alla migrazione, poiché, in alternativa alla persecuzione a vita in patria, si presenta l’opzione di ottenere un nuovo prestito per pagarsi il viaggio con la falsa speranza di ripagare i debiti.
 

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FEDERALISTI ANARCHICI:
il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


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